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Principessa Kate, ecco perché il mondo guarda a Reggio Emilia: nidi pubblici, comunità educante e cento linguaggi dei bambini
Reggio Emilia è una città di 170mila abitanti. Ma nel mondo dell’educazione il suo nome pesa molto di più delle sue dimensioni. Da decenni insegnanti, pedagogisti, architetti, studiosi e amministratori arrivano qui per capire come una città abbia costruito uno dei sistemi educativi più studiati al mondo.
La visita della Principessa del Galles il 13 e 14 maggio riaccende l’attenzione su una storia che comincia nel 1945, quando gruppi di donne, organizzate attorno all’Unione Donne Italiane, costruirono nelle campagne reggiane le prime scuole autogestite del dopoguerra. La scuola di Villa Cella nacque anche grazie alla vendita di un carro armato, di un camion e di alcuni cavalli abbandonati dall’esercito tedesco.
Da lì prende forma una convinzione semplice e radicale: ricostruire una comunità democratica significa partire dai bambini.
Loris Malaguzzi, pedagogista e intellettuale reggiano, trasformò quella spinta civica in una visione educativa originale. I bambini non sono destinatari passivi di cura, ma soggetti di diritti, capaci di pensiero, ricerca, relazione. Da qui nasce l’idea dei “cento linguaggi”: parola, corpo, disegno, musica, gioco, scienza, immaginazione.
Il Reggio Emilia Approach non è un metodo da copiare. È una filosofia educativa. Al centro ci sono l’immagine competente del bambino, la documentazione dei processi di apprendimento, gli spazi come “terzo educatore”, la partecipazione delle famiglie, il lavoro collegiale degli insegnanti, degli atelieristi e dei pedagogisti.
«Il mandato di Reggio Children nasce da una convinzione che è prima di tutto politica», afferma Maddalena Tedeschi. «I bambini e le bambine sono soggetti di diritti, portatori di pensiero e di linguaggi molteplici. Difendere questa visione significa riconoscere l’infanzia come tempo fondativo dell’esistenza umana».
Questo è il punto che rende Reggio Emilia diversa: la qualità educativa non è stata pensata come un privilegio per pochi, ma come responsabilità pubblica. Le scuole comunali non sono un accessorio del welfare locale. Sono parte dell’identità democratica della città.
Lo ricorda anche l’assessora alle Politiche educative Marwa Mahmoud: «L’interesse della Principessa del Galles nasce proprio da qui: da un’esperienza educativa pubblica che mette al centro i diritti, l’ascolto, la partecipazione e la qualità delle relazioni, e che continua a interrogarsi sul proprio ruolo nel presente».
Reggio Children, nata nel 1994 da un’idea di Malaguzzi, ha sistematizzato e portato questa esperienza nel mondo attraverso formazione, mostre, editoria, atelier e ricerca. Oggi dialoga con 149 Paesi e con una rete internazionale di 34 organizzazioni partner.
Ma il cuore resta locale: i nidi, le scuole, le famiglie, la città. È questa concretezza quotidiana che interessa anche la Royal Foundation. Non una teoria astratta sull’infanzia, ma un sistema pubblico che ha saputo costruire qualità, continuità e partecipazione.
«Reggio Emilia è una piccola città», osserva Federico Ruozzi, «che però gioca un ruolo da protagonista nell’educazione a livello internazionale, e lo fa proprio a partire dai più piccoli, dal diritto all’educazione fin dalla nascita».
La visita di Kate Middleton non parla solo del prestigio internazionale di Reggio Emilia. Parla anche di una domanda attualissima: quanto siamo ancora disposti a investire, davvero, sull’infanzia?
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