«Vedo mio figlio un’ora al mese»: il dolore di una madre che lo guarda crescere da lontano
BASSA MODENESE – Livia arriva con due faldoni stretti tra le braccia. Ci incontriamo in un bar vicino alla redazione di SulPanaro.net, dopo alcuni giorni di telefonate e messaggi. Io sono già dentro e ho scelto un tavolino un po’ defilato, pensando di farla sedere con le spalle alla vetrina, lontano dagli sguardi. Ma appena arriva capisco che quel tavolino è troppo piccolo. Livia ha bisogno di spazio. Nei faldoni ci sono anni di vita trasformati in carte: ordinanze, denunce, relazioni, fotografie, appunti.
Livia – il nome è di fantasia – è arrivata a me attraverso amici comuni, conoscendo la mia sensibilità sui temi della famiglia e, in particolare, delle donne. La prima volta ascolto la sua storia al telefono. Mi racconta che da molto tempo il rapporto con suo figlio è ridotto a incontri protetti, pochi e brevi, e che ci sono stati anche lunghi mesi in cui non ha potuto vederlo affatto. È una storia lunga, dolorosa, piena di passaggi giudiziari e di una conflittualità che sembra avere inghiottito tutto.
Ed è proprio mentre la ascolto che una domanda continua a tornarmi in testa: che cosa ha fatto di così grave questa madre perché il rapporto con suo figlio sia stato ridotto in questo modo?
La prima telefonata la faccio alla sua avvocata. Vorrei capire, verificare, avere un aiuto nella lettura di una vicenda tanto complessa. La risposta è cortese ma netta: la situazione è molto delicata, riguarda un minore, ci sono più procedimenti in corso, alcuni in fase decisoria, e anche per ragioni deontologiche la legale preferisce non entrare nel merito. Prima della pubblicazione cerchiamo anche lo studio che assiste il padre, per raccogliere la posizione dell’altra parte. Tramite la segreteria, la legale fa sapere di non essere interessata a rilasciare dichiarazioni sulla vicenda.
A quel punto non resta che tornare al mestiere fatto alla vecchia maniera: uscire dalla redazione, consumare un po’ le suole delle scarpe, sedersi davanti alle persone e studiare le carte una per una. Dalla prima all’ultima. Non bastano una telefonata, una versione o qualche documento mandato sul telefono: se voglio capire che cosa è successo davvero, devo vedere Livia, guardarla negli occhi, farmi portare tutto e leggere personalmente il provvedimento che ha cambiato la sua vita e quella di suo figlio.
Le chiedo quindi di incontrarci. «Portami tutto», le dico. Soprattutto il provvedimento del Tribunale che ha disposto il collocamento del bambino presso il padre.
E così eccoci lì.
Livia si siede davanti a me. Composta, quasi rigida. È una bella donna, di una bellezza senza civetteria: il volto aperto, i lineamenti netti, lo sguardo diretto. Ma è una bellezza stanca, come se da troppo tempo avesse imparato a tenere tutto dentro e a mostrare agli altri soltanto la parte che resiste.
Le mani, invece, raccontano di più. Si muovono in fretta tra le carte. Unghie corte, pulite, nessuna concessione all’apparenza. Sono mani che, a guardarle, sembrano venire da lontano. Mani delle nostre campagne, dello stesso paesaggio umano delle donne che hanno lavorato nei campi, nelle risaie, nelle fabbriche, che hanno imparato presto che la vita si tiene insieme facendo, stringendo, resistendo. Non sono mani innocenti né mani perfette: portano con sé la fatica, le scelte coraggiose e quelle sbagliate, le cose aggiustate e quelle che non si riescono più ad aggiustare. Adesso scorrono febbrili tra i fogli, tornano indietro, cercano una pagina, una frase, una prova. Come se da qualche parte, dentro quei faldoni, dovesse pur esserci il documento capace di spiegare come la sua vita sia arrivata fin qui.
Vorrebbe cominciare dalle denunce. Mi mostra fotografie sul telefono, immagini di lividi. Racconta di avere denunciato violenze molto gravi, di avere chiesto più volte protezione, di un Codice rosso attivato in passato.
Risponde velocemente, con un’ansia evidente di chiarire, spiegare, aggiungere il particolare che secondo lei finalmente farà capire tutto. Ma ogni documento apre un’altra storia e ogni storia rimanda a un altro documento. A un certo punto mi spazientisco. Continuo a cercare il punto che mi manca.
«Fammi leggere il provvedimento».
Prima dei fascicoli, delle ordinanze e delle carte consumate c’era stata una storia d’amore che si è dipanata sulla nostra pianura larga, paesi che sembrano lontani e vite che invece continuano a incrociarsi.
Qui ci si conosce di vista prima ancora di conoscersi davvero. Si riconoscono i cognomi, si passa dalle stesse scuole, ci si incontra sugli autobus del mattino, in motorino, nei campi sportivi, nelle compagnie che cambiano e si mescolano con gli anni. Gli amici degli amici, le facce già viste, quella familiarità un po’ vaga che fa dire: sì, quello lo conosco.
Livia e il padre di suo figlio si conoscevano così, da ragazzi. Poi la vita li aveva portati altrove. Ognuno aveva costruito il proprio percorso, avuto altri figli, altre relazioni, altre responsabilità. E anni dopo si sono ritrovati.
Tolstoj scriveva che tutte le famiglie felici si somigliano e che ogni famiglia infelice è infelice a modo suo. All’inizio, naturalmente, nessuno pensa di stare entrando nella seconda parte della frase. Loro avevano provato a fare quello che fanno in tanti: mettere insieme due vite già cominciate, immaginare una casa, costruire una nuova famiglia. Da quell’incontro è nato il loro bambino. Per un po’ c’è stato un progetto comune, l’idea che quella volta potesse funzionare, persino un po' di felicità.
Poi qualcosa ha cominciato a incrinarsi. Prima le incomprensioni, poi i contrasti, i tentativi di ricominciare, le nuove fratture. Fino a quando quella che avrebbe potuto essere soltanto la fine dolorosa di una relazione è diventata una lunga e durissima vicenda familiare e giudiziaria.
Raccontarla oggi significa muoversi su un terreno delicatissimo. Ci sono procedimenti ancora in corso, provvedimenti del Tribunale e una conflittualità tra i due genitori che negli anni ha raggiunto livelli estremamente elevati. Ma in mezzo a tutto questo c’è soprattutto un bambino. È per tutelarlo che non indichiamo il Comune in cui si svolge la vicenda, non riportiamo nomi reali e omettiamo tutti gli elementi che potrebbero renderlo riconoscibile.
Livia oggi racconta che cosa significhi essere madre quando la maternità viene compressa dentro un calendario di incontri protetti. Dice di avere attraversato lunghi mesi senza poter vedere il figlio e che ancora oggi il tempo trascorso insieme è molto limitato. «Lo vedo una volta al mese, per un’ora», racconta. Arriva con una merenda, un vestito, un gioco. Gesti piccoli, ordinari, che per lei sono diventati un modo per continuare a dire al bambino: io sono ancora qui.
È difficile ascoltarla senza pensare al tempo. A quello degli adulti, scandito da ricorsi, relazioni, udienze e provvedimenti, e a quello di un bambino, che invece non aspetta. Cresce, cambia, impara nuove parole, sviluppa nuove paure e nuove sicurezze, costruisce ricordi. Un anno nell’infanzia è un tempo enorme. Due anni possono cambiare quasi tutto.
È questo il dolore che Livia racconta più di ogni altro: sentirsi spettatrice della crescita di suo figlio. Non poter vivere la normalità di una giornata qualsiasi, non sapere sempre cosa abbia fatto, cosa lo abbia fatto ridere, se abbia avuto paura, se sia stato male, quale gioco preferisca in quel momento. Non è soltanto una questione di “vedere” un bambino. È la paura che, incontro dopo incontro, il legame perda quella naturalezza che nasce dalla quotidianità.
Quando parla dei momenti belli la postura cambia appena. Gli occhi si inumidiscono ricordando le giornate trascorse insieme, il parco giochi, una visita all’acquario, le occasioni semplici che adesso sembrano appartenere a un’altra vita. Poi il viso si chiude quando racconta quanto sia difficile, per lei, avere notizie della quotidianità del bambino.
Livia ci fa notare che intorno a quel bambino non ci sarebbe soltanto la madre. C’è anche la sua famiglia: persone presenti e vicine che avrebbero naturalmente con lui legami da coltivare. Non risultano provvedimenti che impediscano loro di frequentarlo, eppure nella pratica, racconta Livia, tutti si muovono con estrema cautela. Come se ogni parola, ogni gesto, ogni tentativo di avvicinarsi potesse essere interpretato male e produrre conseguenze. Camminano sulle uova. E insieme al rapporto tra madre e figlio rischiano così di impoverirsi altri legami familiari che normalmente accompagnano la crescita di un bambino. Chissà come sta, mi chiedo. Tra i documenti Livia me ne mostra uno recente, la dichiarazione del pediatra che lo segue attualmente, dalla quale risulta che, sotto il profilo delle condizioni di salute rilevate dal medico, il bambino sta bene. È un elemento importante, che naturalmente non risolve né racconta da solo la complessità della vicenda familiare, ma che va detto: in mezzo alla battaglia degli adulti, non emerge da quel documento una situazione di sofferenza fisica del minore.
Torniamo alle carte.
La situazione attuale discende da provvedimenti adottati da un Tribunale del Nord a partire dal 2024. Il bambino è stato affidato ai servizi sociali e collocato presso il padre; gli incontri con la madre sono stati inizialmente sospesi e successivamente previsti in forma protetta. Quell’impostazione è stata poi confermata. Alla base c’è una vicenda familiare segnata da una conflittualità molto elevata e da valutazioni giudiziarie complesse, sulle quali non spetta a un giornale stabilire chi abbia ragione o torto.
Ed è qui che il dubbio iniziale trova almeno una parte della sua risposta. Il provvedimento del Tribunale richiama comportamenti della donna giudicati molto negativamente e descrive una situazione familiare segnata, già allora, da una conflittualità estrema tra i due genitori. In quella fase il padre veniva invece valutato in termini complessivamente positivi, tanto che il minore fu collocato presso di lui.
Nel racconto di Livia, però, quelle reazioni maturano dentro una storia nella quale dice di avere denunciato violenze molto gravi e di avere più volte chiesto protezione. Non è una persona che subisce in silenzio: reagisce, si arrabbia, risponde e, dentro una relazione diventata durissima, ha avuto a sua volta comportamenti che sono stati giudicati oltre il limite.
Il contesto non cancella quei comportamenti. Ma una conflittualità estrema può tirare fuori il peggio dalle persone. E provare a comprendere una storia significa anche chiedersi dentro quale dinamica quei comportamenti siano maturati.
Sul tavolo, intanto, il provvedimento è aperto. Intorno ci sono gli altri fogli, alcuni ancora nitidi, altri ormai logori. Si vede che sono stati letti e riletti per anni. Ci sono sottolineature, parole cerchiate, annotazioni sui margini, punti interrogativi. Livia torna sulle stesse righe come se, a forza di leggerle, potesse trovarci qualcosa che prima le era sfuggito. O forse come se sottolineare, annotare, cancellare potesse in qualche modo cambiare una realtà che invece è rimasta lì, scritta nero su bianco.
Passa un’ora. Poi ne passa un’altra. Gli avventori entrano ed escono dal bar, qualcuno beve un caffè, qualcuno si ferma pochi minuti. Piano piano intorno a noi si fa più vuoto. Noi continuiamo a parlare fitte fitte. Livia cerca, spiega, torna indietro. Io prendo appunti, fotografo i documenti che mi servono, faccio domande.
Alla fine quello che possiamo raccontare non è una verità processuale. È la storia di una donna convinta di non essere stata compresa fino in fondo e che chiede che la propria vicenda possa essere guardata ancora, nella sua interezza. Non chiede soltanto che venga riesaminato un provvedimento. Chiede di poter tornare ad avere un posto più grande nella vita di suo figlio. Dice di voler essere valutata per la madre che è oggi. Torna continuamente al bambino che vede troppo poco e alla vita che vorrebbe poter condividere nuovamente con lui, anche nelle cose più semplici: ridere, piangere, rabboccare una copertina. Non occorre stabilire da queste pagine chi abbia torto e chi abbia ragione per comprendere una cosa: vedere crescere da lontano il proprio figlio significa convivere con una ferita profonda. La vicenda tornerà davanti al Tribunale, chiamato a valutare gli elementi raccolti negli ultimi anni, l’evoluzione della situazione familiare e, prima di tutto, l’interesse del bambino oggi.
Quando ci alziamo, il bar si è quasi svuotato. Per qualche minuto parliamo d’altro. Le racconto qualcosa di me, quasi per accompagnare entrambe fuori da quelle ore così dense. A un certo punto Livia mi guarda e mi chiede: «Lui ti tratta bene?». La domanda mi spiazza. Per me che il proprio compagno debba trattarti bene è una cosa così ovvia da non aver mai pensato che potesse essere formulata come domanda. Per lei, evidentemente, non lo è.
Avrei voglia di abbracciarla, ma non lo faccio. Nel volto è tornata quella fermezza che aveva quando si è seduta davanti a me; le mani, invece, continuano a tradirla, impegnate a rimettere in ordine i fogli, a controllare che nulla resti fuori posto, a richiudere i faldoni. C’è in lei una durezza antica, di quelle che nelle nostre campagne si imparavano presto: non mostrare il fianco, non chiedere consolazione, fare quello che c’è da fare e andare avanti.
Livia si alza e va via stringendo i faldoni al petto. Dentro, tutta la sua sciagura.

- «Vedo mio figlio un’ora al mese»: il dolore di una madre che lo guarda crescere da lontano
- Festa a Bomporto per l'inaugurazione della nuova palestra: lo sport del territorio ha la sua nuova casa
- Da lunedì 28 settembre Eni applicherà un tetto ai prezzi di benzina e diesel, cosa succederà a Modena?
- Rinnovo della rete elettrica, da lunedì 28 settembre partono i lavori a Vaciglio
- Il Pd di Mirandola attacca l'amministrazione: "Dagli errori sulla scuola 'Alighieri' a un nuovo parcheggio, la città ha bisogno di recuperare i suoi spazi"
- Modena, per la celebrazione del patrono della Polizia di Stato, attenzione ai divieti di sosta
- In Emilia-Romagna 481 Postamat, 65 sono in provincia di Modena
















































































