Bomporto è campione del mondo: Emanuele Corazzari conquista l’oro con la Nazionale italiana di hockey inline
A Bomporto c'è un ragazzo di 17 anni che può dire di essere campione del mondo. Si chiama Emanuele Corazzari, è il portiere degli Scomed Bomporto e ha appena conquistato la medaglia d'oro con la Nazionale italiana Junior maschile di hockey inline ai World Skate Games 2026, disputati ad Asunción, in Paraguay. Nella notte italiana tra venerdì 9 e sabato 10 ottobre, gli azzurri hanno battuto la Francia per 7-5, al termine di una finale combattutissima, portando a casa il titolo mondiale. Per Emanuele è il secondo oro internazionale in poco più di un anno: nel 2025 era già arrivato quello europeo. Due medaglie che raccontano una storia sportiva straordinaria, soprattutto perché arrivano da un piccolo comune della provincia modenese, dove una società costruita con passione e sacrifici è riuscita a far crescere atleti capaci di competere ai massimi livelli internazionali.
Ma che cosa ha vinto esattamente Emanuele? L'hockey inline è una disciplina che somiglia all'hockey su ghiaccio, con bastoni, dischetto, portieri e contatti fisici, ma si gioca su una superficie asciutta utilizzando pattini con le ruote disposte in linea. Quattro giocatori di movimento e un portiere per squadra, cambi veloci e ritmi elevatissimi. Non va confuso con il tradizionale hockey su pista, che utilizza pattini a quattro ruote disposte a coppie e ha regole differenti. Il campionato conquistato dall'Italia è il Mondiale Junior maschile di questa disciplina, riservato alle selezioni giovanili. Si disputa nell'ambito dei World Skate Games, la grande manifestazione internazionale degli sport su rotelle che quest'anno si svolge nella capitale del Paraguay, dall'altra parte dell'Atlantico.
Per arrivare sul tetto del mondo l'Italia ha dovuto superare un percorso impegnativo. Nella fase a gironi gli azzurri hanno affrontato Messico, Slovacchia, Colombia e Francia, chiudendo al primo posto. Poi le sfide a eliminazione diretta, con la Corea, Chinese Taipei e ancora la Slovacchia, superata in semifinale per 4-3 dopo i tempi supplementari. Infine la Francia, nuovamente di fronte agli italiani, questa volta con in palio la medaglia d'oro.
La finale è stata una successione di emozioni. L'Italia è passata in vantaggio, ha subito la rimonta francese, poi ha ripreso il controllo della partita fino al 5-2. Un margine che avrebbe potuto sembrare rassicurante, ma nell'hockey bastano pochi secondi per cambiare tutto. I francesi sono tornati sotto fino al 5-4, gli azzurri hanno allungato sul 6-4, poi è arrivato il 6-5. Negli ultimi istanti la Francia ha tolto il portiere per schierare un giocatore di movimento in più e tentare il pareggio. L'Italia ne ha approfittato, segnando a porta vuota il gol del definitivo 7-5.
A migliaia di chilometri di distanza, intanto, c'erano famiglie che non avevano alcuna intenzione di andare a dormire.
«Erano le tre di notte, eravamo tutti assonnati, ognuno a casa propria davanti alla partita», racconta Davide Corazzari, il padre di Emanuele. «Noi genitori siamo tutti in contatto, abbiamo una chat, ci scriviamo continuamente. La distanza, in qualche modo, viene anestetizzata. Viviamo tutto insieme anche se siamo lontanissimi».
In Paraguay, infatti, quasi nessuno dei familiari ha potuto accompagnare i ragazzi. Tra i genitori, racconta Davide, soltanto uno, arrivato da Empoli, ha seguito la Nazionale. Per tutti gli altri ci sono stati gli schermi, i messaggi, le notti insonni e l'attesa di rivedere i figli con una medaglia al collo.
Emanuele era uno dei due portieri della selezione azzurra. Ha disputato cinque partite durante il Mondiale, mentre nella finale è rimasto in panchina: una circostanza normale in una disciplina nella quale il portiere viene generalmente mantenuto per tutta la durata dell'incontro, salvo necessità particolari. Il suo contributo alla conquista del titolo rimane quello di un atleta selezionato tra i migliori giovani italiani nel proprio ruolo e impiegato durante il torneo. La convocazione, del resto, era già un risultato significativo: la Nazionale riuniva appena quattordici atleti, provenienti in gran parte da società con tradizioni consolidate nell'hockey, soprattutto nel Nord Italia, tra Asiago, Vicenza, Milano e il Veneto.
E poi c'era Bomporto.
«Per noi è una soddisfazione enorme», racconta Davide. «Pensare che veniamo da un paesino di provincia così piccolo, che la nostra società è partita praticamente dal nulla e adesso abbiamo giocatori nelle Nazionali... È qualcosa che all'inizio non avremmo neanche immaginato». La prima squadra maschile degli Scomed milita attualmente in Serie B, ma l'obiettivo è conquistare la promozione in Serie A. Un traguardo che rappresenterebbe un ulteriore salto di qualità per una società capace di formare atleti di livello internazionale.
La storia degli Scomed Bomporto,inoltre, è anche la storia di uno sport che in Italia continua a vivere lontano dai riflettori, con pochi impianti, risorse limitate e famiglie chiamate a sostenere gran parte dell'impegno organizzativo ed economico. Non ci sono le strutture, i finanziamenti e la programmazione che caratterizzano discipline più popolari. Anche la preparazione delle rappresentative nazionali risente di queste difficoltà: una volta selezionati i giovani, si organizzano alcuni raduni, talvolta lontanissimi dalle rispettive città. Quest'anno gli azzurri si sono ritrovati a Milano, in passato gli allenamenti si erano svolti anche a Civitavecchia. Per una famiglia significa organizzare trasferte, ferie, pernottamenti, accompagnamenti e continui spostamenti lungo la Penisola.
La famiglia Corazzari ne sa qualcosa. Perché Emanuele non è l'unico figlio ad aver scelto questo sport. Anche il fratello maggiore Riccardo ha giocato negli Scomed Bomporto, di cui è stato capitano, e oggi prosegue la propria esperienza a Forlì.
«Siamo sempre in macchina», racconta Davide, che è anche dirigente dell'Under 18. «Civitavecchia, Trieste, Asiago, Milano. A volte ci sono quattrocento chilometri da fare, tra andata e ritorno oppure per raggiungere una partita o un allenamento. E poi c'è l'attrezzatura, che costa tantissimo.
Soprattutto per un portiere. I ragazzi crescono e ogni due anni bisogna cambiare praticamente tutto».
Casco, protezioni, guanti, pattini, equipaggiamento tecnico: praticare hockey inline ad alto livello richiede una spesa importante, alla quale si aggiungono trasferte e preparazione atletica. E non è uno sport dal quale, almeno in Italia, ci si possa aspettare un ritorno economico significativo.
«Qualche giocatore di Serie A riesce ad avere le trasferte e l'attrezzatura pagate, ma di hockey non si campa. All'estero, soprattutto nell'hockey su ghiaccio, girano più soldi, i giocatori vengono pagati. Qui è molto diverso. Per noi è soprattutto una spesa, anche se le soddisfazioni sono enormi».
Davide non lo dice per lamentarsi. Anzi, quando gli si chiede come sia cominciata questa avventura familiare, la risposta è accompagnata da un sorriso.
«Abbiamo iniziato quasi per scherzo. Ai ragazzi piaceva, si divertivano, arrivavano anche i risultati. Non abbiamo mai pensato di farli diventare milionari o famosi. Ci piaceva vederli giocare, stare bene, crescere. Poi siamo caduti nel trappolone di questo sport che ci ha ammaliato».
Un trappolone che oggi vale due medaglie d'oro.
Perché Emanuele non è arrivato in Paraguay per caso. Dietro il portiere diciassettenne c'è un percorso di formazione iniziato molti anni fa, sotto la guida di una figura che a Bomporto rappresenta molto più di un allenatore: Angelo Lucchini, fondatore degli Scomed e uomo che ha dedicato una parte importante della propria vita alla crescita dell'hockey locale.
Ex portiere di hockey su pista, Lucchini ha sempre riservato un'attenzione particolare alla formazione degli estremi difensori. Ne ha cresciuti molti, seguendone la tecnica, la preparazione e lo sviluppo sportivo. Emanuele è uno dei risultati più prestigiosi di questo lavoro.
«Angelo ha un merito enorme», sottolinea Davide. «Ha fondato gli Scomed, ha cresciuto questi ragazzi, ha sempre creduto nei portieri. Per lui sono una cosa speciale, li segue con un'attenzione particolare. Pensare che un portiere cresciuto da lui abbia portato a casa, nel giro di due anni, un oro europeo e un oro mondiale è una soddisfazione grandissima. Anche per Angelo».
È un aspetto che merita di essere sottolineato. Dietro una medaglia mondiale conquistata da un ragazzo di 17 anni non c'è soltanto il talento individuale. Ci sono anni di allenamenti, una società che garantisce continuità, dirigenti e tecnici che dedicano tempo a uno sport poco conosciuto e famiglie che accettano di trasformare buona parte dei fine settimana in trasferte. Un sistema fragile, spesso sostenuto più dalla passione delle persone che dalle risorse disponibili, ma capace di produrre risultati di livello internazionale.
C'è anche un altro elemento che Davide tiene a chiarire: l'hockey inline non è un semplice passatempo su rotelle. È uno sport impegnativo, veloce, fisico, nel quale servono resistenza, forza, coordinazione e concentrazione.
«Sono atleti veri e propri. Devono mantenersi in forma, curare l'alimentazione, lavorare sulla preparazione fisica. C'è il fisioterapista, ci sono gli infortuni. È uno sport di contatto, ci si spinge, si lotta per il disco, si cade. Serve molta disciplina».
Eppure, osserva, continua a essere enormemente penalizzato rispetto al calcio. Non soltanto in termini economici, ma anche di attenzione e prospettive. «Abbiamo visto ragazzi molto bravi lasciare l'hockey per dedicarsi al calcio, dove ci sono più possibilità e anche qualche riconoscimento economico. Il talento c'è anche nel nostro sport, ma le opportunità sono molto diverse».
Il caso di Bomporto dimostra quanto possa essere decisivo il lavoro di una società sportiva locale, soprattutto quando riesce a offrire ai ragazzi un percorso che dura nel tempo. Gli Scomed sono cresciuti fino a diventare una realtà competitiva nel campionato di Serie B maschile, con l'ambizione di approdare in Serie A. Nel frattempo, il settore giovanile ha già raggiunto traguardi che vanno ben oltre i confini nazionali, portando i propri atleti a vestire la maglia azzurra e a conquistare titoli europei e mondiali. In questa stessa stagione sono arrivate convocazioni azzurre anche per altre ragazze e ragazzi del club, a testimonianza di un movimento che non si esaurisce nel successo di un singolo campione.
Ora il nome di Bomporto entra anche nell'albo dei campioni del mondo. E ci entra attraverso un ragazzo che, come tanti suoi coetanei, ha cominciato semplicemente perché gli piaceva giocare.
Tra poche ore Emanuele tornerà in Italia. Ad aspettarlo ci sarà una famiglia che ha passato la notte davanti a uno schermo, dopo aver trascorso anni a percorrere strade e autostrade per consentirgli di allenarsi e giocare. Ci saranno i compagni, gli allenatori, la società che lo ha cresciuto.
E ci sarà anche Angelo Lucchini, che tanti anni fa ha cominciato a costruire una squadra di hockey in un piccolo paese della provincia di Modena, probabilmente senza immaginare che un giorno uno dei suoi portieri sarebbe tornato dall'altra parte del mondo con una medaglia d'oro.
Prima campione d'Europa, adesso campione del mondo. A 17 anni Emanuele Corazzari ha già vinto due dei titoli più importanti che un atleta possa conquistare. E li ha portati a Bomporto.

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