«Mi ricordo di discorsi belli tondi e ragionevoli»: Ferretti e Zamboni a Gualtieri, quarant’anni dopo
di Antonella Cardone
GIALTIERI (REGGIO EMILIA).- La convocazione aveva qualcosa di insolito. Quando esce un disco importante, i giornalisti musicali vengono generalmente chiamati a Milano o a Roma, nelle sedi delle case discografiche, in qualche albergo o in uno spazio attrezzato per le presentazioni. Questa volta no. L'appuntamento era per venerdì 9 ottobre, a Gualtieri, piccolo e prezioso paese della Bassa reggiana, in provincia di Reggio Emilia. Qui Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni avrebbero presentato i loro due lavori discografici, Percuotendo, in cadenza e la nuova edizione de La macchia mongolica. E così i giornalisti musicali si sono ritrovati in questo angolo di pianura, tra il Po e la storia, per incontrare due artisti che hanno contribuito a cambiare il linguaggio della musica italiana.
Gualtieri è il paese di Antonio Ligabue, qui trascorse la parte più importante della propria esistenza, tra gli argini del Po, la povertà, l'incomprensione e una pittura capace di trasformare la sofferenza in immagini di straordinaria forza. Oggi il paese custodisce la sua memoria attraverso la Fondazione Museo Antonio Ligabue, che non si limita a conservarne l'opera, ma promuove iniziative culturali capaci di far dialogare linguaggi artistici differenti. Ed è proprio grazie alla Fondazione che Ferretti e Zamboni si sono ritrovati a Palazzo Bentivoglio, in un luogo che appartiene alla memoria culturale del paese.
La conferenza stampa è cominciata puntuale. Era stata allestita davanti a una grande yurta mongola, una ger, la tradizionale abitazione delle popolazioni nomadi della steppa. L'idea iniziale era di svolgere l'incontro al suo interno, ma i giornalisti erano troppi e così ci si è sistemati fuori dalla tenda, nella cornice monumentale del Salone dei Giganti di Palazzo Bentivoglio. E qui occorre fermarsi un momento, perché il luogo non era un semplice contenitore. Il salone misura trentaquattro metri di lunghezza, sedici di larghezza e diciassette di altezza. Le pareti sono interamente affrescate con ventotto scene della Gerusalemme liberata di Torquato Tasso, realizzate nel Seicento. Grandi figure dipinte sembrano sostenere le architetture, finte cornici moltiplicano le prospettive e gli episodi del poema si susseguono tutt'intorno. In mezzo a questa magnificenza, una tenda arrivata idealmente dall'altra parte del mondo. La Mongolia sotto la Gerusalemme liberata. La steppa dentro un palazzo dei Bentivoglio. Un accostamento che, ancora prima che qualcuno prendesse la parola, sembrava contenere tutto ciò di cui si sarebbe parlato.
E invece, di cose, se ne sarebbero dette molte di più.
Perché ci sono conferenze stampa alle quali si partecipa per raccogliere una notizia, altre nelle quali si spera di ottenere una dichiarazione, e poi ci sono incontri nei quali si comprende abbastanza presto che la notizia non è soltanto ciò che viene annunciato, ma ciò che sta accadendo davanti ai propri occhi. A Gualtieri è successo qualcosa del genere. Giovanni Lindo Ferretti e Massimo Zamboni erano lì per presentare due dischi usciti nello stesso giorno. Avrebbero potuto parlare delle registrazioni, degli arrangiamenti, dei musicisti e dei prossimi concerti. Hanno parlato anche di tutto questo, naturalmente. Ma soprattutto hanno raccontato le proprie vite, gli incontri, le separazioni, le coincidenze, il tempo trascorso e quello che ancora rimane. Con quella particolare intimità che si crea quando due persone si conoscono da così tanto tempo da non avere più bisogno di spiegarsi reciprocamente chi sono.
Si è creato quasi subito un silenzio perfetto. Non un silenzio formale, ma quello che nasce dall'attenzione. Giovanni Lindo Ferretti sa incantare, Massimo Zamboni sa incuriosire. Il primo possiede una lingua ricca, imprevedibile, che passa dalla battuta alla riflessione filosofica, dalla volgarità più efficace a un'immagine poetica senza che il discorso perda naturalezza. Il secondo costruisce i racconti, segue i collegamenti, ricostruisce i fatti e poi, quando sembra di avere raggiunto una conclusione, apre un'altra possibilità. Più che una conferenza stampa sembrava un incontro fra amici, un piccolo consesso di quelli antichi, nel quale qualcuno racconta e gli altri ascoltano. Mancava soltanto il fuoco attorno al quale scaldarsi le mani. Al suo posto c'era la yurta mongola, e tutto intorno i giganti dipinti quattro secoli prima.
«Tre anni fa avevo deciso che la mia vita pubblica era finita»
Ferretti comincia raccontando l'incredulità con la quale guarda a ciò che gli è accaduto negli ultimi anni. È arrivato a Gualtieri con un disco nuovo e una tournée che proseguirà, ma fino a poco tempo fa non aveva nessuna intenzione di fare né l'uno né l'altra.
«Io continuo a stupirmi dell'accadere delle cose intorno a me. Gli ultimi tre anni sono stati pieni di storie di questo genere. Tre anni fa stavo per compiere settant'anni e avevo deciso, con cognizione di causa, che la mia vita sociale e pubblica fosse finita. Non c'era più motivo, non c'era più interesse perché uscissi di casa e continuassi la mia vita pubblica. Aspettavo di ritirarmi nel silenzio e nella solitudine della mia casa».
Restava soltanto un ultimo impegno, un'intervista promessa ad Annarella, a Massimo Zamboni e a Fatur per un film. «Quell'intervista ha rigirato il mondo. L'anno dopo mi sono ritrovato sul palco dei CCCP, trent'anni dopo. Era la cosa più impossibile tra tutte quelle che potevo immaginare». Poi sono arrivati i concerti, un'altra tournée e, dal pubblico, la richiesta di riportare sul palco anche i CSI. «Io mi rifiutavo persino di prendere in considerazione la questione, anche perché c'erano già i CCCP, e bastava e avanzava. Ma nel momento in cui è finita l'esperienza dei CCCP è diventato evidente che quello era soltanto l'inizio e che sarebbero arrivati anche i CSI».
È un racconto che potrebbe essere accompagnato dalla nostalgia. Ferretti, invece, lo affronta quasi con stupore. Come se fosse ancora il primo a domandarsi come abbia fatto a ricominciare una vita che considerava conclusa. E con la consapevolezza che non si può fingere di essere quelli che si era quarant'anni fa.
«I CCCP erano figli dell'irruenza della giovinezza, della sua potenza, della sua bellezza. Ora siamo vecchi. Non siamo più prestanti, non siamo più belli, non abbiamo più niente di tutto quello. Eppure abbiamo scoperto che c'erano moltissimi motivi per riportare i CCCP sul palco e per rimetterci a fare musica insieme».
Davanti alla ger mongola, due uomini che hanno attraversato più di quarant'anni di musica italiana raccontano il proprio ritorno senza cercare di cancellare il tempo trascorso. È anche questo che rende l'incontro così particolare: non c'è la celebrazione di una giovinezza perduta, ma il piacere, quasi sorpreso, di ritrovarsi ancora insieme.
Berlino, una cucina e l'idea di fare un gruppo musicale
Per comprendere quello che è successo negli ultimi anni bisogna tornare a Berlino, dove Ferretti e Zamboni si incontrarono nei primi anni Ottanta. Due giovani italiani lontani da casa, con storie e caratteri differenti, che cominciano a trascorrere insieme intere giornate.
«Nei primi tempi non facevamo altro che chiacchierare continuamente, per settimane e mesi, nella cucina dove stavamo», ricorda Ferretti. «In qualche modo quell'incontro aveva rovesciato sia la mia vita sia la sua. Quando ci siamo incontrati abbiamo capito entrambi che forse valeva davvero la pena di approfittarne. Cercavamo qualcosa da fare. Ci siamo trovati e abbiamo trovato qualcosa da fare. Alla fine abbiamo deciso che avremmo fatto un gruppo musicale. Così».
Zamboni interviene: «Buona idea». E Ferretti: «Ottima idea».
La nascita dei CCCP, uno dei gruppi più originali della musica italiana, raccontata come una decisione presa fra due amici che avevano molto da dirsi e cercavano qualcosa da fare insieme. È uno scambio brevissimo, ma permette di intravedere l'intesa che ancora oggi esiste fra i due.
Tra gli argomenti di quelle conversazioni ce n'era uno che entrambi coltivavano, senza sapere che sarebbe diventato così importante: la Mongolia. Ferretti racconta di essersi stupito nello scoprire che Zamboni condividesse con lui una fascinazione per quel paese lontanissimo. Avevano perfino cercato, ai tempi dei CCCP, di organizzare un viaggio per conoscere le musiche mongole. Non ricevettero risposta. Molti anni dopo, quando erano ormai i CSI e stavano cominciando il tour di Linea gotica, arrivò invece un telegramma.
È Zamboni a ricordarlo: «Fu un richiamo talmente inaspettato che non avevamo neppure fatto in tempo a creare delle aspettative. Avevamo lanciato qualche messaggio nella bottiglia anni prima, ma non avremmo mai immaginato che sarebbe arrivato da qualche parte».
Il telegramma conteneva una proposta piuttosto impegnativa: «Proposta esaltante: 5.200 chilometri in Mongolia al seguito della televisione mongola».
«Bisognava dire sì oppure no. Noi dicemmo sì, con tutte le difficoltà del caso, perché non eravamo sciocchi: sapevamo bene che partire proprio all'inizio di un tour significava mettere a rischio la vita del gruppo e anche il lavoro di molte altre persone. Però sentivamo che era una cosa da fare».
Partirono nel 1996, senza sapere esattamente che cosa avrebbero trovato. «Credo che ciascuno di noi avesse in testa i propri fantasmi mongolici, la proiezione di un pensiero, di poche letture, perché in realtà non c'era granché da leggere sulla Mongolia», racconta Zamboni. «Ci siamo ritrovati su dei furgoni fuoristrada, sorridenti, e abbiamo aperto gli occhi e tutti gli altri sensi per cercare di capire che cosa sarebbe stata quella Mongolia per noi».
Ferretti decise di raggiungerla in treno, attraversando la Russia. Un percorso lungo, durante il quale si rese conto che il viaggio gli stava facendo perdere qualcosa.
«Mi rendevo conto che ogni cento chilometri, in realtà, perdevo qualcosa. Non sono andato in Mongolia per acquistare qualcosa, ma per perdere dei pezzi. Tornai dalla Mongolia molto più povero di ego di quanto non fossi quando ero partito».
È una delle frasi più belle del pomeriggio. Non la Mongolia come conquista, come avventura da esibire o esperienza da aggiungere alle altre. La Mongolia come sottrazione, come possibilità di liberarsi di ciò che si è accumulato. «Per me la Mongolia ha rappresentato un cambiamento assoluto di vita. La mia vita si è rovesciata completamente».
Da quel viaggio nacque Tabula rasa elettrificata, il disco che avrebbe segnato la storia dei CSI. «Lui aveva riportato una serie di registrazioni musicali, di sonorità», racconta Ferretti parlando di Zamboni. «Io avevo preparato un quadernetto pieno di parole. Abbiamo messo tutto a disposizione dei CSI e, nel giro di un mese, a Carpineti, nelle scuderie di Carpineti, è venuto fuori Tabula rasa elettrificata».
Poi arrivò anche la separazione artistica. «Eravamo arrivati a un punto delle nostre vite in cui ognuno doveva continuare con le proprie gambe e con le proprie storie. Nel frattempo Zamboni era diventato padre. Io sono tornato a vivere a Cerreto, ho comprato dei cavalli e ho fatto tutt'altra vita».
Una yurta in un palazzo seicentesco: la Mongolia torna trent'anni dopo
Il racconto torna inevitabilmente alla grande tenda montata nel Salone dei Giganti. Vista da vicino, quella struttura fatta per essere abitata nella steppa sembra ancora più sorprendente sotto le pareti monumentali del palazzo. Da una parte l'architettura dei Bentivoglio, concepita per rappresentare il potere e la magnificenza di una famiglia nobile; dall'altra un'abitazione smontabile, costruita per seguire gli spostamenti di un popolo nomade. Due modi opposti di stare nel mondo, riuniti nella stessa stanza.
Eppure la ger non è lì per una semplice suggestione estetica. Zamboni la utilizzerà per i suoi spettacoli, davanti a venticinque spettatori alla volta. Doveva averne una e la stava cercando. Ferretti, quasi nello stesso momento, ne aveva appena acquistata una. «La cosa sorprendente», racconta, «è aver comprato una ger otto ore prima che Zamboni mi dicesse che stava cercando una ger da affittare».
Zamboni spiega che la tenda era ancora imballata, non era mai stata montata e, prima di raggiungere la casa di Ferretti sull'Appennino, è passata proprio da Gualtieri. Una coincidenza che per i due è diventata parte del racconto di questi ultimi anni, nei quali incontri e progetti sembrano tornare a intrecciarsi quasi senza essere stati cercati.
Anche il ritorno in Mongolia, nel 2026, è arrivato inaspettatamente. Quando i CSI hanno ricominciato a suonare insieme è giunto un nuovo invito, trent'anni dopo il primo viaggio. Ferretti ha deciso di partire con largo anticipo, pur continuando a chiedersi perché stesse tornando. «Io non sono un turista e non sono neanche un viaggiatore. Continuavo a chiedermi: che cosa vado a fare in Mongolia, trent'anni dopo?».
La risposta, racconta, è arrivata attraverso qualcosa di semplicissimo: il sonno.
«È stata una rigenerazione. La prima sera che ho dormito nella ger ho dormito profondamente. Trent'anni prima avevo gli occhi sgranati dall'alba al tramonto, e la notte era vorace. Trent'anni dopo, occhi sgranati dall'alba al tramonto, ma la notte dormo. Entravo nella ger, mi sdraiavo sul lettino e mi addormentavo di colpo. Dormivo otto, dieci ore, mi svegliavo e tornavo a spalancare gli occhi su quel mondo che è quanto di più lontano ci sia dal mio, ma che nello stesso tempo è strettamente legato al mio».
Zamboni guarda alla Mongolia da un altro punto di vista. Per lui quella terra è entrata nella musica prima ancora che nel pensiero. «La Mongolia si è rivelata a noi come suono prima ancora che come significato. Quello che ci è arrivato subito è stata la sonorità. È una lingua trattenuta, non è una lingua di conversazione nel senso in cui siamo abituati a intenderla noi. I mongoli calano le parole, una alla volta. Sono come dei macigni, contengono dei mondi».
Nel suo nuovo album la voce di un giovane mongolo racconta, nella propria lingua, che cosa sia la macchia mongolica. «Non abbiamo bisogno di tradurlo per comprendere quello che dice, perché è una lingua così evocativa che racconta attraverso i suoni, attraverso le immagini, prima ancora che attraverso il significato delle parole».
Durante il viaggio del 1996 Zamboni aveva raccolto numerose registrazioni, spesso improvvisate nelle tende o durante gli incontri lungo il percorso. «Siamo tornati con un bagaglio di suoni. E quelle sonorità, in qualche modo, mi hanno perseguitato». Nel disco ha cercato di ritrovare quell'attitudine sonora, senza imitare gli strumenti tradizionali e senza indulgere nella nostalgia. La musica utilizza chitarre, elettronica e linguaggi contemporanei. Del resto, anche nel ritorno in Mongolia del 2026 i due artisti hanno scelto di coinvolgere musicisti di una generazione più giovane, quelli di LOSTATOBRADO, che hanno reinterpretato parte del repertorio dei CCCP e dei CSI.
La macchia mongolica, una figlia e il mistero delle origini
Sotto le gigantesche figure affrescate, dove Torquato Tasso racconta guerre, incontri e destini lontani, la Mongolia diventa anche una storia intima, familiare. Zamboni racconta che la figlia Caterina è nata con quella che viene comunemente chiamata macchia mongolica, una pigmentazione cutanea presente alla nascita, frequente in diverse popolazioni e generalmente destinata ad attenuarsi. Da quel segno è nato un percorso di ricerca personale, un libro e un disco.
«Quando abbiamo scoperto che nostra figlia era nata con la macchia mongolica, ci siamo chiesti: quella goccia di sangue da dove arriva? Non possiamo saperlo. Però è qualcosa che cambia un po' la tua percezione dell'identità».
Zamboni conosce la storia della propria famiglia da secoli, radicata in un piccolo paese dell'Appennino. «Io conosco bene la genealogia della mia famiglia, almeno da quattro secoli. È molto chiara, molto nitida. Viene da un piccolissimo paese di montagna sul crinale. Hanno sempre vissuto lì fino alla generazione dei bisnonni che sono scesi a valle».
Eppure quel segno, che non dimostra alcuna particolare discendenza, gli ha permesso di immaginare quanto sia complessa la storia di ogni famiglia e quante tracce possano sfuggire anche alle genealogie più accurate.
«È una cosa indeterminata. E ti viene da pensare che sia bene che l'identità rimanga così indeterminata. In qualche modo è quell'altrove che abita in ognuno di noi. Non è afferrabile, però apre, riempie di fascino l'idea che abbiamo di noi stessi. Allarghi i tuoi confini, se vuoi accettarla. E noi l'abbiamo accettata».
È un pensiero che attraversa tutto il disco di Zamboni. Un lavoro che parte dalla Mongolia per arrivare a interrogare l'idea stessa di appartenenza, i confini, la nascita e ciò che crediamo di sapere sulle nostre origini.
«Non ho mai avuto paura di parlare di morte o di scomparsa. La maggior parte dei miei libri parla di persone che muoiono o scompaiono, anche in maniera molto drammatica. Però questo è un album, e un libro, che parlano di nascita».
Il cavallo Tancredi e il bambino che scoprì il teatro
Il racconto di Ferretti ha una caratteristica particolare: la memoria procede per immagini e ogni immagine apre un'intera storia. Così, dal paesaggio della Mongolia si torna all'Appennino, ai cavalli e al teschio di Tancredi, l'animale al quale il musicista racconta di aver voluto più bene. Il teschio è diventato un elemento scenico dello spettacolo Percuotendo, in cadenza, ma per comprenderne il significato bisogna tornare all'infanzia.
Ferretti racconta di avere scoperto il teatro quando frequentava la seconda elementare in collegio. Veniva da Cerreto Alpi e non aveva mai visto nulla di simile. Una suora, Aurelia Strozzi, accompagnò i bambini a visitare il Teatro Olimpico di Vicenza.
«Venivo da Cerreto Alpi e non avevo visto praticamente niente del mondo. Non avevo mai visto un teatro e forse non sapevo neppure che esistessero i teatri. Mi sono trovato davanti a quel proscenio meraviglioso, con la bocca aperta e gli occhi sbarrati. La suora mi si è avvicinata e mi ha chiesto: "Ti piace?". Io ho risposto: "È bellissimo". E lei mi ha preso per mano e mi ha fatto salire sul palcoscenico».
Quell'esperienza è rimasta dentro di lui per tutta la vita. «Mi sembrava lunghissima, una città che continuava all'infinito. Ed è lì che ho capito qualcosa del teatro: le emozioni sono vere, ma la dimensione è una messa in scena».
Non è difficile cogliere la suggestione del momento. Ferretti racconta la meraviglia di un bambino davanti alla prospettiva del Teatro Olimpico mentre si trova in uno dei saloni più scenografici della Bassa. Intorno a lui, i telamoni dipinti sembrano sostenere la parte superiore delle pareti, le architetture illusionistiche moltiplicano lo spazio e le storie della Gerusalemme liberata si susseguono come le scene di un immenso teatro. Il passato raccontato e il luogo in cui viene raccontato sembrano per un momento sovrapporsi.
Da quell'antico stupore è nata anche l'idea dello spettacolo. «Io non so niente di teatro. Se devo immaginarmi su un palcoscenico a fare teatro, il mio problema fondamentale è: comparire o scomparire». Il teschio di Tancredi gli ha offerto un oggetto capace di dare forma a quella domanda.
Il disco che Ferretti non voleva fare e l'infarto che gli ha cambiato la prospettiva
A riportarlo al Teatro Olimpico è stata una telefonata di Ermanna Montanari, fondatrice con Marco Martinelli del Teatro delle Albe. Gli aveva chiesto di chiudere una rassegna teatrale a Vicenza. Ferretti aveva risposto che non possedeva nessuno spettacolo da proporre.
«Mi ha detto: "Tu sali sul palco, stai zitto, ti prendi gli insulti, fai quello che vuoi. Ma tu non puoi dirmi di no. Tu chiuderai la rassegna"».
E così ha cominciato a scrivere, immaginando di mettere insieme una pagina dopo ogni concerto dei CCCP, fino a costruire un racconto della propria vita. Ha coinvolto Simone Beneventi, percussionista di formazione accademica, e Luca Alfonso Rossi. Lo spettacolo doveva esaurirsi in una serata. Invece il pubblico lo ha accolto con entusiasmo.
«Il teatro era strapieno e, mentre lo facevamo, ci rendevamo conto che funzionava moltissimo. Subito quella sera sono arrivate diverse proposte per replicarlo. Io, naturalmente, ho detto: "Non se ne parla neanche. Lo spettacolo era solo per questa sera"».
Poi è arrivata la possibilità di una tournée, e a convincere Ferretti non è stato soltanto il desiderio di tornare sul palco.
«Quando dici di no a un concerto o a una tournée non togli soltanto un lavoro a te stesso. Togli il lavoro a due musicisti, ai tecnici, a Mauro. Non c'è solo il problema che io stia o non stia sul palcoscenico. Se io salgo sul palco, ci sono altre cinque persone che lavorano con me. Sono persone che devono vivere del proprio lavoro, e possibilmente vivere bene».
Lo spettacolo è cresciuto replica dopo replica, finché è arrivata anche l'idea di registrarlo. «Ogni sera lo spettacolo migliorava. Nei camerini i musicisti e i tecnici erano sempre più contenti. A un certo punto hanno detto: "Ma è troppo bello per rimanere soltanto fra noi. Dobbiamo registrarlo"».
Il risultato è Percuotendo, in cadenza, un lavoro che Ferretti considera profondamente collettivo e che nasce anche da una necessità personale: fare un bilancio della propria esistenza.
«Era una specie di confessione pubblica. Io non ho mai accettato davvero l'idea di essere un cantante. Mi ha sempre fatto schifo questa definizione. Se qualcuno mi dice "tu fai il cantante", a me si stringe il cuore. Però ho passato tutta la vita facendo il cantante, pur continuando a dire il contrario».
Da qui la decisione di raccontarsi attraverso le canzoni. «Una volta nella vita, prima di morire, facciamo finta che io faccia il cantante e raccontiamo questa storia».
Il riferimento alla morte non è soltanto una figura retorica. Ferretti racconta dell'infarto che lo aveva colpito prima della nuova stagione dei CCCP. «Avevo rischiato di morire e mi ero ritrovato a vivere di più. Mi ero salvato quasi per caso. Se fossi stato a casa, probabilmente sarei morto». Quella volta, invece, era stato portato al pronto soccorso di Venezia. «Mi sono salvato perché qualcuno mi ha portato in ospedale».
Per questo lo spettacolo è diventato un bilancio «dal fonte battesimale alla pietra tombale», come lo definisce. Un modo per guardare a ciò che è stato senza nascondere le contraddizioni. E la conclusione, nella quale torna tutta l'ironia di Ferretti, è questa:
«Sono qua a presentare un disco che non ho mai voluto fare e una tournée che non ho mai voluto fare, ma che sono molto contento di fare».
La nonna, il latino e le parole della preghiera
La nonna di Ferretti entra più volte nel pomeriggio di Gualtieri. È lei che gli insegnava le preghiere quando era bambino, in una famiglia nella quale si parlava abitualmente il dialetto.
«Io ho imparato le preghiere mentre imparavo a parlare. Le preghiere me le insegnava mia nonna. Noi normalmente in casa parlavamo il dialetto. Però le preghiere mi venivano insegnate in latino e mi veniva insegnata anche la traduzione in italiano. Per cui da bambino ero trilingue».
Il latino, così presente nel repertorio di Ferretti, non è quindi soltanto una lingua scelta per il suo valore musicale. È una lingua familiare, imparata prima ancora di essere compresa pienamente, legata alla memoria e alla fede.
«Poi mi sono dimenticato del latino, anche se dal mio punto di vista rimane una lingua affascinante, soprattutto dal punto di vista sonoro. Nel nostro mondo il latino continua a essere presente. Non lo senti più parlare, ma lo vedi scritto. E a me piace leggere le cose che sono scritte, leggerle ad alta voce».
Negli anni Ferretti ha recuperato anche la dimensione della preghiera. «Ho ricominciato a pregare in tarda età e ho ripreso a farlo così come mi era stato insegnato. Io dico le preghiere in latino. Canto volentieri quando incontro delle liturgie gregoriane, partecipo volentieri al canto liturgico. Fa parte di me. È una lingua che fa parte del mio vivere, proprio del mio vivere quotidiano».
È una delle tante riflessioni che sembrano arrivare quasi per caso e che invece spiegano molto della sua musica. La parola cantata e quella pregata appartengono alla stessa esperienza personale, e la voce che ha attraversato i CCCP e i CSI conserva anche la memoria del bambino che imparava le preghiere dalla nonna.
«Amandoti», Annarella e la memoria che tradisce
E sempre la nonna torna in uno dei racconti più sorprendenti del pomeriggio, quello sulla nascita di Amandoti.
Ferretti spiega di avere recentemente ricostruito per iscritto la storia di alcune canzoni. Tra queste c'era proprio Amandoti, e lui era convinto di ricordare perfettamente come fosse nata. Aveva scritto il racconto, soddisfatto del risultato, e lo aveva fatto leggere ad Annarella.
«Poi Annarella l'ha letto e mi ha detto: "Falso come Giuda!"».
Ferretti aveva protestato. «Scusa, Annarella, ma è così. È successo così». E lei: «No, non è successo assolutamente così!».
Il punto è che il suo ricordo non era falso. Era incompleto, perché aveva cancellato tutta la lunga gestazione della canzone, conservando soltanto il momento in cui finalmente aveva trovato una forma.
«Ho potuto verificare sulla mia pelle che la memoria è fatta di memoria, ma anche di io. Le cose che avevo scritto sulla nascita di Amandoti erano assolutamente vere, ma erano una piccolissima parte della storia».
Annarella aveva insistito per mesi perché scrivesse una canzone destinata a uno spettacolo. Ferretti aveva provato a lavorare su un tango, senza riuscire a trovare una soluzione soddisfacente.
«Quella canzone me l'aveva chiesta Annarella. Me l'aveva chiesta fino a esaurirmi. Voleva assolutamente una canzone perché stava montando uno spettacolo con Massimo e con Danilo, uno spettacolo che aveva come riferimento Gilda. Ci ho lavorato un casino, ma non ne venivo fuori. Annarella continuava a richiedermela e io continuavo a scrivere testi su testi, senza riuscire a trasformarli in una canzone».
Poi, un pomeriggio, a casa, mentre spazzava l'aia, gli era sembrato di rivedere la nonna alla finestra, dove era solita stare.
«Mi sono rivolto a lei, come se fosse davvero lì, e ho detto: "Cazzo, nonna, guarda come è andata a finire questa storia"».
Subito dopo aveva pensato che non esisteva neppure una canzone che potesse cantare alla propria nonna. E aveva cominciato a canticchiare qualcosa. «Era l'ultima rielaborazione di quell'infinità di parole che avevo scritto per Annarella, ma che non riuscivano mai a diventare una canzone».
Tornò in studio. Cercava una fisarmonica, ma non c'era. Utilizzarono una tastiera che ne imitava il suono. E così nacque Amandoti. O meglio, così si concluse una storia cominciata molti mesi prima, che Ferretti aveva dimenticato di raccontare.
«Quando ho ripensato alla sua nascita mi sono ricordato soltanto il finale, come se fosse nata così, in un dialogo tra me e mia nonna. Ma quella era soltanto la fine».
Da qui il riconoscimento, rivolto idealmente ad Annarella: «Devo confermare che Amandoti è una canzone che Annarella ha assolutamente voluto da me».
E poi il destino ha aggiunto un ultimo capitolo, imprevedibile anche per chi quella canzone l'aveva scritta. «Una volta nata, è stata bastardissima: era destinata a diventare una canzone cantata dagli hooligan negli stadi».
Un brano richiesto per uno spettacolo, faticosamente costruito, risolto attraverso il ricordo della nonna e diventato infine qualcosa di molto più grande delle intenzioni iniziali. Anche questa, in fondo, è una storia di creazione e di perdita del controllo sulle cose create.
«Zamboni è scientifico, io sono sciamanico»
Tra le tante vicende raccontate c'è sempre, sullo sfondo, il rapporto fra Ferretti e Zamboni. Due personalità artistiche differenti che hanno costruito insieme una parte importante della musica italiana e che oggi sembrano riconoscere con maggiore serenità proprio le differenze che le hanno accompagnate.
Ferretti le racconta con una battuta che è anche una dichiarazione d'affetto.
«Mi verrebbe da dire che Zamboni è più intelligente di me. Non perché sia necessariamente più intelligente, ma perché ha un modo di approfondire il mondo molto distante dal mio. È molto più razionale, molto più metodico. Io sono molto più d'impatto, mi lascio prendere, mi butto subito a rotolare per terra. Lui invece è più scientifico, più razionale, più logico. Per me è sempre stato indispensabile avere accanto Zamboni per pensare ai CCCP».
La diversità emerge perfino nel modo in cui sono nati i due album presentati a Gualtieri. «Il mio disco non l'ho pensato io. Io non avrei mai fatto questo disco. Mentre il disco di Massimo me lo immagino costruito in modo diverso: lui l'ha concepito fin dall'origine e poi, piano piano, lo ha costruito, gli ha dato una forma. Il mio è arrivato e basta. Non l'ho scelto io».
Poi arriva una definizione che sembra racchiudere la loro storia: «Zamboni è intelligente, metodico, segue le cose attraverso un pensiero che definirei scientifico. Il mio pensiero è religioso, sciamanico, un po' raffazzonato. Però sono attento alle cose che accadono».
Zamboni non contesta né conferma questa interpretazione. Offre invece la propria idea di quello che succede quando si scrive, si suona o si canta.
«Secondo me si tratta semplicemente di cercare di dare agli altri il meglio di sé. Io personalmente vorrei essere nella vita quotidiana così come sono quando scrivo, quando suono, quando canto. Invece la vita quotidiana ti porta su coordinate diverse».
E ancora: «Sento che quando scrivo, suono o canto entra in gioco qualcos'altro. Tutta una serie di piccole cose non conta più niente. Scatta qualcosa di un po' più alto. È molto appagante per me e vedo che lo è anche per chi è presente in quell'occasione».
Perfino lo spettacolo dentro la ger mongola, con appena venticinque spettatori per volta, diventa parte di questa ricerca. «Se ci pensate dal punto di vista produttivo o spettacolare, è un po' una follia. Come fai a sostenere economicamente uno spettacolo del genere, anche ripetendolo molte volte? Però lì dentro si crea qualcosa. E quel qualcosa è un innalzamento reciproco».
Gualtieri, Giovanna Daffini e quei sentieri che tornano a incontrarsi
Rimane un altro legame che riporta tutto al luogo in cui si svolge l'incontro. Quello fra Ferretti, Zamboni e Gualtieri non comincia con la presentazione dei due album. Risale almeno al 1992, quando i due musicisti vennero invitati a un'iniziativa dedicata a Giovanna Daffini, una delle grandi interpreti della canzone popolare italiana, nata a Villa Saviola.

A ricordarlo è Zamboni: «Abbiamo un rapporto molto lungo con Gualtieri. È cominciato insieme nel 1992, credo, quando il Comune ci convocò per un convegno e poi per un concerto dedicati a Giovanna Daffini».
La cantante aveva vissuto anche a Palazzo Bentivoglio, quando l'edificio era ben lontano dalle condizioni attuali. Ferretti e Zamboni scoprirono allora di condividere una passione per la sua musica.
«Giovanni per questioni di studio universitario, con Roberto Leydi come docente, io per passione personale. Erano gli anni in cui sentivamo che la cultura popolare e tutto ciò che riguardava la canzone e l'espressione popolare stavano scomparendo molto rapidamente. Cercavamo di aggrapparci agli ultimi residui di quel mondo».
Da quell'esperienza nacque anche Amata genitrice, un lavoro legato alle registrazioni di Giovanna Daffini. «Ci sentivamo, ci sentiamo e forse ci sentiremo ancora figli di quella Giovanna Daffini e della cultura che esprimeva».
Il ritorno a Gualtieri, dunque, non è una scelta casuale e nemmeno soltanto un omaggio alla suggestione del palazzo. È un altro passaggio di una storia che continua a tornare sui propri luoghi, sulle persone e sulle idee incontrate lungo il percorso.
Anche la vecchia etichetta I dischi del mulo, nata ai tempi dei CSI, torna a comparire nella produzione discografica di Ferretti. Un altro frammento di una storia che sembrava chiusa.
«È bello vedere questi sentieri che divergono e poi tornano a toccarsi, quasi miracolosamente».
E mentre il pomeriggio procede, il grande salone continua a fare da cornice. Gli affreschi raccontano battaglie, incontri e imprese lontane; sotto, due musicisti parlano di nonne, cavalli, figli, malattie, preghiere, canzoni e viaggi in Mongolia. La grande storia dipinta sulle pareti e le piccole storie personali raccontate a voce finiscono per appartenere allo stesso racconto.
«Mi ricordo di discorsi belli tondi e ragionevoli»
A Gualtieri si è parlato di tantissime cose. Della Mongolia, certamente, ma anche del bambino che scopre il teatro, della nonna che insegna a pregare in latino, di un cavallo amato e perduto, di un infarto, di una figlia appena nata, di un disco che non si voleva fare e di una canzone che Annarella ha dovuto reclamare per mesi prima che venisse scritta. Di un pubblico ritrovato dopo decenni, della paura di morire e della sorpresa di essere ancora vivi, di quanto sia importante conoscere le proprie radici e di quanto sia altrettanto importante accettare di non conoscerle completamente.
«Mi ricordo di discorsi belli tondi e ragionevoli».
Lo cantavano i CCCP in Trafitto. Allora quelle parole avevano qualcosa di ironico, forse persino di sprezzante, nei confronti di una ragionevolezza incapace di dare risposta alle inquietudini del presente. Quarant'anni dopo, nel Salone dei Giganti di Palazzo Bentivoglio, quei discorsi sembravano tornati, ma trasformati. Non erano necessariamente tondi, perché Ferretti ama le digressioni e Zamboni i ragionamenti che aprono continuamente nuove strade. E non erano neppure sempre ragionevoli, almeno secondo le regole della logica ordinaria: viaggi che cambiano una vita, tende acquistate otto ore prima che qualcuno ne cerchi una, gruppi musicali che rinascono quando tutti li credevano consegnati alla storia. Ma erano belli. Di quella bellezza che appartiene alle parole quando dietro ci sono una vita vissuta e qualcuno disposto ad ascoltarla.
Tutto si è svolto nel silenzio e nell'attenzione. Non si avvertiva la necessità di arrivare rapidamente alla prossima domanda, di ottenere una dichiarazione da mettere in evidenza o di interrompere una digressione per tornare al tema ufficiale della conferenza. Le digressioni erano il tema. Ferretti procedeva attraverso associazioni, immagini, improvvisi ritorni al passato. Zamboni ricostruiva percorsi, aggiungeva dettagli, apriva domande che riguardavano tutti. Uno incantava, l'altro incuriosiva. E insieme costruivano qualcosa che somigliava sempre meno a un appuntamento promozionale e sempre più a un incontro fra persone che avevano scelto di condividere il proprio tempo.
La conferenza stampa più interessante della mia vita
Alla fine il giornalista che conduceva l'incontro ha chiesto se qualcuno volesse fare domande. Nessuno ne ha fatte. Si era anche fatto tardi, certamente, ma soprattutto era difficile capire che cosa si sarebbe potuto aggiungere a un racconto che aveva attraversato così tanti territori dell'esistenza. La conferenza stampa si è conclusa e Giovanni Lindo Ferretti è sceso a fumare una sigaretta.
Anch'io avevo fretta. Dovevo rientrare e mi sono avviata verso l'uscita di Palazzo Bentivoglio. Mentre scendevo le scale continuavo a ripensare a quello che avevo appena ascoltato. Non ai due dischi, almeno non soltanto. Pensavo alla generosità con la quale Ferretti e Zamboni avevano raccontato le proprie vite, al modo in cui erano passati dalla musica alle persone amate, dai ricordi dell'infanzia alla morte, dalle separazioni alle riconciliazioni. E mi sono sorpresa a formulare un pensiero molto netto: questa è stata la conferenza stampa più interessante della mia vita.
Pochi istanti dopo, uscendo dal palazzo, mi sono trovata davanti Ferretti, che stava fumando. A quel punto mi è sembrato naturale dirglielo.
«Questa è stata la conferenza stampa più interessante della mia vita».
Mi ha guardata, sorridendo. Ho aggiunto: «E per farti capire qual è stata la seconda, era quella con Muhammad Yunus, il banchiere dei poveri, premio Nobel».
Ferretti ha sorriso ancora e ha abbozzato qualche battuta sull'economia. Non ricordo le parole esatte e forse non ha importanza. Ricordo invece quello che volevo dirgli. Non era un complimento di circostanza, né l'entusiasmo di una fan davanti a un musicista che ha amato. Era qualcosa che aveva a che fare con il valore di ciò che aveva appena condiviso e con la sensazione che una capacità simile di raccontare, collegare e dare significato alle cose fosse un bene prezioso.
L'ho guardato negli occhi e gli ho detto: «Abbi cura di te, perché il mondo ha bisogno del tuo genio». Non mi aspettavo una risposta, tantomeno un gesto. Ferretti, invece, si è avvicinato e mi ha abbracciata, con una spontaneità che mi ha sorpresa. Ci siamo salutati così, con un abbraccio e un bacio.
È stato un gesto semplice, senza alcuna solennità, e proprio per questo mi è sembrato perfettamente coerente con il pomeriggio appena trascorso. Per ore avevamo ascoltato racconti di incontri capaci di cambiare il corso delle vite, di parole che acquistano significati diversi con il passare del tempo, di canzoni che nascono per una ragione e finiscono per rappresentarne un'altra. E poi, fuori da Palazzo Bentivoglio, un breve scambio fra una giornalista che doveva tornare a casa e un musicista sceso a fumare una sigaretta.
Nel Salone dei Giganti era mancato soltanto il fuoco attorno al quale scaldarsi le mani. Ma forse, a pensarci, quel fuoco c'era stato per tutto il pomeriggio, alimentato dalle parole. E aveva continuato a bruciare anche fuori, sotto i portici di Gualtieri.
Una continua assegnazione di significati.
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