San Felice, Alessandra Matteuzzi uccisa dall’ex, condannati gli hater: «Hanno trasformato la vittima in carnefice»
Non è bastato che Alessandra Matteuzzi venisse assassinata sotto casa, a Bologna, dall'uomo che aveva denunciato per stalking. Dopo la sua morte, sui social network si è scatenata un'altra forma di violenza, fatta di insulti, giudizi sulla sua vita privata e accuse che arrivavano a suggerire che, in qualche modo, fosse stata lei a provocare la tragedia.
Adesso quelle parole sono finite al centro di una sentenza del Tribunale di Bologna che va ben oltre la condanna per diffamazione. La giudice Nicolina Polifroni, nelle motivazioni rese note il 17 ottobre, descrive un meccanismo preciso: quello attraverso il quale la donna assassinata è stata trasformata, agli occhi degli utenti dei social, nella responsabile della propria morte.
La vicenda riguarda da vicino anche la Bassa modenese. Giovanni Padovani, l'uomo che il 23 agosto 2022 uccise Alessandra Matteuzzi, aveva infatti lavorato come allenatore di calcio a San Felice sul Panaro ed era stato anche in prova al Carpi. Un passato sportivo locale che SulPanaro aveva ricostruito seguendo le diverse fasi del procedimento giudiziario.
Padovani, all'epoca ventisettenne, è stato condannato in via definitiva all'ergastolo per l'omicidio dell'ex compagna, che aveva 56 anni.
Dopo il femminicidio, gli insulti contro Alessandra sui social
La nuova vicenda giudiziaria nasce dalla decisione della famiglia Matteuzzi di non lasciare impuniti i commenti pubblicati sui social dopo l'assassinio.
Alessandra era stata uccisa con una violenza devastante: calci, pugni, colpi di martello e una panchina utilizzata per infierire su di lei. Aveva già denunciato l'ex compagno per stalking.
Eppure, mentre l'Italia si interrogava su come fosse stato possibile arrivare a un simile delitto, alcuni utenti dei social avevano scelto di mettere sotto accusa proprio la donna.
Il bersaglio principale era la differenza d'età nella relazione. Alessandra aveva 56 anni, Padovani 27. Per alcuni commentatori, quella distanza anagrafica era diventata il pretesto per giudicarne il comportamento, la moralità e le scelte sentimentali.
La sorella Stefania Matteuzzi e i due figli di quest'ultima, assistiti dagli avvocati Chiara Rinaldi e Antonio Petroncini, avevano deciso di denunciare gli autori dei commenti offensivi.
Il procedimento si è concluso lo scorso luglio con la condanna di quattro imputati, tre donne e un uomo, per diffamazione aggravata. Ora le motivazioni chiariscono le ragioni di quella decisione.
La giudice: una visione patriarcale che colpevolizza le donne
Nelle motivazioni, la giudice Nicolina Polifroni individua nei commenti una concezione delle relazioni sentimentali che attribuisce agli uomini e alle donne ruoli rigidamente definiti.
La differenza d'età tra Alessandra e Giovanni Padovani sarebbe stata utilizzata per rappresentare la donna come una figura manipolatrice, capace di condizionare il compagno più giovane, fino a far apparire il suo assassino come una persona da comprendere o addirittura giustificare.
Il Tribunale parla di «esternazioni contrarie ad ogni senso di umanità», riconducendole a una visione patriarcale delle relazioni.
Il passaggio più significativo riguarda proprio il rovesciamento delle responsabilità: i commenti, secondo la giudice, hanno finito per «trasformare la vittima in carnefice».
Una dinamica particolarmente grave perché si è sviluppata quando Alessandra non poteva più difendersi. La donna era stata assassinata e il suo ricordo veniva sottoposto a un processo pubblico, nel quale sconosciuti pretendevano di giudicare la sua vita, le sue relazioni e le sue decisioni.
La sentenza riconosce così il carattere diffamatorio di quei messaggi, respingendo la loro riconducibilità alla semplice libertà di opinione.
Quattro condanne e risarcimenti alla famiglia
La sentenza pronunciata a luglio ha stabilito pene pecuniarie nei confronti dei quattro imputati.
A queste si aggiungono i risarcimenti riconosciuti ai familiari della vittima: ciascun condannato dovrà versare 5mila euro alla sorella Stefania e 3mila euro ai due nipoti.
Nel complesso, sono dunque 32mila euro i risarcimenti disposti in favore dei tre familiari, oltre alle pene pecuniarie.
La giudice ha riconosciuto la sofferenza morale provocata dalla diffusione dei commenti, emersa anche durante le deposizioni della sorella e dei nipoti, chiamati a rivivere pubblicamente non soltanto l'omicidio, ma anche le umiliazioni inflitte alla memoria di Alessandra.
Per la famiglia si è trattato di affrontare un secondo percorso giudiziario, distinto da quello per il femminicidio, per ottenere il riconoscimento di un principio essenziale: essere vittima di un delitto non significa perdere il diritto al rispetto della propria dignità e della propria memoria.
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Stefania Matteuzzi: «Questa sentenza andrebbe insegnata nelle scuole»
A volere con determinazione questo processo è stata soprattutto Stefania Matteuzzi, la sorella della vittima.
In un'intervista al Resto del Carlino, Stefania ha raccontato il dolore di aver visto Alessandra insultata e denigrata dopo essere stata assassinata.
Ha spiegato di aver scelto di denunciare perché quelle parole rappresentavano un'ulteriore violenza nei confronti della sorella e della famiglia.
La decisione del Tribunale, secondo Stefania, ha anche un valore educativo. La sentenza dovrebbe essere letta nelle scuole, non soltanto per insegnare ai giovani quali conseguenze possano avere i commenti pubblicati sui social, ma anche per comprendere i meccanismi culturali che alimentano la violenza contro le donne.
La sorella ricorda Alessandra come una persona allegra, affettuosa, capace di riempire di amore la vita dei familiari. Un'immagine lontanissima da quella costruita dagli sconosciuti che, dietro uno schermo, avevano preteso di giudicarla.
Da San Felice a Bologna: una vicenda che SulPanaro ha seguito fin dall'inizio
La storia di Giovanni Padovani aveva suscitato attenzione anche nella Bassa modenese per i suoi trascorsi calcistici.
L'ex calciatore aveva infatti svolto attività di allenatore a San Felice sul Panaro ed era stato in prova al Carpi. Il suo percorso sportivo era stato ricostruito anche da SulPanaro, che aveva seguito le tappe del processo per l'omicidio di Alessandra Matteuzzi.
Già nel novembre 2024 il nostro giornale aveva raccontato il procedimento d'appello, nel quale la difesa di Padovani aveva chiesto nuovi accertamenti sulle sue condizioni psichiatriche. La questione della capacità di intendere e di volere era stata uno dei temi del processo. La condanna all'ergastolo è poi diventata definitiva.
Nel luglio di quest'anno SulPanaro è tornato sulla vicenda per raccontare la condanna degli utenti che avevano infangato la memoria della donna.
Le motivazioni rese note adesso aggiungono un elemento fondamentale: chiariscono perché quei commenti non possano essere considerati semplici opinioni, ma costituiscano una forma di aggressione alla dignità della vittima e di ulteriore sofferenza per i suoi familiari.
Quando la violenza continua anche dopo la morte
Il processo ai quattro hater mette in evidenza un fenomeno che accompagna frequentemente le cronache dei femminicidi: il tentativo di cercare nella vita della donna una spiegazione o una giustificazione per la violenza subita.
L'età, l'abbigliamento, la vita sentimentale, la decisione di interrompere una relazione diventano così elementi utilizzati per spostare l'attenzione dal comportamento dell'assassino a quello della vittima.
È il meccanismo della colpevolizzazione della vittima, che può tradursi in una forma di vittimizzazione secondaria e che, nel caso di Alessandra Matteuzzi, ha prodotto conseguenze giudiziarie concrete per chi ha pubblicato le offese.
Quattro anni dopo il femminicidio, la giustizia è intervenuta anche sulle parole utilizzate per raccontarlo e commentarlo.
Giovanni Padovani sta scontando l'ergastolo per avere ucciso Alessandra. Quattro altre persone sono state condannate per averne offeso la memoria.
La responsabilità dell'omicidio resta una sola, quella dell'assassino. La sentenza di Bologna ricorda però che anche le parole possono prolungare la violenza, colpendo una vittima perfino dopo la morte e continuando a ferire chi le voleva bene.
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