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04 Giugno 2026
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La storia di Cinzia Minozzi, di Camposanto: da infermiera a paziente Covid: “Non è stato facile, ma ho vinto il virus”

MIRANDOLA – La storia di Cinzia Minozzi è una di quelle vicende che lasciano il segno: non tanto per l’eccezionalità dell’accaduto, quanto per la “quieta grandezza” di chi l’ha affrontato. In effetti, Cinzia, 48 anni, mirandolese originaria di Camposanto e coordinatrice infermieristica dell’Ospedale di Comunità di Novi di Modena, è, a giusto titolo, uno dei simboli di questa fase tumultuosa chiamata “pandemia di Covid 19”. Già, perché Cinzia, il virus, l’ha combattuto (e lo sta combattendo) due volte: da febbraio a ottobre, nelle corsie dell’ospedale, è stata impegnata in prima linea nella cura dei pazienti, prestando come tutti i colleghi sanitari un servizio imperterrito e di grande qualità. Proprio durante la scorsa primavera, il suo volto era diventato noto alle cronache locali, che avevano diffuso una sua foto nel corso del turno ospedaliero. Visiera, mascherina e tuta protettiva non avevano potuto nascondere i suoi occhi stanchi, ma sorridenti, che, al di là dei dispositivi di protezione, trasmettevano un infinito senso di umanità. La seconda battaglia di Cinzia contro il Covid è invece cominciata qualche settimana fa, quando l’infermiera mirandolese ha scoperto di essere positiva al tampone. Da lì, il decorso è stato piuttosto rapido e acuto: dopo i primi sintomi, gestibili a domicilio, il quadro clinico è evoluto verso un veloce peggioramento, tanto da richiedere il ricovero presso il dipartimento di medicina d’urgenza del Policlinico di Modena. Oggi Cinzia sta meglio e, ormai ritornata a casa, ci ha rilasciato un’intervista in cui ha raccontato della propria esperienza nella lotta al virus. Buongiorno Cinzia, innanzitutto come sta? Molto meglio, grazie. La mia convalescenza sta procedendo bene: non è stato facile, ma ormai il peggio è passato. Ripercorriamo in ordine cronologico le fasi dell’emergenza Covid da febbraio a oggi. Come ha vissuto i primi mesi della pandemia? Nessuno di noi si sarebbe mai aspettato quello che stiamo vivendo oggi. Come è stato detto diverse volte, ci siamo trovati di fronte a un palloncino che ci è esploso in faccia all’improvviso. All’epoca, ero coordinatrice infermieristica della pediatria del Santa Maria Bianca e, come tutti i colleghi, mi sono trovata a dover gestire una situazione inedita. Incalzati da un virus ancora sconosciuto e disorientati dai protocolli che cambiavano sempre, abbiamo cercato di far fronte, al meglio delle nostre possibilità, allo tsunami che ci stava di fronte. In primavera, la scarsità dei tamponi e le iniziali difficoltà nella diagnosi hanno fatto sì che tante persone non giungessero all’attenzione dei sanitari. Siamo stati fortunati perché Mirandola, nel campo della ventilazione polmonare, è sempre stata un’eccellenza: i caschi respiratori sono un “prodotto locale”, quindi il personale dell’ospedale li sapeva utilizzare già da molto tempo. Il distretto biomedicale è stato (ed è) una risorsa preziosissima nella gestione dell’emergenza. Con la fine del lockdown e l’arrivo dell’estate sembrava che l’emergenza fosse stata superata. A questo proposito, voi sanitari che impressione avevate? Certamente con l’estate i casi sono diminuiti in maniera drastica, anche se non si sono mai annullati. Avevamo acquisito maggiore dimestichezza nella gestione della patologia, quindi la situazione era diventata più sostenibile. Eravamo tuttavia assolutamente sicuri del fatto che, in autunno, l’epidemia sarebbe tornata a ruggire. Il Covid è un virus, e, come tutti i virus, attecchisce più facilmente nel corso della stagione fredda. Veniamo all’autunno. Vi siete resi immediatamente conto che la curva epidemiologica si sarebbe impennata nuovamente? Non avevamo dubbi. Purtroppo il contagio si è diffuso rapidamente anche nelle case di riposo: l’ASL ha diramato i protocolli e ha fornito agli operatori di queste strutture i dispositivi di protezione, ma il virus è veramente subdolo. Basta il minimo errore, la minima svista e il virus attecchisce. Cinzia, la sua seconda battaglia contro il Covid è iniziata nei primi giorni di novembre. Come sono andate le cose? Il primo novembre sono stata a pranzo dai miei genitori. Già dal giorno successivo, mio padre ha cominciato ad avvertire sintomi quali febbre e tosse. L’abbiamo immediatamente posto in isolamento e pochi giorni dopo abbiamo ottenuto il risultato del tampone: era positivo. Papà se l’è cavata abbastanza bene, ma nel frattempo io e mia madre abbiamo cominciato a sviluppare tosse e febbre (nel caso della mamma, anche piuttosto alta). Ho cercato dapprima di seguire le cure a casa, ma poi si è reso necessario il ricovero in ospedale. Sono passata per il Pronto Soccorso di Mirandola, tuttavia i medici hanno ritenuto opportuno spostarmi a Modena, presso la medicina d’urgenza: qui mi hanno aiutato a ventilare con il casco respiratorio e, in pochi giorni, sono migliorata. Com’è vivere sulla propria pelle la malattia quando per lungo tempo si è cercato di aiutare gli altri a combatterla? La consapevolezza dà maggiore tranquillità o paura? In certi momenti ho avuto paura. Conosco i parametri, quindi mi rendevo conto che la situazione stava peggiorando: la sensazione era un po’ quella di “speriamo che me la cavo”. Ho trovato però dei medici eccezionali, che mi hanno curata con indiscutibile professionalità. Da ogni parte, ho ricevuto umanità e sostegno e questo è stato fondamentale. Un ringraziamento particolare va al mio medico di base, che ogni sera mi invia un messaggio per sapere come sto. La trovo una premura straordinaria. Lei è una professionista del settore sanitario. In quanto tale, cosa pensa della gestione organizzativa dell’emergenza? Si è fatto il possibile. Sul nostro territorio, collaborano medici di famiglia, USCA e ospedali: si tratta di una rete formidabile, che ha fatto e sta facendo tanto. Bisogna cercare di curare il più possibile le persone a casa e, in caso non sia sufficiente, procedere per “step”. L’ospedale di Mirandola è un’eccellenza nella gestione delle fasi meno acute, mentre il Policlinico di Modena o l’ospedale di Baggiovara sono all’avanguardia nell’ambito della terapia intensiva. La rianimazione è un reparto complesso, che richiede anni di formazione: è giusto che vi operino centri di massimo livello. Cinzia, due foto inquadrano pienamente la sua battaglia: la prima, iconica, con visiera e tuta di protezione, la seconda, con il casco respiratore. Due lati della barricata: l’operatrice sanitaria e la paziente. La foto non voleva spaventare nessuno, voleva essere un monito. Occorre essere attenti, perché contagiarsi è facilissimo. Io sono stata estremamente scrupolosa: ho rispettato alla lettera le regole, tante volte evitavo anche di bere o di usufruire della toilette per evitare di togliere la tuta di protezione. Però mi è successo lo stesso: mi sono contagiata e il virus mi ha colpito con forza. Non ci sono scorciatoie, tutti dobbiamo prestare la massima attenzione alle regole: ne usciremo, ma tutti dobbiamo fare la nostra parte. Da canto nostro, noi sanitari, stiamo dando il massimo.

 

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