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21 Luglio 2026
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Ebola, identikit del virus Bundibugyo: storia di un nome che fa discutere

(Adnkronos) - "Scoperta una nuova specie del virus Ebola". Era il 21 novembre 2008 quando un team di scienziati degli statunitensi Centers for Disease Control and Prevention (Cdc) di Atlanta, dell'Uganda Virus Research Institute, del ministero della Salute ugandese e dell'americana Columbia University annunciava al mondo - con una pubblicazione sulla rivista open access 'PLoS Pathogens' - di aver identificato e caratterizzato il patogeno responsabile esattamente un anno prima (novembre 2007) di una misteriosa epidemia di febbre emorragica nell'Uganda occidentale. Il focolaio aveva causato una quarantina di morti e i casi erano concentrati nei comuni di Bundibugyo e Kikyo, nel distretto di Bundibugyo. Inizialmente vennero raccolti 29 campioni di sangue da casi sospetti e inviati in due spedizioni aeree ai Cdc per le analisi.  

 

La presenza di un'infezione acuta da ebolavirus fu rilevata in 8 campioni utilizzando un test ampiamente reattivo, noto per reagire in modo crociato con le diverse specie di ebolavirus. Quei campioni, però, erano inizialmente risultati negativi quando furono sottoposti in tempo reale ad altri test altamente sensibili e specifici per tutti gli ebolavirus e marburgvirus allora conosciuti. Tanto che gli stessi esperti nello studio raccontano: "La natura unica di questo virus ha inizialmente creato delle difficoltà per i test diagnostici tradizionali e gli approcci di sequenziamento del genoma". Incuriositi, gli scienziati decidono di guardare a fondo nel Dna del virus e, usando un approccio che era stato sviluppato di recente, in "meno di 10 giorni" riescono a determinare rapidamente la sequenza di oltre il 70% del genoma virale. Un primo passo cruciale che porterà da un lato al rapido sviluppo di un test sensibile da impiegare sul campo nella risposta all'epidemia; dall'altro al completamento del sequenziamento dell'intero genoma e alla scoperta della nuova specie di virus Ebola. Una specie che differiva "per oltre il 30% a livello genetico dalle altre specie di virus Ebola conosciute", e che allora venne "provvisoriamente denominata Bundibugyo ebolavirus".  

Un nome che resterà in realtà immutato negli anni, non senza qualche 'mal di pancia' della popolazione ugandese che soffre la scelta di legare geograficamente a una località del proprio Paese il virus che ora, nel maggio 2026, sta tenendo il mondo con il fiato sospeso per via della maxi epidemia esplosa nella Repubblica Democratica del Congo (con casi inizialmente di importazione segnalati in un secondo momento anche in Uganda). "Bundibugyo è troppo bello per essere il nome di una malattia. Dobbiamo riprenderci il suo nome da questa follia. Chi dobbiamo citare in giudizio? L'Oms?", si chiede ad esempio Alan Kasujja, executive director dell'Uganda Media Centre, in un post su X.  

E non è l'unico a pensarla così. "Ora tutto il mondo cerca Bundibugyo e, invece di trovare il Parco nazionale di Tooro Semliki, le sorgenti termali e il Rwenzori, trova il virus Ebola che è in Congo, non a Bundibugyo. Vergogna!", tuona sempre su X Ron Kazooba Kawamara, Ceo del gruppo di investimento Hugamara di base nella capitale ugandese Kampala. Il distretto in questione, a meno di 400 km da Kampala, si trova nell'Uganda occidentale, lungo il Rift Albertino. Piantagioni di cacao, natura incontaminata, e panorami che spaziano dalle cime del Rwenzori, le antiche 'montagne della Luna', al verde delle foreste afromontane, fino alla 'vaporosa' area dei geyser e delle sorgenti termali.  

E adesso, da posto ricco di bellezze naturali, per quanto poco conosciuto magari dall'altro lato del pianeta, Bundibugyo diventa di punto in bianco un argomento 'trending topic' su tutti i social per via del nome di un virus responsabile di un'epidemia letale: questa parabola ovviamente non piace al popolo ugandese.  

Si teme lo stigma. "Nel 2015 - ricorda ancora Kasujja - l'Oms ha pubblicato delle linee guida per la denominazione delle nuove malattie infettive nell'uomo, concepite per minimizzare gli effetti negativi non necessari su nazioni, economie e persone. Questa decisione avrebbe dovuto essere applicata retroattivamente alle malattie i cui nomi erano già stati stabiliti". Come il virus Bundibugyo, "che per fortuna molti non sanno pronunciare" e che "è stato scoperto nel 2007", aggiunge. Del resto anche il nome Ebola contiene un riferimento geografico al fiume congolese nelle vicinanze del quale si verificarono i primi casi. E la specie di ebolavirus più diffusa si chiama proprio Zaire (il vecchio nome dell'attuale Repubblica Democratica del Congo), così come il virus Sudan - un'altra specie di ebolavirus - si chiama in questo modo perché intercettato per la prima volta in Sud Sudan. Insomma, corsi e ricorsi 'geografici'.  

 

Fortunatamente, da quel lontano novembre 2007, il Bundibugyo - una delle 6 specie di Orthoebolavirus conosciute - si è fatto vivo solo un'altra volta, nel 2012, prima di oggi. Questo virus, come ricordano gli esperti in un focus su 'Bmj', ha causato infatti solo due focolai precedentemente riconosciuti. Emma Thompson, professoressa di Malattie infettive e direttrice del Mrc-University of Glasgow Centre for Virus Research, spiega che l'epidemia ugandese del 2007-2008 portò a 131 casi segnalati e 42 decessi, con un tasso di mortalità del 34-40%. Mentre il secondo focolaio, quello del 2012, si è verificato a Isiro, Repubblica Democratica del Congo, con 38 casi confermati in laboratorio e 13 decessi, sebbene i rapporti sull'epidemia, fra casi probabili e sospetti, abbiano riportato totali più elevati. "Queste cifre sono inferiori ai tassi di mortalità osservati in molte epidemie causate dal virus Ebola, ma sono comunque estremamente gravi. La malattia da virus Bundibugyo - conclude Thompson - non è un'infezione lieve".  

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