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07 Novembre 2026
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Fatima Bouchtouch, da Mirandola a Italia’s Got Talent:” Dobbiamo ancora spiegare che nazionalità, cultura e religione sono tre concetti diversi, non sinonimi”

MIRANDOLA - Fatima Bouchtouch, 27 anni, mirandolese, genitori marocchini. Splendida come le principesse de "Le mille e una notte", viscerale e con le idee chiare. Fatima è una giovane donna a cavallo tra due mondi, tra due culture. La sua partecipazione al talent show Italia's Got Talent - in onda su Sky -  e la poesia (da lei composta) che ha scelto di recitare, ha emozionato e commosso i giudici del programma, la sua mamma dietro le quinte e la maggior parte del pubblico a casa. Fatima, sei nata a Mirandola da genitori marocchini: quanto ha influito sulla tua vita avere una doppia cultura? Nascere in un contesto poliglotta e multiculturale ti permette di sviluppare un forte senso critico e ti obbliga a dialogare con te stessa fin dalla tenera età. Questo influisce sul modo di approcciarsi alla realtà. E’ come avere più chiavi per aprire le porte del mondo. Sicuramente si incontrano diverse difficoltà all’inizio, ma questo è normale: riuscire a trovare l’equilibrio richiede tempi lunghi e diverse battaglie personali. La necessità di costruirsi una propria identità che non cancelli né sovrasti nessuna delle due culture madri non è un lavoro semplice. Inoltre, non sempre si è circondati da persone capaci di rivedersi e rispecchiarsi nel tuo percorso. Proprio per questo è giusto parlarne e dialogare. Il mio intento non è mai quello di fare la morale, ma di fare luce sugli angoli rimasti al buio. E’ un nostro dovere fin quando vivremo determinate condizioni sociali. Dalla provincia modenese hai deciso di trasferirti a Birmingham: perché hai scelto l’Inghilterra? L’Inghilterra è stata un caso. Non avevo mai considerato l’opzione di trasferirmici, ma in quel periodo avevo un disperato bisogno di trovare lavoro e casualmente sono incappata in un’offerta lavorativa a Birmingham. Così sono partita e ho lavorato tre anni prima di riprendere gli studi. Che rapporto hai avuto con Mirandola, conti di tornarci prima o poi? Con Mirandola ho un rapporto complicato: rimane pur sempre casa mia, ma non la sento adatta alle mie ambizioni o al mio tipo di mentalità. Tuttora custodisco molte memorie legate a quel luogo, ma non credo che tornerei a viverci. Sono un’amante delle città grandi, delle metropoli e delle sfide giornaliere. I centri più piccoli non mi regalano abbastanza stimoli, ma questo si applica a Mirandola come ad altri posti. Ami molto leggere e scrivere, qualche anno fa hai pubblicato la raccolta di poesie “Come alberi”. Come è nata in particolare la passione per la scrittura? Ho cominciato amando molto la lettura. Sono la primogenita e ho dovuto faticare di più in prima elementare, perché pur essendo nata in Italia, l’italiano mi era nuovo. I miei genitori parlavano ancora prevalentemente arabo e il mio lessico italiano era limitato. Questo mi faceva sentire inferiore e mi provocava un forte senso di rivalsa. Volevo eccellere nella cosa per cui venivo sminuita. Divoravo i libri perché mi insegnavano ciò che avevo bisogno di imparare e mi permettevano di viaggiare con la mente, scoprire mondi nuovi, passati e futuri. Come conseguenza ho cominciato a scrivere, prima su un diario segreto a cui confidavo le mie piccole avventure, poi nei temi scolastici e infine su blog e social media. Col tempo, ho capito che la qualità più importante di uno scrittore è saper raccontare con trasparenza, non temere la censura e non avere vergogna di ciò che prova dentro. Riuscire a esportare le proprie emozioni e i propri pensieri è terapeutico per chi scrive e per chi legge. Il regista Suranga Katugampal ha dichiarato che “i figli d’immigrati crescono in fretta, perché rappresentano una forma di mediazione”. Ti trovi d’accordo con questa affermazione? Concordo in pieno. Doversi confrontare e analizzare fin da molto giovani porta la mente a compiere un lavoro interiore che non sempre accade a quell’età. Si tende a sviluppare una sensibilità più profonda e a maturare pensieri inversamente proporzionale ai pochi anni vissuti. Questo è molto importante, perché ci porta ad essere il primo punto di incontro tra due mondi, dei ponti e una fonte di comunicazione fondamentale. Proprio con Mirandola (e con la tua nascita) inizia la poesia che hai scelto di recitare al talent show Italia’s Got Talent. Per chi non avesse ancora visto la tua esibizione, cosa racconta? Ringrazio molto per questa domanda. Purtroppo, alcune persone non hanno colto il vero significato della poesia e l’hanno interpretata come un attacco all’Italia. Io sono anche italiana e non ho interesse a “sputare nel piatto dove ho mangiato”. Spesso quando si parla di immigrazione o di immigrati, si tende a considerare il prototipo dell’uomo giovane che “invade” il paese e diventa un problema. Anche questa una generalizzazione pericolosissima. Pochissime volte viene presa in considerazione la figura della donna in generale, figuriamoci della donna immigrata. Non le si dà voce, non si prova a empatizzare con tutte queste ragazze (molte erano davvero delle ragazzine quando sono arrivate in Europa) che si sono ritrovate a fare i conti con una realtà totalmente sconosciuta. Io ho voluto semplicemente raccontare la mia storia che comincia con quella di mia madre, straniera in una nazione che ancora non le era familiare. Ho voluto sottolineare l’importanza di dover colmare il divario linguistico e quanto, oggi più che mai, sia importantissimo investire nella figura dei mediatori culturali. Mi interessa raccontare come sono arrivata qua, a padroneggiare così bene una meravigliosa lingua che sembrava aramaico alle orecchie di mia mamma mentre mi metteva al mondo. Desidero spiegare che è vero che non tutti gli italiani sono così, è vero che vivere qui ci ha permesso di godere di una buona istruzione gratuita, di un sistema sanitario gratuito e di possibilità che probabilmente non avrei avuto se fossi nata altrove, ma c’è anche un’altra faccia della medaglia. Viviamo in un paese che ancora non riconosce la cittadinanza per ius solis ai figli di immigrati che nascono qui e che si ritrovano stranieri dopo una vita trascorsa nel paese che li ha visti gattonare, imparare a camminare, a scrivere e a leggere. Siamo parte attiva di un sistema che non ci vede come tali e non ci riconosce sempre. Dobbiamo ancora spiegare che nazionalità, cultura e religione sono tre concetti diversi, non sinonimi. E sì, dobbiamo anche spiegare che nessuno ha il diritto di insultarci o negarci un posto di lavoro solo per il colore della pelle o perché preghiamo un Dio diverso, o non preghiamo proprio. L’Italia ha una storia di immigrazione recente, se comparata agli altri paesi europei e l’intolleranza è una delle problematiche che devono essere affrontate. Io sono una donna in un mondo che non sempre è gentile con le donne. Sono musulmana in un mondo che conosce poco di Islam. Sono figlia di marocchini in un paese che utilizza “marocchino” come un insulto. Sono giovane in un paese che ruba il futuro dei giovani giorno per giorno. Il minimo che posso fare è parlarne. Come sei arrivata alla scelta di partecipare a un talent show e perché proprio Italia’s Got Talent? Non avevo mai pensato di partecipare ad alcun tipo di Talent, anche perché penso che la slam poetry sia qualcosa di nuovo in Italia e non molti sono capaci di coglierne l’efficacia e la natura. Parlando con un’amica, lei mi ha detto che per far sì che questo cambi, bisogna buttarsi e rischiare. Poi mi ha suggerito di inviare alcuni miei video di spoken word alla preselezione di Italian's Got Talent 2020 e così ho fatto. Oggi le sono molto riconoscente e colgo quest’occasione per dire che avere intorno persone che credono in noi e ci appoggiano può risultare decisivo per il nostro futuro, in generale. Cosa pensi dell’intervento di Federica Pellegrini? Con tutto il rispetto che nutro nei confronti della campionessa italiana, non credo che abbia colto il mio messaggio. Forse ho sbagliato io nell’esprimermi o forse è un vissuto che non la tocca direttamente,  dunque ha faticato ad immedesimarsi. Nella mia poesia non vi è alcun accenno alla generalizzazione e ho anche concluso spiegando che credo nel dualismo della mia realtà personale e questo coinvolge anche l’Italia. Se, per esempio, avessi raccontato l’esperienza di un ipotetico abuso ricevuto da un uomo, avrebbe risposto dicendomi che non tutti gli uomini sono così? E’ ovvio che non tutti sono così, ma quella è la storia di una persona e al di là delle nostre singole sofferenze ed esperienze, bisognerebbe sempre provare rispetto per il dolore altrui. Mi è dispiaciuto, perché ha confermato che c’è ancora molto lavoro da fare e molto da spiegare. Siamo stati tutti vicini al movimento Black Lives Matters che trattava proprio di discriminazione, nonostante accadesse in un paese lontanissimo dal nostro, eppure di fronte agli atti di discriminazione della nostra realtà, fingiamo di non vedere o, peggio ancora, sminuiamo. E’ questo che mi fa rabbia e tristezza più di qualsiasi altra cosa: sminuire un problema, perché é il primo passo per renderlo ancora più grande di quel che è.  

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