Oliver Stone a SulPanaro: «Abbiamo bisogno di più verità». Da JFK al Vietnam, il regista che non si accontenta della versione ufficiale
FERRARA – Gli abbiamo chiesto quale fatto della storia sceglierebbe oggi per spiegare ai ragazzi il momento che stiamo vivendo. Una domanda nata quasi inevitabilmente davanti a Oliver Stone, uno dei registi che più di altri ha costruito la propria carriera interrogando la storia invece di limitarsi a metterla in scena.
La risposta è stata prudente, quasi spostata di lato rispetto alla domanda. Stone non ha indicato un episodio, una guerra, un assassinio, una crisi politica. Ha scelto una parola: verità.
«Direi che, in questo momento, qualsiasi forma di verità sarebbe appropriata. Abbiamo bisogno di più verità. Abbiamo bisogno anche di più inchiesta, e questo riguarda i media così come i registi». Poi ha aggiunto che vede emergere buoni esempi, ma che il mondo è in una situazione di stallo e che, almeno negli Stati Uniti, i cineasti hanno possibilità molto limitate di esplorare. «Ma ci sono sempre nuovi lavori, nuove svolte. E le mie speranze sono riposte nella nuova generazione».
Non è una risposta spettacolare. Non è neppure una risposta da slogan. È però una risposta molto Stone.
Il regista americano è a Ferrara per la rassegna che la città gli dedica fino al 18 ottobre, con una retrospettiva della sua filmografia, incontri pubblici e proiezioni. In questi giorni riceve anche la cittadinanza onoraria del Comune e, l’8 ottobre, la laurea honoris causa dell’Università di Ferrara.
Ma per capire perché quella parola, verità, conti così tanto nella risposta di Stone bisogna tornare indietro e guardare il suo cinema. Non tanto come un catalogo di film politici, quanto come un lungo esercizio di diffidenza verso le narrazioni già confezionate.
Stone ha sempre avuto un rapporto complicato con la storia ufficiale. Non necessariamente perché abbia sempre dimostrato di possedere una verità alternativa, ma perché raramente ha accettato che la versione istituzionale fosse sufficiente. Il suo cinema parte quasi sempre da lì: dalla crepa, dalla domanda rimasta aperta, dal punto di vista che manca.
Il caso più evidente è naturalmente JFK – Un caso ancora aperto, il film del 1991 sull’assassinio di John Fitzgerald Kennedy. La Commissione Warren aveva concluso che Lee Harvey Oswald aveva agito da solo e che non vi fosse stata una cospirazione. Stone costruì invece un film che metteva radicalmente in discussione quella ricostruzione e trasformava l’indagine del procuratore Jim Garrison in un gigantesco interrogativo sul potere, sui servizi, sull’esercito, sulla politica e sulla capacità delle istituzioni di controllare il racconto degli avvenimenti.
Va detto con chiarezza: JFK non è un documentario e molte delle sue ipotesi sono state contestate da storici e studiosi. La forza del film non sta nell’avere chiuso definitivamente il caso Kennedy, cosa che non ha fatto, ma nell’aver costretto milioni di spettatori a tornare a interrogarsi su quel caso. La sua influenza fu anche concreta: il clamore seguito al film contribuì alla pressione che portò il Congresso americano ad approvare nel 1992 il JFK Assassination Records Collection Act, accelerando la desecretazione di milioni di documenti.
È forse qui che si trova il cuore del metodo Stone: il cinema non necessariamente come luogo in cui viene consegnata la risposta, ma come luogo in cui una risposta apparentemente definitiva smette di esserlo. E non accade soltanto con Kennedy.
Prima ancora di JFK, Stone aveva raccontato il Vietnam da un punto di vista che aveva poco a che vedere con l’epica nazionale. In Platoon, del 1986, non osserva la guerra da Washington né dalle stanze in cui vengono prese le decisioni. La guarda dal fango, dalla paura e dalla confusione dei soldati. E non per sentito dire: Stone aveva combattuto personalmente in Vietnam come soldato di fanteria. Il film nasce direttamente da quella esperienza e mette al centro non l’eroismo ma la disgregazione morale prodotta dalla guerra, fino alle divisioni e alla violenza interne allo stesso plotone.
Anche qui c'è una versione ufficiale sullo sfondo. Per anni il Vietnam era stato raccontato agli americani attraverso il linguaggio della geopolitica, del contenimento del comunismo, delle strategie militari. Stone rovescia la prospettiva: mostra ciò che quella narrazione tendeva a tenere fuori campo. La brutalità, la paura, i civili, la perdita di controllo, la distanza tra il racconto della guerra e l’esperienza di chi la guerra la combatteva.
Poi arriva Nato il quattro luglio, nel 1989, che completa ulteriormente quel rovesciamento. La guerra non finisce quando il soldato torna a casa. Stone racconta Ron Kovic, giovane americano partito per il Vietnam da patriota e tornato paralizzato, destinato a diventare un attivista contro quella stessa guerra. È il passaggio dall'America che manda i propri ragazzi a combattere all'America che deve fare i conti con ciò che ha fatto loro. Il film valse a Stone il secondo Oscar per la regia dopo quello ottenuto con Platoon.
Da quel momento la domanda torna continuamente, anche quando cambia il soggetto: chi sta raccontando questa storia? E che cosa resta fuori dal racconto?
In Nixon, Stone affronta la presidenza e il Watergate attraverso un ritratto che non si limita alla cronologia politica, ma prova a entrare nella dimensione privata, nelle ossessioni e nelle paure del presidente. In Salvador guarda alla guerra civile salvadoregna e al ruolo degli Stati Uniti attraverso gli occhi di un fotoreporter. In Snowden porta al cinema l’uomo che ha rivelato i programmi di sorveglianza di massa della National Security Agency. In The Untold History of the United States arriva persino a costruire esplicitamente una controstoria americana, cercando fatti, prospettive e interpretazioni rimasti ai margini della narrazione dominante.
Questo non significa che la versione di Stone debba essere automaticamente assunta come quella vera. Anzi, la sua filmografia è stata accompagnata per decenni da critiche, polemiche e contestazioni proprio sul confine tra ricostruzione storica, interpretazione e invenzione cinematografica. Ma Stone non sembra particolarmente interessato a stare dentro quel confine con disciplina scolastica. Il suo terreno è un altro. È quello del dubbio.
È forse per questo che alla domanda di SulPanaro non ha scelto un singolo episodio storico. Avrebbe potuto dire Kennedy. Avrebbe potuto dire il Vietnam. Avrebbe potuto indicare una guerra contemporanea o un grande fatto politico. Non lo ha fatto. Ha parlato dell'inchiesta.Ha chiamato in causa contemporaneamente i media e i registi, mettendoli dentro la stessa responsabilità: cercare. E ha affidato questa ricerca alla nuova generazione.
In fondo è una risposta perfettamente coerente con un regista che, per tutta la vita, ha preferito una domanda scomoda a una risposta comoda. E forse è proprio questo il fatto storico che Stone sceglierebbe per spiegare ai ragazzi il nostro tempo: non un avvenimento preciso, ma la battaglia permanente per capire chi costruisce il racconto della realtà, su quali prove e con quali omissioni.
A ottant’anni, mentre a Ferrara viene celebrato con una delle retrospettive più complete dedicate alla sua carriera, Oliver Stone non sembra voler consegnare una verità definitiva. Continua a chiedere che la si cerchi.
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