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Giovani mirandolesi all’estero: Lucia Bandiera e la sua passione per l’ingegneria biomedica

MIRANDOLA- “A Edimburgo lavoro all’intersezione di tre discipline: l’ingegneria, l’informatica e la biologia. Finora ho sviluppato metodi che facilitino lo sviluppo di modelli matematici in grado di predire il comportamento di cellule ingegnerizzate“. Della sua generazione, Lucia Bandiera è senza dubbio una piccola eccellenza mirandolese dell’ingegneria biomedica, anche se lei preferisce “sfatare il mito del super scientist“. Ma il suo curriculum parla da solo: a soli 29 anni ha iniziato, a luglio 2017, la sua attività di ricerca indipendente a Edimburgo e tra qualche mese comincerà a costruire il suo gruppo di ricerca nella Scuola di Ingegneria scozzese.

Come nasce la sua passione per l’ingegneria biomedica?

L’ingegneria biomedica era per me il punto di incontro tra il desiderio di risolvere problemi inerenti alla salute e l’applicazione di un’inclinazione naturale alla matematica e alla scienza. La passione si è sviluppata nel tempo, soprattutto grazie alle persone che mi hanno formata, sia in Italia che all’estero.

In questo momento vive e lavora a Edimburgo, quando e perché si è trasferita? È la sua prima “tappa” all’estero?

Nel 2015, come parte del programma di dottorato, ho svolto un progetto di ricerca della durata di 6 mesi nel laboratorio del professore Peter Swain, parte del “Centre for Synthetic and Systems Biology”, dell’Università di Edimburgo. Al termine del progetto mi ha proposto di entrare a far parte del suo gruppo come ricercatrice post-dottorato. Quindi sono tornata in Italia, ho concluso i miei studi e 6 mesi dopo— ad aprile 2016— mi sono trasferita a Edimburgo. Tre mesi dopo, supportata da Peter e dal dottor Filippo Menolascina (Scuola di Ingegneria, Università di Edimburgo), ho fatto domanda per dei fondi EPSRC (Engineering and Physical Sciences Research Council) al fine di ottenere indipendenza e finanziare la mia linea di ricerca. Nel luglio 2017, la mia “attività indipendente” è iniziata. Tra qualche mese avrò una nuova posizione lavorativa, con la quale potrò costruire il mio gruppo di ricerca nella Scuola di Ingegneria

Di cosa si occupa?

Lavoro all’intersezione di tre discipline: ingegneria (controllo di sistemi), informatica (ottimizzazione) e biologia. Finora ho sviluppato metodi che facilitano lo sviluppo di modelli matematici in grado di predire il comportamento di cellule ingegnerizzate in risposta a stimoli ambientali. Se immagina la cellula come un computer, ingegnerizzare significa aggiungere o modificare un pezzettino del codice che il calcolatore elabora, allo scopo di creare nuove funzioni o correggere anomalie. Questo richiede conoscenza del programma che il computer svolge, delle caratteristiche del codice che vogliamo aggiungere e di come le due parti interagiscano. L’impiego di questi strumenti permetterebbe di offrire soluzioni innovative a problemi medici, biotecnologici e ambientali più velocemente e a minor costo.

Che rapporto ha con Mirandola, le manca?

Mi manca molto si, per ricordi di infanzia e perché la mia famiglia (nativa e acquisita) è in Italia. Sono rientrata quanto più frequentemente possibile dal 2016, il Covid-19 sta ovviamente cambiando il trend. La verità è che nel trasferirsi all’estero si perde un “senso di appartenenza”, che rende difficile definire quale sia il proprio paese.

Cosa le ha offerto la Scozia – in termini di condizioni lavorative e di vita – che in Italia non ha trovato?

Non sono restata abbastanza a lungo in Italia al termine dei miei studi per poter offrire un ‘confronto’ nelle condizioni lavorative tra i due paesi basato su esperienza diretta. Posso dire che in Scozia sono stata premiata per l’impegno nel lavoro, con tempistiche che forse non sarebbero state possibili in Italia. In termini di vita, il contatto con diverse culture e una nuova esperienza.

Quali differenza ha riscontrato tra l’università italiana, dove ha studiato, e l’università anglosassone?

L’università anglosassone ha sicuramente a disposizione maggiori finanziamenti per la ricerca e, conseguentemente, accesso alle competenze di ricercatori internazionali. In termini educativi, credo che la preparazione universitaria offerta in Italia sia di più alto livello, nonostante le tasse universitarie siano esigue in confronto a quelle straniere.

L’ingegnere biomedico è una figura centrale nella ricerca, quale è secondo lei la situazione in Italia?

Credo che i nuovi corsi di laurea e i centri di ricerca dimostrino lo sviluppo dell’ingegneria biomedica in Italia, sebbene discipline come la biologia sintetica- in cui sia gli Stati Uniti che Inghilterra vedono il futuro della “bioeconomia”- si muovano a rilento.

Si è stimato che ogni anno sono 3mila i ricercatori italiani che si trasferiscono all’estero. Secondo lei quali sono i motivi?

Una combinazione di mancanza di offerta lavorativa- o possibilità di accedere ai finanziamenti di ricerca e  costruire una carriera accademica comparabili a quelli stranieri- e desiderio di mettersi alla prova in un contesto competitivo e stimolante perché internazionale.

Pensa di tornare un giorno in Italia o immagina il suo futuro altrove?

Spero di rientrare, sia perché mi manca l’Italia che per la mia famiglia. Ma non so se sarà possibile farlo mantenendo la mia professione o se dovrò reinventarmi. Mi piace anche pensare che vivrò in altri paesi durante la mia vita.

 

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