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02 Ottobre 2022

Mirandola, Silvio Borghi e Lidia Caleffi Giusti fra le Nazioni

MIRANDOLA – In un’epoca segnata dagli orrori e dalla caduta dei valori della civiltà, alcune persone eccezionali si sono opposte alla legislazione antisemita e alla politica di sterminio nazi-fascista, rischiando la propria stessa vita in nome dell’amore per il prossimo. Sono i Giusti fra le Nazioni, persone che nei drammatici anni della Seconda guerra mondiale si rifiutarono di rimanere indifferenti di fronte alla terribile tragedia abbattutasi sul popolo ebraico e che agirono per difendere la dignità umana. I cittadini italiani riconosciuti Giusti fra le Nazioni sono circa 700. Da oggi all’elenco si aggiungono anche i nomi di Silvio Borghi e Lidia Caleffi.

Residenti a Mortizzuolo, nel Comune di Mirandola, i coniugi si adoperarono per assicurare la vita delle famiglie Talvi ed Almoslino dapprima fornendo loro generi alimentari, successivamente offrendo un nascondiglio sicuro a Raffaele e Leone Talvi, ed infine, conducendo le famiglie Talvi e Almoslino al confine con la Svizzera, dove le famiglie trovarono salvezza.

La cerimonia per l’attribuzione della più alta onorificenza civile dello Stato d’Israele si è svolta stamattina nella Sala Estense del Comune di Varese.

A rievocare i fatti storici, nell’emozione collettiva degli invitati alla cerimonia, i racconti di Shmuel e Dvora, figli dei salvati Menachem Almoslino e Alice Talvi, Vinka Talvi, vedova del salvato Raffaele Talvi, di Elsa Borghi, figlia di Lidia Caleffi e Silvio Borghi, e di Umberto Broggi, genero dei coniugi da oggi Giusti fra le Nazioni.

La famiglia Talvi, dopo essere fuggita dalla Jugoslavia ormai occupata dall’esercito tedesco e aver incontrato il giovane Max Menachem Almoslino, anche lui fuggito dalle persecuzioni,  fu liberata su cauzione dal campo di concentramento di Ferramonti. Giunta a Mirandola, questa incontrò il destino di Silvio Borghi che, grazie anche al contributo di sua moglie Lidia Caleffi, assicurò la salvezza dei sette membri delle famiglie, fornendo loro generi alimentari, aiutandoli a trovare dei documenti falsi e conducendoli personalmente a Cernobbio, luogo da cui le famiglie poterono raggiungere la Svizzera, sfuggendo alle leggi razziali.

È per questi fatti che lo Yad Vashem, il Centro Mondiale per la Memoria dei Martiri e degli Eroi della Shoah istituto subito dopo la nascita d’Israele, ha riconosciuto Lidia Caleffi e Silvio Borghi Giusti fra le Nazioni.

Come ha sottolineato l’Ambasciatore d’Israele in Italia, Dror Eydar, nel corso del suo intervento: “Siamo un popolo che ricorda. La memoria, per noi popolo ebraico, è una questione essenziale, una parte profonda del segreto della nostra esistenza nella storia. Del resto, che cosa saremmo senza memoria? Proprio perché ci siamo sempre ricordati di Gerusalemme negli ultimi duemila anni, siamo finalmente riusciti a ritornarvi nelle ultime generazioni, e a far rinascere lì il nostro stato indipendente”. Riferendosi ai Giusti fra le Nazioni ha precisato: “I nostri saggi che vissero nelle prime generazioni dopo la distruzione del Secondo Tempio di Gerusalemme, hanno tratto dal passo biblico della Creazione, nel libro della Genesi, un insegnamento morale universale: “Ecco perché Adamo, il primo uomo, fu creato da solo. Per insegnare che, chiunque distrugga una sola anima, è come se avesse distrutto un mondo intero. Mentre chiunque salvi una sola anima, è come se salvasse un mondo intero”.

“Un importante riconoscimento per rendere omaggio a chi ha messo a rischio la propria vita in un drammatico momento della nostra storia, nel pieno dell’odio e della furia nazifascista. Ricordare le azioni eroiche di chi ha saputo scegliere la parte giusta da cui stare, mostrando un senso di umanità profondo verso il prossimo, è il modo migliore per dare forza a una lezione che oggi più che mai è urgente ridabire, con la situazione internazionale caratterizzata dalla guerra in Ucraina, per riportare al più presto la pace in Europa” ha dichiarato il sindaco di Varese Davide Galimberti, presente alla cerimonia di commemorazione.

Hanno inoltre preso parte alla cerimonia: il presidente della Comunità Ebraica di Milano, Walker Meghnagi, il Vice Presidente dell’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane (UCEI), Milo Hasbani, il sindaco di Mendrisio (Svizzera), Samuele Cavadini e l’Assessore del Comune di Mirandola Antonella Canossa che ha portato il saluto del Sindaco (impossibilitato a partecipare causa  positività al covid), a nome dell’Amministrazione comunale. Esposto per l’occasione della cerimonia, presso il salone estense del Comune di Varese, il gonfalone del Comune di Mirandola.

LA STORIA DEL SALVATAGGIO DA PARTE DI LIDIA CALEFFI E SILVIO BORGHI

La famiglia allargata Talvi, la coppia composta da Ilija e Rebecca Rifka, i loro figli Rafael, Leone e la loro figlia Alisa Alice vivevano a Belgrado. Quando i tedeschi entrarono a Belgrado nel 1941, la famiglia fuggì in Albania dove restarono nel campo di Kavaja, gestito dagli italiani. Nel 1942 gli italiani trasferirono gli ebrei in Italia, nel campo di concentramento di Ferramonti in Calabria. Le condizioni erano abbastanza confortevoli ma la famiglia cercò un modo per uscire da lì. Ciò era possibile solamente se qualcuno avesse firmato una cauzione. A Modena la famiglia aveva una zia che provvide loro la cauzione e, pochi mesi dopo, all’inizio del 1943, la famiglia lasciò il campo e si recò presso il Comune di Mirandola, vicino Modena, acquisendo lo status di internati civici in “confine libero”. Ogni giorno dovevano recarsi in Questura e ricevevano una piccola somma di denaro. C’erano altri ebrei nel posto. La famiglia Talvi fece così amicizia con la famiglia Almoslino, anche lei di Belgrado, e la figlia Alisa sposò Max Almoslino.

Dopo la resa dell’Italia, nel Settembre 1943, i tedeschi entrarono nella regione e gli ebrei iniziarono a cercare rifugio e modi per raggiungere la Svizzera. La numerosa famiglia Talvi si sciolse: la coppia Ilija, Rebecca e la figlia Alisa, rimasta incinta, trovarono rifugio, grazie al parroco Dante Sala (Giusto fra le Nazioni) nel villaggio di San Martino Spino. I figli Rafael e Leon vennero ospitati da Silvio e Livia Borghi nel villaggio di Mortizzuolo, a cinque chilometri da Mirandola.

Raffaele Talvi, in una sua sua testimonianza, raccontò: “Borghi ci ha nascosto nella sua casa, nella stanza si uno dei bambini. A seguito dei controlli dei tedeschi, la situazione diventò pericolosa”. Così Borghi decise che sarebbero dovuti andare in Svizzera. Borghi fornì loro dei documenti falsi, li vestì con abiti meno modesti “in modo che non sembrassero rifugiati” ed, insieme a loro, si recò prima a Milano e, da lì, raggiunsero Cernobbio. A Cernobbio, la famiglia rimase a dormire presso l’abitazione di alcuni conoscenti di Borghi, Dino e Allegra Riva. Dovevano essere assolutamente silenziosi perché la pattuglia non li rilevasse. Nel momento ritenuto più opportuno, Borghi accompagnò i due ragazzi al confine con la Svizzera. I due giovani varcarono il confine grazie ad una fessura nella recinzione. Un poliziotto svizzero li trovò e li condusse in un campo profughi.

Borghi tornò a casa e, dopo un po’ di tempo, fece lo stesso percorso con la coppia Talvi e Almoslino. Alisa Alsmoslino raccontò nella sua testimonianza che ci furono problemi al confine: non era consentito a tutti entrare in Svizzera, solo a lei in quanto donna incinta. Lei si rifiutò di lasciare la famiglia e suo marito. Alla fine fu consentito a tutti di passare e partorì lì suo figlio.

 

 

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