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02 Luglio 2022

Da Novi al Sudafrica: le macchine agricole di Andreoli Engineering fanno il giro del mondo

 

Da Novi al Sudafrica: le macchine agricole di Andreoli Engineering fanno il giro del mondo

Nessuno ha ancora commissionato loro una macchina per andare sulla Luna, ma con un po’ di sforzo probabilmente la famiglia Andreoli riuscirebbe anche in quell’impresa. «La nostra giornata tipo – spiega Giovanni Andreoli, 75 anni – di solito è organizzata così: per via dei fusi orari diversi, alla mattina ci chiamano i compratori neozelandesi e australiani. Nel corso della giornata ci cercano gli europei, specialmente tedeschi, francesi e spagnoli. Nel tardo pomeriggio cominciano a telefonare gli americani, spesso californiani». Con il 90% di vendite all’estero, l’Andreoli Engineering di Novi di Modena si conferma azienda leader nel settore delle macchine agricole. Un’impresa a conduzione familiare, dove la passione per l’ingegneria e l’innovazione sono state negli anni tramandate di generazione in generazione. «Qui – continua l’ingegnere – non c’è il manager che risponde al telefono e dice “le facciamo sapere”. Se chiamano, rispondiamo io o i miei figli e parliamo direttamente con i clienti. Essendo quasi tutti stranieri, con il tempo abbiamo imparato benissimo francese e inglese».

La fondazione e il primo passaggio del testimone

Andreoli Engineering non è sempre stato il nome dell’azienda. Fondata nel 1954, per vent’anni la fabbrica si chiamò Fantini, dal cognome dei due fondatori Mario e Felina. I coniugi di Novi cominciarono la loro attività con il commercio di pompe per l’agricoltura, per poi passare in poco tempo alla costruzione degli atomizzatori trainati e portati. Il primo passaggio di testimone avvenne nel 1980, quando Mario chiese al genero Giovanni Andreoli di entrare in società. L’ingegner Andreoli e la moglie Velma cominciarono così la loro avventura nel mondo delle macchine agricole, un percorso lungo 42 anni che li ha portati ad avere un grande successo sul mercato mondiale.

Tornando al 1980, in quell’anno venne progettata e realizzata la prima serie di atomizzatori semoventi Atom, dotati di carrozzeria in vetroresina e cabina pressurizzata con aria condizionata e filtrata. Una vera e propria rivoluzione nel settore dei trattamenti fitosanitari di frutteti e vigneti, che ancora oggi rimane il fiore all’occhiello dell’impresa. «La nostra priorità – dice Giovanni – è sempre stata la protezione dell’uomo. Il lavoratore può entrare nell’abitacolo vestito da festa e uscire dopo sei ore in ordine come quando è entrato».

Nel 1981 l’azienda progettò e produsse il primo computer per il controllo automatico delle dosi, il Dosatronic. «Siamo stati i primi a inventarlo – confessa amareggiata Velma – ora ce l’hanno tutti. Ne vendemmo tantissimi e alcuni compratori ancora oggi tornano da noi per ripararli. All’epoca sarebbe stato necessario fare una linea a parte e non avevamo né i soldi né le energie per fare il salto di qualità, ma mi è dispiaciuto lasciar perdere il progetto». D’altronde, con tre figli piccoli era difficile mandare avanti tutto. Nel corso degli anni ’90 la Fantini-Andreoli cominciò a produrre trattori cingolati multifunzione serie UT e trattori a ruote multifunzione serie Tracatom.

Gli anni 2000, nasce l’Andreoli Engineering

Con la morte di Mario Fantini nel 2000, l’azienda cambiò definitivamente nome e diventò Andreoli Engineering, un nome internazionale da anni conosciuto in tutti i continenti. In America, precisamente a Tulare in California, l’impresa familiare ha uno dei suoi mercati più redditizi. «Lì si svolge – racconta Giovanni – la fiera agricola più grande degli Stati Uniti. Ci siamo stati un paio di mesi fa. I clienti erano molto soddisfatti, alcuni hanno chiamato i colleghi australiani per chiedere conferma dell’efficacia delle nostre macchine. Questa è la chiave del marketing: se produci qualcosa di ottima qualità, poi la voce si sparge».
L’azienda è sempre proiettata verso il futuro, sia per soddisfare le esigenze specifiche dei clienti che per vocazione personale. Una vera e propria mission – se così si può chiamare – portata avanti dai tre figli dei coniugi Andreoli. Tutti e tre ingegneri meccanici, Francesco, Federico ed Enrico condividono la stessa passione di nonno Mario per l’innovazione e la creatività. Non è un caso se tutte le macchine prodotte oggi dall’impresa familiare sono pezzi unici, inventati da loro. «I miei figli si divertono a inventare perché vedere che una macchina creata qui solca i campi della Nuova Zelanda è una vera soddisfazione. Andiamo spesso a trovare i nostri compratori, dopo 20 anni di collaborazione ormai siamo amici».

No alla delocalizzazione

«Noi italiani siamo bravi a fare le cose speciali, fatte bene», sorride Giovanni. Questo è uno dei motivi per cui la famiglia non ha mai voluto delocalizzare l’impresa. Non che non ci abbiano pensato. «Abbiamo fatto delle verifiche – spiega l’ingegnere – ma se, ad esempio, andassi a costruire macchine in California, mi costerebbe di più. Novi è al centro della Motor Valley, nel raggio di 30 chilometri ho tutti i componenti che mi servono». Per non dimenticare la questione affettiva. «Siamo nati qui – dice emozionato – e l’azienda l’ha fondata mio suocero. Ci lavorano i miei figli e chissà, forse anche i miei nipoti. Ha senso stare qui, siamo orgogliosi della nostra terra».

Mancanza di mano d’opera

Neanche a dirlo, nei prossimi mesi l’Andreoli Engineering ha in progetto di espandersi, aggiungendo altre sei linee di montaggio. Al momento, nella fabbrica lavorano 25 dipendenti e la speranza dei proprietari è di assumerne quasi il doppio. Quello delle assunzioni è un argomento delicato per Giovanni, da anni in difficoltà a trovare lavoratori. «Cercare saldatori è come cercare l’oro – rivela dispiaciuto – soprattutto italiani. Tramite le scuole tecniche dei dintorni ne abbiamo trovati solo uno o due e per noi è già un miracolo. In questo modo siamo obbligati a fare domanda all’estero».

Una famiglia spaziale

Il terremoto che ha colpito l’Emilia nel 2012 non ha causato gravi danni al capannone della famiglia di Novi, costruito nel 2009 già secondo le norme antisismiche. Nemmeno la pandemia ha scalfito l’impresa, che non ha mai fermato la produttività. «Per via dell’emergenza sanitaria – conclude Giovanni – non abbiamo potuto far visita ai nostri clienti sudafricani. Ora che la situazione sembra essere migliorata, credo sarà il nostro prossimo viaggio».
Il Sudafrica non sarà la Luna e l’Atom2000 non sarà una navicella spaziale, ma la famiglia Andreoli e i loro progetti sembrano essere veramente di un altro pianeta.

 

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