Mostro di Modena, ecco perché Rivara, San Felice e Mirandola sono coinvolte
SAN PROSPERO, SAN FELICE, MIRANDOLA – C’è un pezzo importante della storia del cosiddetto Mostro di Modena che passa dalla Bassa. Passa da Staggia di San Prospero, dove venne trovato il corpo di una delle vittime, da San Felice sul Panaro, dove la giovane era stata vista per l’ultima volta, da Rivara, dove un uomo disse di averla lasciata. E passa infine da Mirandola, dove quell’uomo abitava.
È la storia di Fabiana Zuccarini, 21 anni, una delle giovani donne i cui omicidi sono stati ricondotti, negli anni, alla controversa ipotesi del “Mostro di Modena”: una serie di delitti rimasti senza colpevole, avvenuti tra gli anni Ottanta e Novanta e sui quali oggi, dopo più di trent’anni, gli investigatori sono tornati a lavorare.
Alla vicenda è stata dedicata sabato 26 settembre una parte della puntata di “Misteri dimenticati – Blu notte”, il programma con cui Carlo Lucarelli è tornato su Rai 3 a raccontare alcuni dei più inquietanti cold case italiani. Quella sera il programma ha affrontato proprio i delitti attribuiti al Mostro di Modena, insieme al caso del cosiddetto Chirurgo di Udine.
Ed è nel racconto dedicato a Fabiana che la geografia della vicenda si sposta decisamente verso la Bassa modenese.
Il corpo della ragazza venne trovato l’8 marzo 1990 in un fosso a Staggia, frazione di San Prospero. Fabiana era stata strangolata. Ma il padre non si rassegnò all’assenza di risposte. Cercò ostinatamente di ricostruire gli ultimi movimenti della figlia, partecipò a trasmissioni televisive e arrivò ad affidarsi a un investigatore privato.
Proprio quell’indagine privata portò a San Felice sul Panaro.
Secondo quanto ricostruito anche da Blu notte, l’investigatore arrivò a individuare un locale di San Felice dove Fabiana, la sera precedente al ritrovamento del corpo, sarebbe salita in automobile con un uomo. L’uomo venne identificato e interrogato. La sua versione fu di avere tentato un approccio con la ragazza, di essere stato respinto e di averla quindi fatta scendere su richiesta di lei a Rivara, frazione di San Felice.
Ma la storia non finì lì.
Durante una perquisizione nell’abitazione dell’uomo venne trovata una penna che il padre di Fabiana riconobbe come appartenente alla figlia. L’uomo sostenne di averla trovata nella propria automobile. Divenne il principale sospettato dell’indagine.
Ed è qui che entra nella storia Mirandola.
L’uomo abitava infatti a Mirandola. La sua automobile venne sequestrata e portata nella caserma dei Carabinieri per gli accertamenti. Ma, come ricorda nella trasmissione Pierluigi Salinaro, all’epoca cronista di nera della Gazzetta di Modena e tra i primi giornalisti a sostenere l’ipotesi che alcuni di quei delitti potessero essere collegati, gli esami dattiloscopici che avrebbero potuto cercare sull’auto tracce riconducibili alla vittima non vennero eseguiti.
Poi avvenne qualcosa che cambiò definitivamente il corso delle indagini.
L’11 settembre 1991 l’uomo morì in un incidente stradale, mentre viaggiava in scooter verso Mirandola. Con la morte del principale sospettato quella pista investigativa si fermò.
Nella ricostruzione proposta da Blu notte riemerge anche la voce del padre di Fabiana, intervenuto il 18 dicembre 1990 a “Telefono Giallo”, la trasmissione condotta da Corrado Augias. L’uomo raccontava di essere ormai arrivato vicino a una soluzione, ma spiegava di non poter rendere pubblici gli elementi raccolti perché aveva promesso agli investigatori di non compromettere mesi di lavoro della Polizia.
Una vicenda rimasta senza risposta per decenni. Ma che proprio in queste settimane ha conosciuto una svolta.
Dopo le richieste avanzate dall’avvocata Barbara Iannuccelli, che rappresenta oggi le famiglie di cinque delle vittime, Polizia e Carabinieri hanno ripreso in mano gli atti dell’epoca su incarico della Procura. Gli investigatori si sono recati anche all’Istituto di Medicina legale per verificare quali reperti conservati da oltre trent’anni possano essere sottoposti alle moderne analisi scientifiche, in particolare alla ricerca di DNA e impronte.
Dietro questa nuova attenzione c’è stato anche un movimento nato dal basso. A febbraio l’associazione culturale I Ricci di Lodi Vecchio aveva consegnato al procuratore una raccolta di oltre mille firme per chiedere di riaprire il caso. Nel frattempo, dopo la prima istanza presentata per la famiglia di Anna Maria Palermo, anche i familiari di altre vittime hanno affidato il proprio mandato all’avvocata Iannuccelli.
Oggi dunque qualcosa si è mosso davvero. Gli atti vengono nuovamente esaminati, i vecchi reperti vengono recuperati e si valuta se le tecnologie oggi disponibili possano trovare ciò che trent’anni fa era impossibile cercare.
Non è detto, naturalmente, che gli otto omicidi siano opera della stessa persona: proprio questo è uno degli interrogativi rimasti aperti nella storia del “Mostro di Modena”. Ma una certezza c’è. Nella vicenda di Fabiana Zuccarini, uno dei fili investigativi più importanti attraversa direttamente il nostro territorio: il corpo ritrovato a Staggia, l’ultimo avvistamento a San Felice, il racconto dell’uomo che disse di averla lasciata a Rivara e quel sospettato che abitava a Mirandola e morì prima che l’indagine potesse arrivare a una conclusione.
A più di trentasei anni dalla morte di Fabiana, quel filo torna oggi ad essere guardato con occhi nuovi.
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