Il cardinale che portava gli occhiali… prima degli occhiali? Lo ha dipinto un modenese
Treviso, convento di San Nicolò, sala del capitolo. Quaranta frati domenicani dipinti uno accanto all’altro, ognuno al suo scrittoio, ognuno chino su un libro. Li ha affrescati nel 1352 un pittore di Modena, Tommaso Barisini, detto Tommaso da Modena. Davanti a uno di loro, un cardinale con la penna in mano, i visitatori si fermano più a lungo che davanti agli altri. Gli occhiali che porta li ha dipinti Tommaso da Modena.
È la più antica raffigurazione di occhiali che si conosca. Due lenti tonde in una montatura che si regge sul naso, nessuna asta: per quelle bisognerà aspettare secoli.
Il cardinale si chiama Ugo di Saint-Cher, ma molte guide lo chiamano Ugo di Provenza. Era nato verso il 1200 a Saint-Cher, vicino a Vienne, nel Delfinato. Nel 1244 diventò il primo domenicano a ricevere il cappello cardinalizio e passò buona parte della vita a correggere la Bibbia latina e a compilarne la prima concordanza, cioè l’elenco alfabetico delle parole con tutti i passi in cui compaiono. Un lavoro da occhiali, verrebbe da dire.
Poi c’è il problema. Ugo morì a Orvieto il 19 marzo 1263.
Nel 1263 gli occhiali non esistevano. Lo sappiamo da un altro domenicano, fra Giordano da Pisa, che il 23 febbraio 1306 predicava in Santa Maria Novella a Firenze. Disse ai fedeli che non erano ancora passati vent’anni da quando qualcuno aveva trovato l’arte di fare gli occhiali, e la definì una delle più utili che il mondo avesse. Aggiunse di aver visto e parlato con l’inventore. Il nome non lo fece, e ancora oggi non sappiamo chi fosse. I conti sono semplici: meno di vent’anni prima del 1306 vuol dire dopo il 1286, cioè oltre vent’anni dopo la morte di Ugo.
Quindi nel 1352 Tommaso da Modena dipinge un uomo morto da ottantanove anni con in faccia un oggetto che quell’uomo non ha mai potuto vedere.
Perché lo fece, non lo sa nessuno. La mia ipotesi, e resta un’ipotesi, è che gli occhiali fossero già diventati il segno di chi legge e scrive tutto il giorno. Se devi dipingere un grande studioso, gli metti gli occhiali sul naso come oggi si disegna un medico con il camice. Al pittore interessava dire che quell’uomo era uno studioso, e il resto, la data di morte compresa, passava in secondo piano.
Nella stessa sala Ugo non è l’unico a farsi aiutare. Il cardinale Nicola di Rouen tiene una lente davanti al libro, e il pittore gli ha dipinto in faccia la fatica di leggere. Un terzo frate ha la lente appoggiata su un sostegno. Tre modi di leggere con un aiuto ottico, in una sola stanza.
Quegli occhiali servivano a leggere. Erano due lenti incastonate in cerchi di legno o di corno e tenute insieme da un chiodo, convesse, più spesse al centro che ai bordi, per chi con gli anni non riesce più a mettere a fuoco la pagina da vicino: oggi la chiamiamo presbiopia. Per i miopi li troviamo documentati nel 1462, in una lettera del duca di Milano Francesco Sforza che ne chiede tre dozzine all’ambasciatore di Firenze.
Tommaso era nato a Modena nel 1326 e morì nel 1379. Lavorò anche a Praga, per la corte dell’imperatore Carlo IV: nel castello di Karlstein gli attribuiscono un’Ecce Homo e una Madonna. Eppure, tra tutto quello che dipinse, il dettaglio per cui lo ricorda la storia è un paio di lenti sul naso di un morto.
A Treviso esiste un itinerario in sei tappe che si chiama “Con gli occhiali di Tomaso”, e la prima è proprio la sala del capitolo. Il ritratto più raccontato del pittore mostra un uomo che gli occhiali non li ha mai portati, e a metterglieli sul naso è stato un modenese.
Alessandro Garau - Optometrista
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