Colpevolizzare la vittima: con la riapertura del caso “Mostro di Modena” emerge un nuovo tema
Di recente abbiamo parlato dell’imminente riesame dei reperti legati ai delitti di Anna Maria Palermo, Marina Balboni e altre ragazze uccise nel modenese tra gli anni ‘80 e ‘90. Abbiamo riportato anche le parole di Barbara Iannuccelli, legale dei familiari delle vittime i cui delitti sarebbero riconducibili, secondo l’opinione di alcuni, al così detto “Mostro di Modena”. L’esistenza di un assassino seriale però non è affatto certa, si tratta ancora oggi di una teoria, per molti anche confutabile. Se ne è parlato anche nei giorni scorsi durante un incontro a Pavullo, dove erano presenti lo stesso avvocato Iannuccelli, la youtuber sanfeliciana Valentina Gallini (che ha puntato i riflettori sul caso) e l’ex giornalista della Gazzetta di Modena Pier Luigi Salinaro, il quale, all’epoca, si era occupato dei casi delle ragazze uccise.
Indagini insoddisfacenti. “Gli spacciatori non uccidono così”
“Non ci saremmo aspettati che la saletta che ha ospitato l’incontro sarebbe stata gremita – commenta Valentina Gallini – Il seminario ha attirato una curiosità al di là delle nostre aspettative, se volete recuperarlo è reperibile integralmente sul mio canale YouTube ‘True Crime Time’. Era presente anche Laura Curti, presidente dell’associazione ‘I Ricci’ di Lodi che da molto tempo si è interessata al tema e ha curato una raccolta firme per chiedere la riapertura delle indagini”. Poco rassicurante l’intervento del giornalista: per lui le indagini sugli 8 femminicidi attribuibili al ‘Mostro’ sono state sbrigative e insoddisfacenti. “Quelle più lunghe hanno avuto una durata di 6 mesi – ha detto Pier Luigi Salinaro – Le indagini si sono fossilizzate sugli spacciatori, ma questi tendono a non uccidere una ragazza per un debito, perché sanno che i soldi li recuperano obbligandole a prostituirsi. Sarebbe stato opportuno concentrarsi su altri sospettati, ma queste ragazze sono sempre state considerate vittime di serie B”.
Cos’è la vittimizzazione secondaria?
“Più che serie B, sembrano vittime di serie Z – ha commentato la psicologa e criminologa Giulia Messori, anche lei relatrice all’incontro – Le indagini d’altronde sono fatte da persone, a volte condizionate dai propri trascorsi e dalla cultura in cui sono inserite. In casi come questi, capita di pensare: ‘Quando si frequentano certi ambienti e si compiono certe scelte, è normale che poi capitino queste cose’. Questo fenomeno si chiama vittimizzazione secondaria. Chi, dopo i delitti, le ha giudicate, le ha ferite una seconda volta. Si tratta di un fenomeno involontario: nessuno voleva ferire intenzionalmente queste giovani, ma è quello che è successo. Per citare un esempio più recente, è quello che è capitato con Alice Neri. Io stessa mi sono chiesta più volte cosa l’avesse spinta a far salire in macchina quella persona, ma chiedersi questo significa commettere un errore enorme, perché si spostano l’attenzione e la colpa sulla vittima. Nessuno di noi si salva da questo meccanismo, lo vediamo sui social o nelle conversazioni da bar che ognuno di noi fa”.
Valentina Gallini punta i riflettori sul 'Mostro'
Il rischio di diventare complici involontari di un criminale
Insomma, è il classico “Se l’è cercata”. Un modo di pensare che - comune o meno, logico o no – rischia di avere una conseguenza: le vittime di violenze psicologicamente si sentono molto meno motivate a denunciare, a combattere, perché sentono di non trovare sostegno. Anzi, si sentono attaccate da tutti. Mentre intorno a stupratori e assassini si crea quasi un “alone di giustificazionismo”. Possibile risultato? Una donna vittima di stupro non denuncia e il colpevole continua indisturbato nella sua attività. Si tratta di un’estremizzazione plausibile. Se ci pensiamo un attimo, vale un po’ in tutti gli ambiti e per tanti casi, al di là del tema di genere. Nei casi di bullismo a scuola, così come nelle relazioni di lavoro. Il problema è grave e diffuso, la riapertura delle indagini sulle ragazze uccise pochi decenni fa può aiutarci a riflettere anche su questo tema.
Foto sotto: la psicologa e criminologa Giulia Messori
I relatori dell'incontro a Pavullo sul Mostro di Modena
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