Lo scempio di Mirandola, gli strumenti insanguinati e quelle urla: «Ma cosa fai?»
MIRANDOLA – Non una mannaia, come si era ipotizzato nelle prime ore, ma una serie di «strumenti». Un particolare che evoca una violenza forse lenta, faticosa, protratta nel tempo. Una successione di gesti durante i quali potrebbe esserci stata la possibilità di fermarsi. E invece la violenza è arrivata fino alla decapitazione di entrambi i corpi. Fino all'orrore, senza pietà. È difficile non interrogarsi su una ferocia che sembra andare ben oltre la volontà di uccidere. Sadismo? Accanimento? Il desiderio di infierire sulle vittime anche dopo la morte? Sono domande terribili, alle quali soltanto le indagini potranno cercare di dare una risposta. Perché non sappiamo ancora in quale momento siano avvenute le mutilazioni, né quanto sia durata l'aggressione.
"Strumenti". E' questa la parola utilizzata dalla Procura nella nota diffusa dopo il fermo di Daniele Tavoni, 55 anni, gravemente indiziato per il duplice omicidio della madre Vincenza Giannini, 74 anni, e del patrigno Pietro Ferdinando Casari, oltre ottant’anni, trovati uccisi e decapitati nella loro abitazione di via Imperiale, a Mirandola.
Quegli strumenti, armi bianche - coltelli, taglierini, spiedi, pugnali? - sarebbero stati rinvenuti nell’abitazione dello stesso Tavoni, che si trova accanto a quella dei coniugi, e presentavano – sempre secondo la Procura – evidenti e abbondanti tracce di sangue. Un elemento investigativo rilevantissimo, ma che al tempo stesso lascia aperti molti interrogativi su come si sia consumata una violenza tanto estrema e se siano stati utensili di uso comune quelli impiegati per l'aggressione. La loro natura esatta, così come il numero degli oggetti effettivamente utilizzati, dovrà essere chiarita dagli accertamenti degli investigatori.
Non una sola arma, ma più strumenti
La scelta della Procura di parlare al plurale è un dettaglio importante. Significa che, allo stato attuale, non viene indicato un unico oggetto come arma del delitto. Resta dunque da chiarire quali strumenti siano stati utilizzati per provocare le ferite mortali e quali, eventualmente, per la decapitazione dei corpi.
È un punto decisivo, perché racconta la ferocia e anche la complessità materiale dell’aggressione. Uccidere due persone all’interno di un’abitazione e arrivare alla decapitazione dei cadaveri non è qualcosa che si esaurisce in un gesto improvviso e istantaneo. È una dinamica che, proprio per la sua brutalità, impone domande inevitabili: quanto è durata l’aggressione? Le vittime sono state colpite insieme oppure in momenti differenti? Le mutilazioni sono avvenute subito o in un secondo momento?
Saranno gli accertamenti medico-legali e l’analisi degli oggetti sequestrati a dover dare una risposta.
Le urla che una residente avrebbe sentito
A rendere ancora più inquietante il quadro c’è anche una testimonianza indiretta riferita da Nadia Ganzerli, amica di Vincenza Giannini. Parlando con i giornalisti, Ganzerli ha raccontato quanto le sarebbe stato riferito da una residente della zona: da quell’abitazione sarebbero arrivate delle urla, e una donna avrebbe gridato: «Ma cosa fai?».
Si tratta di una testimonianza che, allo stato attuale, va maneggiata con molta cautela. Non è un racconto diretto della persona che avrebbe sentito la frase, ma una circostanza riportata da Nadia sulla base di quanto le è stato detto. Non è quindi possibile stabilire con certezza né quando quelle parole sarebbero state pronunciate, né se la voce fosse effettivamente quella di Vincenza, né a chi fosse rivolta.
Resta però un elemento che, se confermato, potrebbe aiutare a comprendere meglio gli ultimi momenti vissuti nella casa di via Imperiale.
Due case, una sola scena da ricostruire
Un altro punto cruciale riguarda il rapporto tra le due abitazioni. I corpi dei due coniugi e le loro teste sono stati rinvenuti nella casa delle vittime. Gli strumenti insanguinati, invece, sarebbero stati trovati nell’abitazione di Daniele Tavoni.
Questo apre ulteriori interrogativi. In quale momento quegli oggetti sono stati spostati? L’assassino si è mosso tra le due case più volte? Quanto tempo è trascorso tra il delitto e il momento in cui gli strumenti sono stati lasciati nell’altra abitazione?
Sono domande che non hanno ancora risposta, ma che mostrano come la ricostruzione degli spostamenti tra i due ambienti sarà centrale per gli investigatori.
L’orario del delitto è ancora un giallo
Anche il momento esatto in cui Vincenza e Pietro sono stati uccisi deve ancora essere definito con precisione. Un’amica di Vincenza, Lia, la aspettava giovedì mattina per andare al supermercato. Le due si erano accordate la sera prima, ma il giorno seguente Vincenza non si è presentata e non ha risposto alle ripetute telefonate. Più tardi, secondo un’altra testimonianza riportata dal Resto del Carlino, dal telefono della donna sarebbe partito anche un messaggio apparentemente normale, inviato attorno alle 19.30. Un dettaglio che, se fosse confermato che a quell’ora la donna era già morta, aprirebbe un ulteriore mistero.
In questo quadro, anche la testimonianza sulle presunte urla acquista un peso particolare: potrebbe infatti contribuire, se verificata, a collocare nel tempo almeno una parte dell’aggressione.
Le risposte arriveranno dalle indagini
Per il duplice omicidio è stato fermato Daniele Tavoni, figlio di Vincenza, che viveva nella casa adiacente. La Procura chiederà al Gip la convalida del fermo e l’applicazione della misura cautelare ritenuta più idonea. La sua eventuale responsabilità penale dovrà naturalmente essere accertata nelle sedi giudiziarie.
Restano però tutti gli interrogativi sulla dinamica materiale di quanto accaduto. Che cosa è successo davvero dentro quella casa? Quanto è durata la violenza? Qualcuno ha sentito o visto qualcosa? E soprattutto: come si arriva, all’interno di un contesto familiare, a una scena tanto feroce?
Per ora Mirandola resta sospesa davanti a queste domande, mentre l’inchiesta prova a rimettere in ordine i frammenti di uno dei delitti più sconvolgenti mai avvenuti in città.
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