Mirandola, «Ma erano italiani italiani?»: la paura e i curiosi davanti alla casa dell’orrore
MIRANDOLA – «Ma erano stranieri?». «No». «Erano italiani?». «Sì». «Ma italiani italiani?». «Sì, italiani italiani. Da tante generazioni».
È venerdì mattina, siamo in via Imperiale, davanti alla casa dove poche ore prima sono stati trovati uccisi e decapitati Vincenza Giannini e Pietro Ferdinando Casari. Un uomo è fermo in automobile. Quando vede passare una giornalista apre lo sportello e chiede se sia proprio quello il luogo del delitto. Vuole sapere se è lì che sono morte le due persone di cui parlano tutti i giornali. Poi arrivano le domande sulla loro nazionalità. E soltanto quando si sente confermare che erano italiani, italiani da generazioni, sembra convincersi.
È una piccola scena che racconta molto dello sgomento che attraversa Mirandola. Davanti a una violenza tanto estrema si cerca in ogni modo di trovare una spiegazione, una differenza, qualcosa che permetta di tenere l'orrore lontano dalla propria quotidianità. Come se la nazionalità delle persone coinvolte potesse tracciare un confine tra ciò che succede agli altri e ciò che potrebbe succedere a noi. È anche un modo per rassicurarsi, per convincersi che una tragedia simile non possa accadere nella nostra città, nelle nostre famiglie, nelle nostre case. E invece è accaduta proprio qui, alle porte di Mirandola.
Il continuo via vai davanti alla casa
Venerdì mattina sono numerose le persone che si avvicinano alla casa di via Imperiale. C'è chi arriva in automobile e rallenta, chi si ferma qualche minuto, chi cerca di individuare l'abitazione dove sono stati trovati i cadaveri. Persone comuni, cittadini che hanno letto la notizia e che vogliono vedere con i propri occhi il luogo di un delitto che appare difficile persino da immaginare.
C'è curiosità, certamente. Ma anche incredulità e sgomento. Mirandola è una città abituata a confrontarsi con le difficoltà, dalle conseguenze del terremoto alle trasformazioni economiche e sociali del territorio. Ma un duplice omicidio con una violenza simile appartiene a una dimensione che sembra lontanissima dalla vita quotidiana. Eppure la casa è lì, a pochi minuti dal centro.
Non un casolare isolato, ma un piccolo borghetto
La prima impressione, arrivando in via Imperiale, è quella di trovarsi in campagna. Ci sono campi coltivati, un canale utilizzato per l'irrigazione, spazi verdi e abitazioni che conservano l'aspetto della vecchia campagna emiliana.
Ma basta guardarsi intorno per rendersi conto che questa non è affatto una zona remota. Siamo alle porte di Mirandola, a ridosso del distretto biomedicale, con le sue fabbriche e le attività produttive. Nelle vicinanze ci sono negozi, strutture commerciali, un grande impianto per il padel. Il centro cittadino non è lontano.
È uno di quei luoghi della Bassa modenese dove la campagna e la città finiscono per mescolarsi, senza che sia più possibile distinguere nettamente l'una dall'altra.
Anche la casa di Vincenza e Pietro non era isolata nel mezzo dei campi. Faceva parte di un piccolo gruppo di abitazioni, una sorta di borghetto nel quale vivevano altre persone. Nell'alloggio accanto abitava Daniele Tavoni, figlio della donna, sottoposto a fermo nell'ambito dell'inchiesta sul duplice omicidio.
È proprio la vicinanza delle abitazioni a rendere ancora più inquietanti alcuni interrogativi. Qualcuno ha sentito qualcosa? Qualcuno ha notato movimenti insoliti? È possibile che una violenza così estrema si sia consumata senza che nessuno si rendesse conto di quanto stava accadendo?
Secondo un racconto riferito ai giornalisti da Nadia Ganzerli, amica di Vincenza, una residente avrebbe sentito delle urla e la frase «Ma cosa fai?». Una testimonianza indiretta che dovrà essere verificata e collocata con precisione nel tempo.
La normalità interrotta dall'orrore
Attorno alla casa di via Imperiale la vita continua. Le persone si spostano per andare al lavoro, le attività commerciali sono aperte, il traffico attraversa una zona in cui i campi convivono con le fabbriche.
Ma per chi abita qui, da giovedì sera, qualcosa è cambiato. Una coppia che aveva condiviso una lunga vita insieme è stata trovata uccisa nella propria abitazione. Il figlio della donna è stato fermato, gravemente indiziato di un delitto del quale gli investigatori stanno ancora cercando di ricostruire il movente e la dinamica.
E davanti a quella casa continuano ad arrivare persone che si fermano a guardare.
Forse anche per questo l'automobilista voleva sapere se le vittime fossero davvero italiane. Cercava una risposta che permettesse di collocare quella tragedia in un mondo diverso dal suo.
Ma la casa è quella di una coppia che viveva da decenni nella Bassa modenese. Un luogo ordinario, abitato fino a poche ore prima, nel quale una famiglia aveva costruito la propria vita.
Ed è proprio questo a fare più paura: non la distanza dell'orrore dalla nostra quotidianità, ma la sua improvvisa vicinanza.
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