Coniugi decapitati a Mirandola, le continue richieste di soldi del figlio e le violente tensioni in famiglia
MIRANDOLA – Chiedeva continuamente soldi e sigarette, non aveva un lavoro stabile e in famiglia le discussioni erano frequenti. È il quadro che emerge dalle nuove testimonianze sulla vita di Daniele Tavoni, il 55enne fermato perché gravemente indiziato di aver ucciso e decapitato la madre Vincenza Giannini, 74 anni, e il patrigno Pietro Ferdinando Casari, 82 anni. Due anziani ritrovati legati e massacrati nella loro abitazione di via Imperiale, a Mirandola, al termine di un'aggressione di una ferocia estrema.
Non soltanto uccisi, ma decapitati. Una violenza che non si è fermata alle ferite mortali, arrivando alla mutilazione dei corpi. Non è ancora noto se le decapitazioni siano avvenute prima o dopo la morte, né quanto a lungo le vittime siano rimaste coscienti durante l'aggressione.
È su questo scenario raccapricciante che si concentrano le indagini, mentre emergono nuovi particolari sulle tensioni che attraversavano la famiglia.
Le richieste di denaro e i lavori interrotti dopo pochi mesi
Daniele Tavoni aveva lavorato anche al Comune e al Tribunale di Modena, ma non sarebbe riuscito a mantenere a lungo quelle occupazioni. Le esperienze lavorative, secondo quanto raccontato da chi conosceva la famiglia, si interrompevano dopo pochi mesi e da qualche tempo l'uomo era nuovamente senza lavoro.
A raccontarlo ai giornalisti è Nadia Ganzerli, amica di lunga data di Vincenza ed ex collega alla Haemotronic. La donna riferisce che Tavoni chiedeva ripetutamente denaro e sigarette ai genitori, senza disporre di entrate proprie.
Una situazione che provocava discussioni frequenti. Vincenza era preoccupata per il futuro del figlio e cercava di aiutarlo, mentre Pietro non nascondeva il proprio malcontento per l'assenza di una stabilità lavorativa.
Secondo le testimonianze, le richieste economiche erano diventate una delle principali ragioni di tensione all'interno della famiglia.
La stessa Nadia sostiene che Daniele frequentasse compagnie che lei giudicava poco positive. Si tratta di una valutazione personale, non di un elemento investigativo accertato.
Una famiglia ricostituita e le tensioni cresciute nel tempo
Vincenza e Pietro si erano sposati in seconde nozze. Lei aveva un figlio, Daniele, cresciuto senza la presenza del padre biologico; lui aveva un figlio, Stefano. Insieme avevano costruito una nuova famiglia e condiviso molti anni di vita.
I rapporti con Daniele erano però diventati fonte di preoccupazione. Le difficoltà lavorative, le richieste di denaro e le discussioni avevano segnato la quotidianità della coppia.
Nonostante questo, secondo le testimonianze raccolte, Vincenza continuava a essere profondamente legata al figlio. Nadia Ganzerli aveva descritto il loro rapporto come «simbiotico», sottolineando quanto fossero affezionati l'uno all'altra.
Le tensioni economiche sono una delle piste che gli investigatori potrebbero approfondire, ma non è stato accertato che costituiscano il movente del duplice omicidio.
La brutalità del delitto e gli strumenti insanguinati
Quando le forze dell'ordine sono intervenute nell'abitazione di via Imperiale, si sono trovate davanti ai corpi dei due coniugi, legati e decapitati.
Nella casa adiacente, occupata da Daniele Tavoni, sono stati successivamente rinvenuti diversi strumenti con evidenti e abbondanti tracce di sangue, come riferito dalla Procura di Modena.
Non è stato ancora precisato quali oggetti siano stati utilizzati per provocare le ferite mortali e quali per le mutilazioni.
Resta da chiarire anche quanto sia durata l'aggressione, se i coniugi siano stati colpiti nello stesso momento e se abbiano assistito consapevolmente a una parte della violenza.
Una sequenza di fatti che gli accertamenti medico-legali dovranno ricostruire, per stabilire come si sia arrivati a una scena di tale ferocia.
Il messaggio WhatsApp rimasto senza risposta
Nelle ore della scoperta del delitto, Nadia Ganzerli aveva cercato di contattare Vincenza.
Quando aveva saputo che due coniugi erano stati trovati morti in via Imperiale, aveva telefonato all'amica, sperando che non fosse lei. Non ottenendo risposta, le aveva inviato un messaggio vocale su WhatsApp.
Il messaggio non era stato consegnato: non era comparsa neppure la seconda spunta.
Un altro particolare che si aggiunge alla ricostruzione degli ultimi contatti con la donna, già cercata ripetutamente nella mattinata di giovedì da un'altra amica con cui aveva concordato di andare al supermercato.
Il fermo e il movente ancora da accertare
Daniele Tavoni è stato sottoposto a fermo, gravemente indiziato dell'omicidio della madre e del patrigno.
Secondo quanto appreso dall'ANSA, l'uomo aveva avuto in passato contatti con i servizi di salute mentale, nell'ambito di un percorso di cura iniziato oltre dieci anni fa. L'ultima visita risulterebbe effettuata nel 2019, mentre attualmente non risulta in carico ai servizi di salute mentale di Modena. Non sono emersi elementi che colleghino quel percorso sanitario al delitto.
Gli investigatori dovranno chiarire se le tensioni familiari e le richieste economiche abbiano avuto un ruolo nell'aggressione oppure se il movente debba essere ricercato altrove.
Resta il dato più terribile: due anziani legati, uccisi e decapitati nella loro casa. Una violenza che ha distrutto una famiglia e sconvolto Mirandola, mentre la magistratura dovrà accertare le responsabilità e ricostruire fino in fondo quanto accaduto.
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