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06 Giugno 2026
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Garlasco, Marco Poggi: “Accusa di aver ucciso Chiara non andrà più via. Sempio? Innocente”

(Adnkronos) - Dopo la nuova inchiesta sul caso Garlasco, "siamo rimasti un po’ dispiaciuti. Posso capire le intercettazioni nel mio caso, avrei trovato più strano il contrario. Dispiace che fossero coinvolti i miei, a loro si potevano evitare. In generale, di questa indagine, ci ha amareggiato essere tenuti sempre da parte, quasi come se non esistessimo. Anche il prelievo del Dna di nascosto, dalla spazzatura o con modalità strane come nel mio caso, non è una cosa che ti fa piacere, perché la morte di Chiara è qualcosa di nostro". Questo uno dei passaggi dell'intervista a Marco Poggi, fratello di Chiara, uccisa a il 13 agosto 2007, in onda stasera a Quarto Grado.  

A quasi 19 anni dai fatti, il fratello della vittima parla della nuova inchiesta della Procura di Pavia che non crede alla colpevolezza di Alberto Stasi, condannato in via definitiva a 16 anni di carcere, e indaga su Andrea Sempio per l'omicidio pluriaggravato. "Capiamo le questioni dell’indagine, ma essere tenuti così in disparte ci ha amareggiato. Sinceramente, mi aspettavo anche che all’apertura delle indagini, prima ancora che uscisse sui media, ci convocassero per dirci banalmente 'So che siete convinti di altro. È stato condannato in via definitiva, però noi siamo convinti di un’altra cosa e abbiamo deciso di aprire questa indagine'. Non sarà scritto in nessun libro di diritto, di procedure però penso come segno di rispetto e umanità me lo aspettavo. Mi spiace che non ci sia mai stato neanche un colloquio di questo tipo" aggiunge. 

Anche ora che Stasi tenta la strada della revisione - si attende ancora che la difesa depositi l'istanza - continua il silenzio. "Non abbiamo mai avuto nessun contatto con lui, non ci ha mai scritto". Una distanza che Marco Poggi si spiega, ma non esplicita. "Tengo per me quello che posso aver pensato e pensare. Perché in questo momento i toni sono talmente alti, le tifoserie talmente schierate e le opinioni così polarizzate che non voglio alimentarle. Vorrei che i toni si abbassassero un po'". 

"Io non ho mai sopportato e forse neanche accettato tutta questa esposizione mediatica di quello che purtroppo è successo a Chiara. Da quest’ultimo anno, da questa riapertura, la mia figura è stata molto più coinvolta ed è stata un po’ più chiacchierata. Era da diverso tempo che pensavo di parlare, anche per fare finire tutte le relazioni, allusioni e questo alone di mistero che c’è sulla mia figura", le parole del fratello di Chiara. 

 

Con la riapertura dell'inchiesta della Procura di Pavia, i riflettori si sono accesi sul fratello minore della vittima, diventato bersaglio di insulti e fake news. "Non è quello che pensavo ovviamente di dover affrontare diciotto anni dopo. Non so veramente come si sia arrivati a questo punto" spiega e sull'accusa che lo ha ferito di più non ha dubbi. "Ovviamente essere accusato di essere coinvolto nell’omicidio di Chiara, essere accusato addirittura di essere un autore è la cosa che difficilmente mi andrà più via. Ho imparato a conviverci". 

Tra i sospetti della rete è che Marco Poggi non fosse in montagna in Trentino con i genitori quel 13 agosto del 2007. "Non è stato facile. (...) I sentimenti che ho provato di più in quest’ultimo anno sono rabbia e stanchezza". C’è chi ti ha voluto chiuso in una clinica psichiatrica. Chi ha sostenuto fosse in una clinica psichiatrica. "È stato detto di tutto e di più, probabilmente il fatto di non aver mai rilasciato interviste può avere alimentato anche queste voci. C’è anche un minimo di colpa da parte mia... nel senso che se forse avessi fatto interviste prima, tutte queste voci e teorie non sarebbero nate" spiega all'intervistatrice Martina Maltagliati. E sui social c'è chi ha paralato di un giro di droga: "Non l’ho neanche mai provata, per cui siamo nella fantasia che più fantasia" aggiunge. 

Poggi non ha dubbi su cosa avrebbe ferito di più la sorella, vittima di uno degli omicidi più mediatici della storia: "Non credo che avrebbe mai voluto tutta questa esposizione mediatica, tutte queste insinuazioni sulla sua doppia vita o sulla sua vita privata. Sicuramente non le avrebbe volute".  

 

Quindi il passaggio su Stasi, l'allora fidanzato di Chiara condannato in via definitiva a 16 anni di carcere per l'omicidio: "All'inizio del 2007 non credevamo nella colpevolezza di Alberto Stasi. L'abbiamo difeso veramente tanto e anche quando era stato incarcerato, personalmente ero convinto che fosse innocente, convinto che stavano sbagliando. Quando è uscita la notizia della scarcerazione ero contento perché ero convinto che non c'entrasse nulla. Era proprio l'ultima persona che volevamo potesse essere stato, perché Chiara, in quel periodo lì, aveva lui come persona più vicina e che le dava più affetto". 

"Leggendo le motivazioni della scarcerazione ho iniziato a chiedermi il perché di così tante bugie, di così tante cose che non tornano. C'erano dei passaggi sulla spiegazione del Dna di Chiara che fu trovato sui pedali che mi avevano lasciato un po' stranito. Non è che perché viene aperta un'indagine, significa che abbiamo un convincimento diverso. Secondo me, sarebbe ancora più grave se lo cambiassimo solo perché era partita questa indagine. Questo vorrebbe dire che non abbiamo creduto alla condanna che c'era stata negli anni passati" aggiunge il fratello della vittima che poi spiega perché crede nella colpevolezza di Stasi. 

"Il convincimento nasce dall'aver seguito un po' tutti i processi e le discussioni in aula. (...) Tutte le prove, anche quelle nuove, che sono state discusse nei vari procedimenti, le perizie in contraddittorio e le sentenze che sono state emesse, ci hanno convinto in maniera definitiva" aggiunge.  

Tra la famiglia Poggi e Stasi non c'è più nessun tipo di contatto e per chi li accusa di temere una revisione nei confronti della sentenza di colpevolezza per non restituire il risarcimento di 750.000 euro, Marco Poggi replica: "Quella somma, come hanno già detto i miei genitori, è depositata a parte. Una parte è stata utilizzata per pagare le spese legali e consulenti di tutta la trafila dei processi che c'erano stati. La nostra vita va avanti con i nostri stipendi. Mi sono fatto una vita a parte, sono in affitto e lo pago con il mio stipendio". 

A favore di Stasi, dice, "c'è stata una forte campagna mediatica di notizie false, indiscrezioni che poi si sono rivelate false, che hanno sostanzialmente indirizzato l'opinione pubblica". Per il fratello di Chiara Poggi non è facile vedere la trasformazione di un assassino "in una vittima". 

 

Gli elementi della nuova inchiesta della Procura di Pavia sull'indagato Andrea Sempio, invece, non convincono Marco Poggi. "Non mi hanno convinto. Ho letto un po' anche le varie memorie e le informative, non ho cambiato la mia idea. Ovviamente, vedremo. Non ci siamo mai nascosti, siamo convinti che Alberto Stasi è colpevole, e convinti che le ultime sentenze a cui siamo arrivati nei processi siano la verità. Non pretendiamo che la nostra convinzione diventi verità per tutti, non l’abbiamo mai preteso e non lo pretenderemo mai, quello che ci dispiace è che non ci sia rispetto". 

Poggi è stato definito "ostile" dagli inquirenti, ma il fratello di Chiara non si riconosce nella definizione e spiega perché crede all'innocenza di Andrea Sempio. "Credo che si potevano, si dovevano usare parole diverse per esprimere il mio convincimento per cui la verità è stata già accertata e per cui credo veramente che Andrea Sempio sia estraneo. Non credo servissero parole provocatorie. Hanno deciso di definirmi così, lo accetto. Non è il messaggio sicuramente che volevo far passare". 

Una sicurezza sul colpevole che non è parteggiare o 'coprire' l'amico di infanzia. "La cosa che forse non è chiara e che viene mal interpretata è che, se potessimo mettere un punto a tutta la vicenda, saremmo veramente i primi a volerlo, perché non so se si può immaginare quanto siamo stanchi di rivivere tutto, di rimettere in discussione tutto, di fare sempre e ciclicamente gli stessi pensieri", spiega ancora Marco Poggi. 

"Penso proprio di sì, nel momento in cui è coinvolto un mio amico non vedo perché non abbia dovuto chiamarmi per dirmi ‘Guarda, questo mi sta veramente dando fastidio, è un problema per me, prova a sentirlo tu’. Questo me lo sarei aspettato, come mi sarei aspettato che l’avesse detto a qualcuno delle persone che vedeva in quei giorni lì, come Alberto Stasi o mia cugina. Se veramente qualcuno l’avesse importunata, qualcun altro avrebbe dovuto saperlo", la risposta che fornisce all'ipotesi investigativa che Andrea Sempio possa aver molestato telefonicamente la sorella.  

La Procura di Pavia sostiene un movente a sfondo sessuale di Sempio nei confronti della vittima. "Sì, ho letto di questa ricostruzione. Faccio fatica a trovarci una logica perché non c’era nessun contatto, non ho nessun ricordo di Chiara con i miei amici - aggiunge Marco Poggi -. Non la incrociavamo neanche quando uscivamo, non li ricordo parlare con lei le volte in cui ci siamo incrociati in casa". 

Poggi non può escludere che Sempio possa essere stato da solo nella stanza della sorella Chiara, dove c'era il computer a cui i ragazzi accedevano per giocare. "Non posso escludere che io alcune volte sia andato in bagno, sia andato a prendere da bere o a far uscire il gatto e quindi lo abbia lasciato lì pochi minuti". 

Secca e sicura la risposta sui video intimi tra la vittima e il fidanzato Alberto Stasi che, per chi indaga, potrebbero essere stati visti dall'indagato e aver armato il 37enne. "Non li ho mai visti - spiega Marco Poggi -. Sapevo solo della loro presunta esistenza da una chat su Msn che avevo letto anni prima, ma non li ho mai visti e non ho mai detto questa cosa né ai miei amici né ad altre persone". E sostiene di non averne parlato con nessuno "anche perché sono cose private di mia sorella che non avrei mai messo in giro, nemmeno la voce". 

Sui soliloqui di Sempio che, per chi indaga, sono una sorta di confessione del delitto "la mia reazione a caldo è stata quella di incredulità e di non riuscire a trovare un nesso. Quel giorno sono uscito abbastanza confuso e anche con il pensiero di ascoltare questi audio e di capire qual è la spiegazione. Li ho sentiti in queste settimane e onestamente rimango dell’idea che mi sono fatto. Non ci vedo quell'interpretazione e non riesco proprio a sentire ed essere sicuro che vengano dette determinate parole. Non sono io che devo giudicare, quindi ci sarà qualcuno che lo farà. Aspettiamo di sentire quale sarà il giudizio finale".  

Audio che vengono fatti sentire dai pm di Pavia quando viene sentito il 6 maggio scorso, prima - in un'altra occasione - gli mostrano la famosa impronta 33. Un'impronta per gli inquirenti riconducibile a Sempio, che si trova sul muro della scala che conduce alla cantina dove è stata trovata la vittima. Cantina dove Marco Poggi scendeva con gli amici perché "era una sorta di magazzino e lì c'erano console vecchie, riviste di videogiochi e altre cose". 

"Mi hanno mostrato una foto" dicendo che "era di Andrea Sempio. Me l'hanno fatta vedere che era rossa...pensavo fosse sangue. Ovviamente è stato un po' uno shock per come me l'hanno presentata e per il fatto che la reputavano di Andrea Sempio. Non ho più capito se mi avevano detto che era sangue o no. L'ho elaborato meglio dopo, quando sono tornato a casa (...) A caldo, la risposta che avevo dato è che mi sembra impossibile che sia stato lui. È ovvio che un'impronta insanguinata diventi difficile da spiegare" dice. Le analisi del 2007 del Ris escludono che sia sangue, il colore rosso era il reagente della ninidrina, e i consulenti di Sempio escludono che la traccia sia riconducibili all'indagato. 

 

 

"Per quanto possa esser stato difficile e devastante quest'ultimo anno e mezzo, niente può essere paragonato ai primi anni, dopo quel 13 agosto", continua. Quella dell'agosto 2007 era la prima vacanza in cui la ventiseienne rimaneva da sola a casa, ma la mattina della partenza "purtroppo è un ricordo che è sfumato completamente e mi spiace. Non mi ricordo l'ultimo saluto" a Chiara, "non lo ricordo più". 

La notizia raggiunge Marco Poggi e il padre Giuseppe mentre sono in un rifugio ad alta quota. E' il padre dell'amico Biasibetti a parlare al telefono con i soccorritori. "Lui, anziché dirci che era venuta a mancare Chiara, ci aveva detto che non si era sentita bene mia mamma e che era in ospedale. Da lì, è arrivata una jeep del soccorso alpino a prenderci. Siamo scesi a valle e mio papà ha chiamato mia mamma per sapere come stava, in quel momento ho saputo quello che era successo. Poi siamo tornati a Garlasco" racconta. "E' stato un viaggio un po' interminabile, con un lungo silenzio, mi ricordo questo".  

Otto mesi dopo la villetta di via Pascoli viene dissequestrata e la famiglia rientra a casa. "I ricordi di Chiara erano lì e noi volevamo tornare dove potevamo rivivere e alimentare questi ricordi" spiega. 

"Spero veramente che possa finalmente essere lasciato un po' in pace il suo ricordo, finire questo gioco - dice - che c'è nei confronti della sua morte e della sua vita. E io ne sono certo, non avrebbe voluto tutto questo. Spero che possa avere un po' di tregua anche lei", continua augurandosi che il circo mediatico sul caso Garlasco possa terminare. 

Chi l'ha uccisa "ha tolto principalmente a lei, le ha tolto tutto. Ho rimpianti personali per non aver potuto vivere Chiara quando la differenza di età diventava meno evidente. Mi spiace non aver potuto trasformare il rapporto fratello-sorella anche in un rapporto di amicizia. Questo purtroppo non è stato possibile farlo" aggiunge Marco che in più occasioni ricorda le accuse contro la famiglia Poggi. "Penso che tutto il fango che abbiamo subito non ci scivolerà mai addosso. Però credo che ora si possa interrompere" aggiunge il fratello minore della vittima. 

"Il grazie più banale va ai miei genitori per tutti questi anni, perché ci sono sempre stati, non sono mai crollati e sono stati fondamentali nel non far crollare anche me. Il grazie che forse è meno scontato è quello per gli avvocati, consulenti e soprattutto le loro famiglie, che ci sono rimaste vicino. Loro stessi hanno subito un sacco di attacchi personali, insulti e diffamazioni", conclude Marco Poggi. 

 

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