A San Felice i bambini imparano a stare accanto a chi perde la memoria con il progetto Alzheimer
SAN FELICE SUL PANARO – Hanno provato a disegnare una casa guardando soltanto attraverso uno specchio e si sono arrabbiati perché la mano andava da una parte mentre l'immagine sembrava andare dall'altra. Hanno cercato di costruire un origami seguendo istruzioni volutamente sbagliate e si sono sentiti confusi, nervosi, disorientati. Si sono trovati davanti oggetti di un'altra epoca senza sapere che cosa fossero né come si usassero. E poi hanno incontrato davvero persone con difficoltà cognitive, si sono seduti accanto a loro, hanno parlato, riso, confrontato modi diversi di vestirsi e “farsi belli”.
Alla fine hanno capito qualcosa che agli adulti, qualche volta, richiede molto più tempo: per avvicinarsi a una persona che vive con l'Alzheimer o con un'altra forma di demenza bisogna provare, almeno per un momento, a mettersi nei suoi panni.
È questo il risultato forse più prezioso di “Cara nonna, ti leggo la memoria”, il progetto che giovedì 1° ottobre è stato presentato nella sala consiliare del municipio di San Felice sul Panaro. Protagonisti assoluti sono stati gli alunni dell'allora classe 5ª E della scuola primaria “M. Muratori”, oggi già approdati alla scuola media, che davanti a insegnanti, famiglie, amministratori e professioniste hanno raccontato un percorso durato quasi un intero anno scolastico.
Un progetto nato da una domanda apparentemente semplice e in realtà delicatissima: come si parla ai bambini della demenza senza spaventarli?
A ricostruirne la genesi è stata l'assessora alla Sanità Elisabetta Malagoli. San Felice dal 2022 è Comune Amico delle Persone con Demenza e proprio nell'ambito di questo percorso è nata l'idea di portare il tema dentro la scuola. L'amministrazione ha incontrato la dirigenza scolastica, il progetto è entrato nel piano dell'offerta formativa e insegnanti e professioniste sanitarie hanno cominciato a costruire insieme un linguaggio adatto ai bambini.
Una scelta che ha finito per coinvolgere non soltanto la classe: la coordinatrice del plesso Muratori, Antonella Serrari, ha ricordato come tutta la scuola abbia partecipato, decorando ingresso, aule e spazi esterni e trasformando così un progetto di una classe in un'esperienza condivisa dal plesso.
I bambini vedono molto più di quanto pensiamo
Da remoto è intervenuta Francesca Arosio, psicologa e psicoterapeuta della Federazione Alzheimer Italia, che ha messo a fuoco uno dei punti centrali della serata: nascondere ai bambini ciò che sta accadendo non significa proteggerli.
I bambini si accorgono se una nonna ripete sempre le stesse cose, se un nonno dimentica, se un adulto è stanco o preoccupato, se dentro una famiglia qualcosa sta cambiando. E quando nessuno spiega loro perché, possono costruirsi una spiegazione da soli: pensare che il nonno non voglia più stare con loro, che sia arrabbiato, perfino che ciò che sta accadendo dipenda in qualche modo da loro.
Occorre allora parlare, ma farlo con un linguaggio semplice, trasparente, rassicurante e graduale. Senza trasformare i bambini in piccoli caregiver e senza caricarli di responsabilità che appartengono agli adulti. Possono invece continuare a fare ciò che sanno fare forse meglio di tutti: stare dentro una relazione senza mettere continuamente alla prova l'altro.
Ed è proprio qui che il progetto di San Felice acquista un significato che va oltre la singola classe. Questi bambini saranno gli adulti che domani incontreranno una persona disorientata al supermercato, al bar o per strada. Sapranno forse aspettare qualche secondo in più, non spazientirsi, offrire aiuto senza umiliare. Una comunità amica delle persone con demenza comincia anche così.
Prima sono state formate le insegnanti
Il lavoro non è stato improvvisato. Mara Veschi, geriatra del Centro Disturbi Cognitivi di Mirandola, ha spiegato che il primo passaggio è stato formare le docenti.
Parlare di demenza non è facile nemmeno tra adulti. Alle insegnanti sono stati quindi forniti strumenti per conoscere la malattia, comprenderne i sintomi cognitivi e comportamentali e, soprattutto, imparare a mettere sempre al centro la persona e non la diagnosi.
Anche le parole, infatti, costruiscono il modo in cui una comunità guarda la fragilità: dire “persona che vive con la demenza” non equivale a ridurre qualcuno alla definizione di “demente”.
La psicologa Elena Zavatta, del Centro Disturbi Cognitivi Area Nord, ha raccontato invece la parte più esperienziale della formazione: provare direttamente alcune difficoltà percettive e cognitive, lavorare sulla comunicazione non verbale, capire quanto contino il volto, i gesti, il tono e il corpo quando le parole cominciano a non bastare più.
Da quella formazione sono nati anche molti dei laboratori successivamente proposti ai ragazzi.
Una foto da piccoli per cominciare a parlare di memoria
Poi è entrata in scena la scuola. E qui il racconto della docente Giorgia Pedroni ha restituito tutta la bellezza concreta del progetto. Il percorso era cominciato nel settembre 2025, in occasione della Giornata mondiale dell'Alzheimer. Per spiegare ai bambini che cosa significhi dimenticare, Pedroni aveva chiesto loro di portare in classe una fotografia di quando erano molto piccoli. «Ti ricordi quel momento?», domandava. La risposta era quasi sempre no. Quel ricordo apparteneva alla mamma, al papà, ai nonni, a qualcuno che aveva raccontato loro ciò che era successo. Da lì è diventato più semplice introdurre una domanda enormemente più grande: che cosa succede quando invece è una persona adulta a non ricordare più?
Ogni venerdì pomeriggio la classe ha poi letto un capitolo di Cara nonna, il libro che racconta l'Alzheimer attraverso gli occhi dei nipoti Carlo e Daniela. All'inizio c'erano le normali domande di comprensione del testo. Poi qualcosa è cambiato: i ragazzi hanno cominciato a fare domande proprie e a portare in classe esperienze familiari, ricordi dei loro nonni, episodi vissuti a casa. Il progetto era entrato nella loro vita.
Disegnare una casa diventa improvvisamente difficilissimo
A quel punto sono arrivati i laboratori. In uno i bambini dovevano realizzare un origami. Solo alcuni, però, avevano ricevuto le istruzioni corrette: agli altri mancavano dei passaggi oppure le sequenze erano state volutamente alterate.
Sono arrivate la frustrazione, la sensazione di avere sbagliato tutto, il disagio di non capire perché un compito apparentemente semplice non funzionasse. Poi lo specchio. Disegnare una casa è una delle cose più elementari che si possano chiedere a un bambino. Ma provare a farlo guardando esclusivamente l'immagine riflessa trasforma improvvisamente ogni gesto in un problema. Destra e sinistra si confondono, la mano non sembra più obbedire, ciò che si sa fare da sempre diventa difficilissimo.
I ragazzi lo hanno detto con parole inequivocabili: «Ero nervoso», «ero disorientato», «era tutto al contrario». Esattamente ciò che le insegnanti volevano far sperimentare loro. Un altro laboratorio ha utilizzato vecchi oggetti domestici, irriconoscibili agli occhi di bambini cresciuti nel Terzo millennio. Li vedevano, potevano toccarli, eppure non riuscivano a dare loro un nome o a capire come utilizzarli. Anche questa volta sono arrivati spaesamento e confusione: vedere qualcosa e avere quasi la sensazione di conoscerlo, senza riuscire però a recuperarne il significato.
Le domande da bambini che sembravano domande da adulti
Quando Veschi e Zavatta sono entrate in classe per incontrare direttamente gli alunni, avevano preparato spiegazioni, attività e test. Ne hanno fatti pochissimi. Perché i bambini hanno cominciato a fare domande.
L'Alzheimer si può curare? Se qualcuno nella mia famiglia è malato, mi ammalerò anch'io? Dopo la memoria, che cosa si perde? Una persona con Alzheimer riesce a capire ciò che le diciamo? Può dimenticarsi persino di avere la demenza? Ci sono fasi in cui non si riesce più a camminare o parlare? A che età ci si può ammalare? Demenza e Alzheimer sono la stessa cosa?
Domande precise, difficili, mature. Le professioniste hanno raccontato di essere uscite da quell'aula sorprese dalla sensibilità e dalla capacità di comprensione della classe. Quasi una dimostrazione sul campo che sì, di Alzheimer con i bambini si può parlare. Basta trovare il modo giusto.
Poi l'incontro con i “nonni”
La parte forse più tenera dell'intero percorso è arrivata quando la teoria ha incontrato le persone.
I ragazzi hanno trascorso una mattinata con persone che partecipano alle attività di stimolazione cognitiva del territorio. Giovani del Novecento e giovani del Terzo millennio, li hanno chiamati.
Si sono confrontati su come ci si faceva belli ieri e come ci si fa belli oggi. Una signora parlava della cipria e una ragazzina le ha spiegato che oggi si direbbe “blush”; qualcuno ricordava l'orologio da polso e dall'altra parte è arrivato immediatamente lo smartwatch.
Piccoli ponti tra generazioni, costruiti senza grandi discorsi.
Ed è significativo che, quando durante la serata è stato chiesto ai ragazzi che cosa fosse piaciuto di più, proprio quell'incontro sia tornato continuamente nelle loro risposte. Uno di loro ha sintetizzato tutto con poche parole: «Questa esperienza mi ha fatto imparare diverse cose, tra cui l'empatia». Forse non occorre aggiungere molto.
Un progetto che adesso chiede di continuare
Alla fine la soddisfazione più grande era leggibile nelle parole delle insegnanti e delle professioniste, ma soprattutto nei ragazzi.
Il percorso partito con molte cautele – perché parlare di Alzheimer ai bambini sembrava difficile, forse troppo – ha prodotto l'effetto opposto: ha mostrato quanta capacità abbiano i più giovani di comprendere anche ciò che fa paura agli adulti, se qualcuno offre loro strumenti, parole e occasioni per fare esperienza.
Giorgia Pedroni ha simbolicamente consegnato il testimone ai colleghi, invitandoli a prendere il progetto, modificarlo, arricchirlo e portarlo nelle altre classi. Le professioniste del Centro Disturbi Cognitivi hanno immaginato un percorso che potrebbe proseguire anche alle medie e alle superiori.
E San Felice, Comune Amico delle Persone con Demenza, ieri sera ha avuto forse una risposta alla domanda dalla quale tutto era partito.
Sì, ai bambini si può parlare dell'Alzheimer.
Anzi, qualche volta sono proprio loro a ricordare agli adulti la cosa più importante: quando la memoria comincia a perdersi, una relazione può continuare a vivere attraverso una voce, una mano, uno sguardo, la pazienza di aspettare e quell'affetto che non ha bisogno di ricordare tutto per sapere ancora stare vicino.
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