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25 Gennaio 2022

Policlinico di Modena, una gravissima presentazione clinica di tumore del sangue si cura senza trasfusioni

MODENA – Professionalità, determinazione, coraggio, rispetto, collaborazione: cinque ingredienti che hanno reso possibile combattere e vincere una battaglia che fino a qualche tempo fa sarebbe apparsa impossibile.

È successo al reparto di Ematologia dell’Azienda Ospedaliero – Universitaria di Modena diretto dal prof. Mario Luppi di UNIMORE che ha sede al Policlinico di Modena, con un paziente testimone di Geova affetto da una rara forma di malattia linfoproliferativa cronica (definita Macroglobulinemia di Waldenstrom), che aveva fatto crollare i suoi valori ematici a 2,8 g/dl di emoglobina, con solo 17.000 piastrine (i valori normali di emoglobina sono al sopra di 13 gr/dl e di piastrine al di sopra di 150.000/mm3), a causa di una massiccia infiltrazione del midollo osseo. Eppure, ora il paziente è a casa e perfino in grado di riprendere a lavorare; sa bene che la sua malattia non è stata ancora debellata, ma potrà continuare la sua battaglia con più serenità.

I progressi della medicina “bloodless” rientrano, di fatto, in quelli delle moderne terapie di supporto, basate sulla disponibilità di fattori di crescita, ad esempio, normalmente utilizzati nella pratica clinica, ed usualmente associati alle terapie antineoplastiche. Nel caso specifico, al fine di rispettare la volontà del paziente, che rifiutava le trasfusioni di sangue, per ragioni di credo religioso, è stata associata una terapia di supporto adeguata e continuativa alla terapia cosiddetta “standard” per questo tipo di malattia linfoproliferativa, rappresentata dalla chemioterapia e in caso di ricaduta o di resistenza al trattamento di prima linea, a terapie anti-neoplastiche, cosiddette di seconda linea, dirette verso bersagli molecolari o biologici, che oggi sono disponibili per tutti i pazienti, raccomandate dalle linee guida delle Società Scientifiche di settore a e quindi rimborsate dal S.S.N.

La corsa contro il tempo di G.G., testimone di Geova di Mirandola, comincia tra gennaio e febbraio, ma esplode in tutta la sua drammaticità in piena pandemia da Coronavirus. Dopo aver stazionato una settimana in un Pronto Soccorso di un ospedale della zona, con emoglobina a 5 g/dl viene ricoverato, per competenza, nel reparto di Ematologia del Policlinico di Modena. Qui i medici iniziano subito gli approfondimenti diagnostici e somministrano una terapia a base di ferro, vitamina B12, acido folico e 30.000 Unità di EPO (eritropoietina), al giorno.

Grazie a questo primo approccio terapeutico, i valori di emoglobina salgono a 8 g/dl e i medici raccomandano di iniziare la chemioterapia. Il primo ciclo viene tollerato bene, mentre, dopo il secondo ciclo di chemioterapia i valori di emoglobina si riducono nuovamente a 5 g/dl. Per questo, nella prima metà di marzo, in pieno periodo COVID-19, viene nuovamente ricoverato a Modena.

Straordinaria, in questa fase così critica la disponibilità dei medici modenesi, che iniziano una terapia anti-neoplastica, non chemioterapica, associata a continuativa terapia di supporto, applicando le avanzate tecniche “bloodless”. 

I valori ematici di G.G. continuano a scendere arrivando a raggiungere 2,8 g/dl di emoglobina ed un numero di piastrine di sole 17.000/mm3. A quel punto però, grazie agli effetti benefici della terapia anti-neoplastica combinata alla terapia di supporto, i valori ematici iniziano a risalire, consentendo di ridurre ed infine sospendere la somministrazione di EPO. 

Oggi, a distanza di circa due mesi dal trattamento, l’emoglobina è salita a 13,8 g/dl, che rappresenta un valore di assoluta normalità. Il paziente non solo è tornato a casa, ma è anche in grado di riprendere a lavorare. Sa che la sua battaglia sarà ancora lunga, ma è anche consapevole che in questa lotta non è solo: ha scoperto che in trincea con lui ci sono medici che, da veri professionisti, rispettano le sue scelte terapeutiche e sono pronti a collaborare per trovare sempre la soluzione migliore.

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