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Le organizzazioni aziendali al tempo del Covid-19

di Andrea Lodi

Silvio Brusaferro, Presidente dell’Istituto Superiore di Sanità, è convinto che l’epidemia di coronarivus “ci accompagnerà per un altro anno e mezzo circa”, sottolineando inoltre che quello causato dalla pandemia “è uno stress che non è stato puntiforme, come un terremoto o un’alluvione; stiamo mettendo in atto strategie di adattamento che lasceranno il segno in futuro, alcune probabilmente in maniera permanente”.

Che non ci saremmo presto liberati del virus l’avevamo capito. Soprattutto osservando gli sconsiderati comportamenti di una parte della popolazione che non ha ben compreso il problema. Però, sentire dalle parole di Brusaferro che dovremo continuare a vivere in una situazione di continua allerta per un altro anno e mezzo, con l’aggravante dell’avverbio, che di fatto si pone come fattore di incertezza sulle reali tempistiche, non è molto confortante.

E’ un problema reale, che riguarda l’intera società, allontanata dalle abitudini quotidiane e costretta ad un isolamento forzato, con scarsi strumenti di comprensione e riorganizzazione sociale, e forti ripercussioni sulle economie delle singole famiglie. Un malessere fomentato anche da una parte della classe politica, che sta utilizzando il disagio sociale come strumento per accaparrarsi un presunto consenso politico, che di fatto ci rende più arrabbiati e meno proattivi.

Perché è proprio di questo che oggi abbiamo bisogno: di riprogrammare la nostra quotidianità, lasciando da parte gli interessi personali (questo inverno gli sciatori possono anche fare a meno di una discesa sul Saslong a Santa Cristina di Val Gardena) concentrandosi su altre forme di benessere, che tengano conto della salute e degli interessi dell’intera comunità. Prima arginiamo il virus, prima potremmo riavvicinarci alle nostre vecchie abitudini. Che non saranno mai esattamente quelle di prima, ci ricorda Brusanelli.

C’è un grande bisogno di ri-orientarsi —, afferma Gabriele Gabrielli docente di Organizzazione e gestione delle risorse umane alla Università Luiss, — perché le persone sono disorientate per il lavoro, un po’ in presenza un po’ a distanza. Si fanno domande tipo: operativamente, dove mi colloco? La risposta deve arrivare dai manager: oggi hanno il compito di ricordare e comunicare. Ricordare qual è lo scopo dell’impresa e rispondere a domande tipo: a che cosa serve il lavoro che sto facendo? E comunicare. Per esempio, che tutti dobbiamo andare verso la stessa direzione”.

Ed è proprio nell’ambito lavorativo che si possono trovare parte delle risposte agli attuali problemi.

Ognuno di noi trascorre gran parte del proprio tempo al lavoro. Se l’ambiente in cui lavoriamo è un luogo proattivo, che ci vede coinvolti anche nella sfera privata, c’è la possibilità di innescare un meccanismo di “positività”, che influisce anche sulla nostra capacità di riprogrammare il presente e il futuro.

Occorre puntare sul wellfare aziendale, incentivando le aziende ad adottare sistemi e programmi volti al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro dei propri lavoratori.

Da una ricerca realizzata nel giugno del 2020 dall’organizzazione “Percorsi di secondo welfare”, su un campione di circa 500 aziende, dal titolo “Organizzazioni solidali ai tempi del Covid-19”, pare che molte aziende italiane abbiano già messo in atto, dall’inizio della pandemia, iniziative di welfare aziendale e Responsabilità Sociale d’Impresa (RSI), come di seguito specificato:

INIZIATIVE INTERNE

  • il 65,9% ha rimodulato l’organizzazione interna delle attività;
  • il 75% ha adottato modelli di smart working: dal rafforzamento del lavoro “agile” (90%) a varie forme di flessibilità oraria (40%);
  • il 74,5% ha adottato nuove misure di welfare cha vanno dalla comunicazione all’assistenza in caso di necessità, fino a coperture assicurative integrative in caso di positività al virus.

INIZIATIVE ESTERNE

  • il 40% ha effettuato donazioni a favore del Servizio Sanitario Nazionale e della Protezione Civile
  • il 43% ha effettuato donazioni ad altri enti umanitari e sanitari coinvolti direttamente nella lotta al contrasto al virus;
  • il 35% ha acquistato materiale sanitario destinato agli ospedali;
  • il 34% ha avviato campagne di raccolta fondi.

E’ sicuramente un buon punto di partenza. Occorre però un nuovo patto tra impresa e lavoratore. Occorre un nuovo patto sociale, che veda coinvolti tutti gli attori; per citarne alcuni: le amministrazioni pubbliche, le banche, le associazioni imprenditoriali e dei lavoratori, le strutture dell’istruzione di ogni ordine e grado, le forze di polizia, l’Agenzia delle Entrate.

Le banche devono sostenere le imprese. Occorrono agevolazioni fiscali per sostenere imprese e famiglie in questo periodo di difficoltà, con strumenti innovativi, moderni, che siano coerenti con le specifiche difficoltà del momento. Come sta facendo da anni la vicina Svizzera.

Non siamo nemmeno riusciti a rateizzare le tasse di tutti, e ribadisco tutti, i cittadini di almeno uno o due anni. Solo alcune categorie possono farlo. Forse. Il solito meccanismo contorto e discriminatorio all’italiana.

Anche i manager sono disorientati: “Tutti questi scossoni hanno mandato le leadership sottosopra. C’è bisogno di fare i conti con dimensioni nuove – continua Gabrielli -, come lo smart working, cioè con l’assenza della presenza. Finora i capi avevano costruito modelli di lavoro basati sulla complicità organizzativa, con team magari costruiti alla pausa pranzo o alla macchinetta del caffè. Oggi come si rafforza il senso di appartenenza all’impresa, vivendola dal di fuori?”.

Secondo Gabriele Ghini, managing director di Transearch Italia (società di head hunting) le aziende attueranno attività miste tra presenza e distanza. Nasce un neologismo, “preStanza”, una crasi tra i termini presenza e distanza: “occorre ripensare alla dimensione degli uffici,– continua Ghini –  saranno rivisti strumenti come i ticket per il pranzo e verranno fuori opportunità interessanti, di cui si comincia a vedere qualcosa. Per esempio, in un assetto di lavoro misto, anche le donne impegnate in famiglia potranno cogliere più occasioni per accedere a posizioni rilevanti. Mentre oggi la sola vita di ufficio le penalizza”.

L’economista Marco Vitale è dell’idea che “questi strumenti funzionano se prima l’azienda ha messo al centro l’idea che si tratta di una società di persone, un ambiente comunitario. Il capitalismo finanziario degli ultimi anni ha tradito questa visione, alla quale si deve tornare anche in forme nuove. Con il rispetto della persona e dell’ambiente”.

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