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06 Giugno 2026
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Lupi in espansione: conoscerli per proteggerli e proteggerci

Lo scorso 9 Dicembre 2020 a Cavezzo, in provincia di Modena, è stato avvistato quello che pare essere un vero lupo grigio europeo (Canis lupus). Un avvistamento che ha provocato stupore, visto che nel nostro immaginario i lupi vivono in montagna. E qualche preoccupazione, dati gli stereotipi che lo vedono protagonista come lupo cattivo nelle favole. Così, Eleonora Tomasini, ecologa naturalista di Finale Emilia, ci racconta cosa sta succedendo: Questa specie tanto affascinante quanto elusiva, sta effettuando una vera e propria espansione territoriale, scendendo dagli appennini e colonizzando le zone collinari e planiziali. Osservando una tale espansione di range è probabile, e non così tanto inatteso, un ritorno del lupo in pianura. Sì, si parla di ritorno. Perché nel suo range di habitat idonei potenziali, il lupo grigio mostra una adattabilità straordinaria, in grado di plasmare il suo stile di vita ai diversi ambienti in cui decide di insediarsi (momentaneamente o perennemente), tra cui anche quello di pianura. Il suo areale storico comprendeva infatti tutti gli ambienti, ad eccezione di deserti e catene montuose troppo elevate, dal Nord America fino al Messico, incluso tutto il continente euroasiatico. Questo animale è da sempre avvolto da miti e leggende, storie che lo descrivono come una bestia, un nemico, sempre la parte cattiva della favola. Basti pensare alla famosa fiaba di cappuccetto rosso, celebre romanzo dei fratelli Grimm, che vedevano il lupo non solo in grado di divorare esseri umani interi, ma anche di mentire e raggirare le anime più innocenti: i bambini. Da quelle che risultano semplici storie per bambini, o canzoni della buonanotte e filastrocche deriva un retaggio culturale che si porta dietro paure e timori su questa specie. Proprio per questo il lupo è stato fortemente cacciato dalla prima metà dell’800 fino al secondo dopo guerra. Questo canide, progenitore dei nostri più fidati e mansueti amici cani, è una specie autoctona italiana, tutelata da norme nazionali ed europee (Legge 11 febbraio 1992 n°157: specie particolarmente protetta, Allegato IV Direttiva 92/43/CEE: specie che richiede una protezione rigorosa, Allegato II Convenzione di Berna del 19 settembre 1979: specie rigorosamente protetta) che ha rischiato fortemente l’estinzione. All’inizio dei primi anni dell’800 questa specie ha subito un massiccio crollo demografico, arrivando a contare poche centinaia di esemplari in tutta Italia, con piccoli ed isolati nuclei negli anni ’70. Le cause che hanno portato sull’orlo dell’estinzione questi animali vanno ricercate soprattutto nelle false credenze popolari che vedevano, al solito, il lupo come mangiatore di bambini e carnefice di bestiame, portatore di sciagure e disgrazie tra i contadini. Queste credenze erano così radicate nel pensiero popolare, che esistevano dei veri e propri “lupari”, ovvero dei cacciatori incaricati e regolarmente remunerati che avevano lo scopo di liberare i boschi dal lupo, come servizio offerto alla comunità. Inoltre le guerre avevano spinto ulteriormente la popolazione a cacciare selvaggina come gli ungulati, senza pietà, poiché affamati, e così facendo diminuivano le prede anche per il lupo. Allo stesso tempo, gli appennini, e più in generale le zone montane, erano fortemente abitate, con buona parte della popolazione che usava il bosco per sopravvivere, usando ciò che questo aveva da offrire e coltivandolo o usandolo come pascolo per il bestiame; togliendo di fatto, territorio adatto per la fauna selvatica come caprioli, cervi e lupi. A partire dal dopo guerra tuttavia, specialmente dagli anni ’70, si assistette ad un vero e proprio cambio di rotta: gli appennini si spopolarono, con intere comunità che si trasferirono in città per cercare lavoro, abbandonando interi lembi di terra, che in poco tempo vennero ripresi sotto il braccio di madre natura e ritornano zone boschive, ricche di biodiversità. Iniziarono anche i primi movimenti ambientalisti, che se pur possa sembrare una contraddizione, assieme ai movimenti venatori, incominciarono a richiedere di tutelare certe aree naturali e veri e propri progetti di ripopolamento di specie selvatiche di ungulati (caprioli, cervi e cinghiali). Si apre così l’immagine di un appennino più selvatico, più a prova di animale. Da qui è facile immaginare come questa specie si sia potuta riprendere naturalmente i propri spazi, da quei piccoli nuclei isolati che erano rimasti. Fondamentale per la conservazione di questa specie, è stato poi l’inizio della sua tutela a livello legislativo: nel 1971 venne emanato un primo decreto ministeriale per la sua protezione, che da allora è diventato permanente fino ai giorni nostri. Una storia a lieto fine, che mostra ancora oggi quanta strada bisogna altresì fare per permettere una convivenza pacifica che rispetti gli spazi dell’uomo, ma anche dell’animale. Ma andiamo con ordine: il lupo grigio presenta una grande variabilità morfologica, ma nonostante le nostre credenze lo dipingano come una bestia feroce e gigante, si tratta di un bellissimo canide il cui peso non supera i 35 – 40 kili, dall’elegante manto color grigio fulvo, che si fa più rossastro in estate quando deve mimetizzarsi con la vegetazione. È un animale sociale, che vive in gruppi familiari con una gerarchia ben definita. Allo scopo di mantenere questa gerarchia, la comunicazione tra gli individui risulta molto importante ed interessante dal punto di vista etologico; l’ululato stesso non ha niente a che vedere con la luna piena o i licantropi, ma ha un effetto ben preciso sulla compattezza del branco e per difendere il proprio territorio da altri nuclei di lupi. Il branco è composto da una coppia dominante, dai piccoli dell’ultimo anno e dai giovani non ancora maturi delle passate cucciolate. Nel branco solo la coppia dominante si riproduce, mentre gli altri individui sub-adulti aiutano i genitori nelle cure parentali, cacciando per i piccoli, proteggendoli e insegnandogli attraverso il gioco tutti i comportamenti che dovranno attuare da grandi, per sopravvivere. Una volta raggiunta la maturità sessuale (che di solito avviene in due anni), i nuovi adulti abbandonano il nucleo famigliare, e si disperdono, in cerca di un compagno per dar vita ad un nuovo branco. La dispersione avviene in inverno, dato che il periodo riproduttivo inizia tra gennaio e febbraio, ed ecco spiegato il motivo di avvistare un lupo “solitario”. Questi straordinari animali possono compiere tantissima strada, si è stimato che in un anno possono compiere fino a 100 km in linea d’aria. Non risulta più così sorprendente ritrovare un lupo in pianura, non credete? Il territorio occupato da un branco di lupi varia notevolmente in base alle disponibilità ambientali, ma si stima che oscilli tra i 75 ed i 300 km2, diventa quindi un momento fortuito vederli due volte nello stesso posto, a meno che non trovino una fonte di cibo stabile, come ad esempio una discarica. Il lupo si trova in cima alla catena alimentare e per questo viene definito un “top predator”; questo fa di lui un animale fondamentale per mantenere in equilibrio gli ecosistemi naturali; il ruolo infatti dei predatori è quello di tenere controllato le densità di popolazioni di altri animali preda come caprioli, cinghiali e lepri. Se non si tiene controllato il numero di tali animali, sarà troppo forte l’impatto che questi hanno sulla vegetazione, impedendone la rigenerazione. Tuttavia il lupo risulta un animale molto meno romantico e pittoresco di quanto lo si voglia dipingere, mostrandosi più opportunista e generalista nella scelta delle prede di quanto si possa pensare. Sempre più spesso, specialmente in pianura, si è visto questo animale predare e nutrirsi di nutrie (Myocastor coypus), animali alloctoni nativi del sud America, diventati ora invasivi nella nostra penisola. Il lupo si rivela quindi un ottimo alleato, nel combattere una battaglia difficilmente vincibile a soli colpi di fucile. Nonostante la selvaggina sia l’alimentazione preferita e migliore per questa specie, laddove si trovi di fronte ad un gregge di pecore incustodite, cani di piccola-media taglia legati alla catena o lasciati liberi di girovagare o animali da cortile facilmente accessibili, il lupo preferirà nutrirsi di questi animali, risultando più facili e meno costosi in termini energetici da predare. Qualora questi animali trovino nelle nostre zone un’areale consono alla loro permanenza è bene adeguarsi e prendere le precauzioni del caso per evitare inutili conflitti. Già in montagna dove i pastori e le pecore vengono lasciate libere di pascolare, quest’ultimi si stanno munendo di cani da guardiania, spesso vengono utilizzati i pastori maremmani; più grossi dei lupi e con un forte attaccamento al branco. Se fatti crescere fin da cuccioli all’interno del gregge di pecore, questi si sentiranno parte del gruppo, e lo difenderanno attivamente dai lupi che provano ad avvicinarsi, il successo pare garantito. Ci sono poi altri sistemi di prevenzione per proteggere i propri capi da cortile: box chiusi, recinti elettrificati, dissuasori acustici. Evitare che cani e gatti siano liberi di girovagare da soli, specialmente nelle ore serali, tenendoli chiusi in casa e mai legati alla catena (pratica tra l’altro vietata in Emilia Romagna secondo la legge regionale n°58 del 2013). Nel caso di aggressione del bestiame, esiste poi una forma di risarcimento per l’imprenditore danneggiato decretata dalla legge regionale n° 27 del 2020 a cui fare ricorso. Da notare che la legge non specifica “attacchi da lupi”, ma più in generale da canidi, siano essi cani randagi, di proprietà, inselvatichiti o lupi. Questa specifica si è resa necessaria, dal momento che purtroppo, specialmente in altre regioni che non sono l’Emilia Romagna, il fenomeno del randagismo è dilagante, con cani che raggiungono anche dimensioni molto grandi, che hanno perso il timore che caratterizza gli animali selvatici nei confronti dell’uomo, e possono attaccare capi di bestiame, animale da affezione o da compagnia e l’uomo stesso. Questi cani stanno diventando un vero e proprio problema per la conservazione genetica del lupo, in quanto appartenenti alla stessa specie, questi animali possono accoppiarsi generando degli ibridi, che danno vita a lupi non più puri, i quali potrebbero perdere alcune caratteristiche della specie fondamentali per la loro sopravvivenza. Inoltre il malcontento che si genera attorno al lupo, è in parte da attribuire a questi animali re-inselvatichiti che spesso vengono scambiati con i lupi generando troppe volte del panico mediatico. Fondamentale ricordare che questi animali, come tutti i selvatici, sono molto schivi e timorosi; secoli e secoli di battaglie dell’uomo contro questo animale, lo hanno portato ad avere una sana paura nei nostri confronti, e come tale deve rimanere. Non vanno foraggiati, né avvicinati. Qual ora si dovesse avere un incontro con questo animale, sarò lui per primo a cambiare strada. Il lupo è molto più vicino a noi di quanto crediamo, lo troviamo nelle prime colline dietro a Bologna, dove da qualche anno si riproduce, formando il vero e proprio Rendez-vous (è chiamata così quella parte di territorio dove la coppia decide di allevare i cuccioli). Quest’anno addirittura un’altra coppia di riproduttori ha dato alla luce la loro prima cucciolata nelle valli d’Argenta, a Campotto, in provincia di Ferrara, mostrandoci ancora una volta la loro incredibile plasticità ad adattarsi alle diverse situazioni ambientali offerte. Solo il tempo ci dirà se questi animali rimarranno come parte integrante della fauna del nostro territorio, ma quello che possiamo fare nel mentre è proteggerli, tutelarli ed apprezzarli per la loro anima così selvatica e resistente.   Fonti per approfondimento:

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