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22 Luglio 2026
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“Soli, ma trafitti da un raggio di sole”, la lettera di don Castellucci per San Geminiano

L’arcivescovo Erio Castellucci ha presentato nel Salone arcivescovile, sabato 27 gennaio, la Lettera alla città scritta in occasione della solennità di San Geminiano- patrono principale della città e dell’Arcidiocesi- che sarà celebrata mercoledì 31 gennaio.

La lettera è intitolata «Soli, ma trafitti da un raggio di sole», dall’isolamento alla fraternità.

La lirica Ed è subito sera, di Salvatore Quasimodo (1901-1968), è un esempio di poesia ermetica: sono poche parole, penetranti come un graffito inciso su pietra, che concentrano l’esperienza profonda e drammatica dell’autore. Pubblicata nel 1942, in piena Seconda guerra mondiale, era già comparsa dodici anni prima come terzina finale di un componimento più ampio, dal significativo titolo Solitudini. Colpisce il ventaglio di evocazioni suscitate dal poeta siciliano in tre sole righe; evocazioni contrastanti, già a partire dalla prima parola: “ognuno”.

Ognuno sta solo sul cuor della terra

Il pronome indefinito “ognuno” richiama sia il singolo che la comunità: indica ciascun essere umano preso a sé e nello stesso tempo si riferisce all’insieme degli esseri umani. La solitudine, paradossalmente, ci isola e ci unisce: tutti la avvertiamo, ciascuno a modo suo; ma proprio perché nessuno ne è immune, la condividiamo con gli altri. Una certa dose di solitudine è connaturale all’essere umano, è una condizione esistenziale, che in misura e modi differenti tocca tutti. La solitudine si declina all’io e al noi, è muro e ponte insieme.

La tradizione culturale europea, del resto, riunisce le antiche antropologie biblica e greca, coniugando l’io con il noi, il muretto di protezione con il ponte di collegamento. La Bibbia, nelle sue prime paradigmatiche pagine, già almeno sei secoli prima di Cristo attribuisce alla creatura umana una dignità tale da essere “immagine di Dio”: non semplicemente in quanto individuo singolo e isolato, ma in quanto essere in relazione: «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò» (Genesi 1,27). E Aristotele, un paio di secoli dopo, definisce l’uomo sia “animale logico” sia “animale politico” (Politica, 1253a 9-10): per lui l’essere umano è individuo razionale e relazionale insieme.

"Nessun uomo è un’isola" scriveva, esattamente quattro secoli fa, il poeta John Donne (1572-1631). Eppure spesso ci sentiamo soli. Avvertiamo la fatica di comunicare: molte sensazioni, esperienze, emozioni e riflessioni non riusciamo a trasmetterle o non vogliamo farlo. Alcuni muretti, certo, sono necessari attorno all’io: per custodire l’intimità personale, impedire di violarla a chi non ne ha diritto e coltivare le proprie attitudini. Esiste così una solitudine “buona” e cercata, presidio della dignità individuale, della profondità spirituale di ognuno, della peculiare storia di ciascuno."

"Aveva però ragione John Donne: sebbene una dimensione del mio essere appaia come un’isola, per non annegare nell’alta marea dell’egoismo occorre che l’io getti dei ponti verso gli altri esseri umani. L’isolamento richiama il mito di Narciso, il giovane bellissimo che, insensibile all’amore per gli altri, fu condannato per sempre dagli déi ad innamorarsi perdutamente della propria immagine riflessa in una pozza d’acqua, contemplandola fino a morirne angosciato. Sarà dunque possibile per “ognuno” proteggere la propria individualità senza cadere nel narcisismo? Si potrà superare l’isolamento, mantenendo la solitudine “buona” e cercata e vincendo quella “cattiva” e subita, la quale ci porta a tagliare i contatti, a ripiegarci su noi stessi e rimanere chiusi entro la cornice del nostro piccolo specchio?"

Sono tanti i segni dell’isolamento e del narcisismo. Gli indicatori sociali segnalano, in Italia, un aumento del disagio a diversi livelli. Molti anziani lamentano la solitudine: e se questo si può considerare un classico, stupisce invece che alcune spie dell’isolamento sociale riguardino i giovani. Crescono negli ultimi anni i suicidi degli adolescenti; si moltiplicano gli episodi di bullismo, le baby gang e gli abbandoni scolastici; aumentano anche tra i ragazzi le patologie psichiche, le forme di autolesionismo, i disturbi alimentari, le dipendenze da gioco d’azzardo, pornografia, droghe e alcol. Non si può addossare comodamente tutta la colpa al Covid-19, per quanto non sia innocente. La pandemia ha sicuramente aggravato i disagi, ma spesso non ha fatto altro che svelare e accelerare dei processi già in atto. Queste solitudini, insieme a quelle causate dalle molte povertà di italiani e stranieri, sono sintomi da non sottovalutare.

Occorre perciò moltiplicare i ponti. Senza scomodare la stupenda città di Venezia, formata da 121 isole e 436 ponti, possiamo pensare alla nostra Modena, definita da alcuni «la Venezia della via Emilia», perché caratterizzata fino a poco più di un secolo fa da numerosi canali, ora sotterranei. Ne restano tracce nella toponomastica stradale: Canalgrande, Canalchiaro, Canalino, Canaletto, Fonte d’Abisso, Naviglio… Alcune zone della città e dei dintorni erano piccole isole, unite da ponti gettati tra una riva e l’altra. Il problema di “ognuno”, che «sta solo sul cuor della terra», è di utilizzare le pietre - le proprie risorse - non solo per costruire i muretti che custodiscono la solitudine “buona”, ma anche per costruire i ponti che vincono la solitudine “cattiva”. In questo modo, pur essendo isole, siamo collegati tra di noi e diventiamo città abitabili.

Trafitto da un raggio di sole

Il paradosso poetico continua. Il raggio di sole esprime vitalità, luce, calore; l’esistenza umana è percorsa da affetti, speranze, sogni, gioie, progetti. Questo raggio, però, non si limita a colpire o investire, ma “trafigge” come una lancia: la vita è attraversata anche da sofferenze, delusioni, tristezze, fallimenti. Lo stesso raggio riscalda e trafigge, illumina e ferisce. La risorsa può diventare un’arma. Le parole del poeta sono talmente concentrate da lasciare spazio alle più diverse interpretazioni. A me piace pensare che questo raggio di sole sia l’amore, e che proprio l’amore riesca a cementare le pietre che tengono insieme i ponti da gettare tra noi. Le pietre che formano un muro non necessitano di molto cemento, perché la forza di gravità ne favorisce la coesione e la saldezza. Le pietre che formano un ponte, invece, hanno bisogno di tanto cemento, perché altrimenti tendono a cadere. Per custodire la solitudine “buona” basta un po’ di amore per se stessi, un pizzico di autostima; per vincere la solitudine “cattiva” occorre invece un surplus di amore per gli altri, un continuo allenamento al dono di sé.

L’amore è dunque raggio di sole che dà energia ed è lancia che trafigge. È raggio di sole: se non vivessimo l’esperienza di essere amati e di amare, da quando spuntiamo nel grembo di nostra madre fino a quando emettiamo l’ultimo respiro, la vita diventerebbe fredda e buia, come quelle giornate tardo autunnali nelle quali un’umida nebbia avvolge ogni cosa e perfino i colori sembrano scomparsi. L’amore accende e scalda, illumina e rinvigorisce. Quando una persona ama e si sente amata, vede il mondo a colori: sia il proprio mondo interiore, con le sue energie intellettuali, affettive e spirituali, sia il mondo esterno, dalla natura agli avvenimenti, dalle persone alle cose. Ma quando una persona non ama e non si sente amata, l’intero mondo piomba nel grigiore: quello interiore si scompensa e intristisce, deprimendosi, e quello esterno diventa ostile e insopportabile, generando un senso di frustrazione e vittimismo.

Là dove si fa spazio l’amore, però, si crea anche uno spazio per il dolore. Colui che ama di amore autentico, sente i contraccolpi della situazione della persona amata: se l’amato soffre, il suo dolore si riflette su chi lo ama; e se la persona amata delude, la ricaduta su chi ama è forte. Genitori e figli, coppie, amici, educatori: tutti coloro che amano subiscono delle ripercussioni. Questo processo è comunque sano e fisiologico, sintomo di buone relazioni. L’indifferenza, al contrario, è segno di rapporti inconsistenti e freddi. Chi decide di amare davvero, coinvolgendosi nell’esistenza di altri, si prepara dunque anche a soffrire di più: ma sa che ne vale la pena, perché sperimenta che solo nell’amore e nella condivisione la vita ha senso, è piena, esprime tutte le sue potenzialità. Chi al contrario decide di restare indifferente, evitare ogni coinvolgimento e pensare solo a se stesso, prova sul momento meno fastidi, ma si rende conto ben presto che questa solitudine lo impoverisce, lo rattrista e gli toglie vigore. Siamo fatti per la relazione, siamo messi al mondo per amare. Il credente sa che siamo così perché ci ha creati un Dio che è amore (cf. Prima Lettera di Giovanni 4,8.16) e siamo fratelli di Cristo, che si è fatto uno di noi per amore. Ma tutti, credenti e non credenti, quando ascoltano l’intimo del loro cuore, sentono che la vita si svela e si ossigena amando, e che invece si inaridisce e si avvelena chiudendosi nel proprio guscio.

Non è però solo questo amore, sano e fisiologico, a trafiggere. Purtroppo qualche volta l’amore si ammala, diventa brama di possesso anziché proposta di dono, e quando non può vantare l’esclusiva sulla persona amata mira a distruggerla. Le tragiche violenze sulle donne, che giungono perfino all’assassinio, sono spesso le conseguenze di amori patologici. Non credo si debba evocare tanto il patriarcato – ormai da tempo tramontato da noi – quanto il maschilismo, purtroppo presente, radicato e attivo; un atteggiamento innestato a sua volta nella perdita del senso del dono. Quanto più una civiltà si costruisce su grezzi rapporti di forza e freddi calcoli, tanto meno spazio pubblico resta alle donne; quanto più, all’inverso, una civiltà si edifica sulla cura delle relazioni, sulla finezza e profondità d’animo e di pensiero, tanto più emerge il protagonismo femminile. Maschile e femminile si integrano, sia nelle singole persone sia nel tessuto sociale, ma un equilibrio effettivo è ancora lontano: pensiamo solo alla disparità di trattamento tra uomini e donne nel campo lavorativo e professionale. Il clima troppo spesso teso e violento della nostra società non favorisce la profondità e la raffinatezza e contribuisce ad emarginare e isolare le donne.

Una di loro, la geniale poetessa Alda Merini (1931-2009), che visse anche la terribile esperienza del manicomio, lasciò spesso risuonare la nota della solitudine, con delicatezza e profondità. Basta citare la lirica intitolata proprio Solitudine: «S’anche ti lascerò per breve tempo, / solitudine mia, se mi trascina / l’amore, tornerò, stanne pur certa; / i sentimenti cedono, tu resti». Amore e solitudine per lei sono inscindibili: se si separano, è solo per breve tempo. Davvero è l’amore quel raggio di sole che trafigge.

Ed è subito sera

Quasimodo sigilla la terzina con l’allusione alla morte. La “sera”, con le immagini correlate del tramonto e del buio, è una delle metafore più efficaci della fine della vita umana. Dalla contemplazione della sera, Ugo Foscolo (1778-1827), in un sonetto del 1803, trae suggestioni memorabili: «Forse perché della fatal quïete / tu sei l’imago a me sì cara, vieni, / o Sera!» (vv. 1-3). Pur non essendo credente – la morte è per lui il «nulla eterno» (v. 10) – il poeta, pensando ad essa, è colto da sentimenti lieti e non avverte timore o paura. A differenza di altri autori, Foscolo non esalta il suicidio e neppure disprezza la vita: semplicemente l’orizzonte della sera evoca in lui la “pace” e, di riflesso, provoca un benefico sonno che gli permette di affrontare più tranquillamente questo agitato «reo tempo» (v. 11): «mentre io guardo la tua pace, dorme / quello spirto guerrier ch’entro mi rugge» (vv. 13-14). 

I cristiani guardano alla morte non come il «nulla eterno», ma come il passaggio verso la pienezza. Riprendendo le due immagini già emerse, nella prospettiva credente la morte è un ponte più che un muro. Non è cioè la rottura completa delle relazioni, come se la vita andasse a sbattere contro una parete che frantuma per sempre sogni, progetti, sacrifici, gioie... in una solitudine silenziosa che cancella tutto. Piuttosto, la morte è per ciascuno il compimento delle relazioni, attraverso un ponte stretto – e vertiginoso – che porta al cospetto di Dio, giudice misericordioso. Davanti alla luce del suo volto sarà trasparente il bene da ciascuno compiuto, che andrà valorizzato, e il male commesso, che andrà purificato. Non dunque un muro che isola per sempre la persona, ma un ponte che la porta nel cuore della città. La vita eterna, per i cristiani, avrà la qualità dell’amore vissuto nella vita terrena e – poiché di amore si tratta e dunque di relazioni – sarà pienezza dei legami riusciti e riscatto dei legami feriti. Ritroveremo, trasfigurati, gli affetti e le persone care.

Se tuttavia anche un non credente, come Foscolo, può vedere nella morte un’alleata e non una nemica, è perché è possibile accoglierla come sigillo dell’esistenza, pur non avendo la fede, almeno quando si riflette a partire dalla propria singola condizione. Così, meditando sulla “sera” della vita, «dorme» lo «spirto guerrier» del poeta, e l’inquietudine cede il passo alla calma. La morte, insomma, relativizza gli affanni e le agitazioni, i tormenti e le rabbie. Misurarsi con la fine della vita significa placare le passioni, ridimensionare battaglie che sul momento paiono decisive, abbassare rancore e odio, smorzare istinti bellicosi e distruttivi. Se tutti, credenti e non, adottassimo lo sguardo dei poeti sulla “sera”, diminuirebbe il livello del conflitto sociale.

Lo «spirto guerrier» del Foscolo fa venire in mente oggi, in epoca digitale, i cosiddetti keyboard warriors, letteralmente “i guerrieri da tastiera”, che rappresentano uno dei simboli più eloquenti della solitudine rabbiosa. Sono chiamati così coloro che in rete usano i social per attaccare, offendere, screditare e minacciare altri. Il fenomeno è preoccupante e praticamente incontrollabile. Probabilmente lo schermo del computer o del cellulare contribuisce a creare in alcuni l’illusione di essere intangibili, immuni, senza dover rispondere delle proprie affermazioni. Talvolta le persone fragili, che incamerano nel cuore rancori non altrimenti sfogati, trovano nel digitale un canale apparentemente libero, dove poter riversare le proprie frustrazioni. Nascono così le fake news, alle quali purtroppo tanti abboccano, rilanciandole e gettando pietre addosso alle vittime di turno; qualche suicidio è riconducibile ai loro vili attacchi. In italiano non vengono detti “guerrieri”, ma “leoni” da tastiera: però tanto leoni non sono, se si pensa che non avrebbero il coraggio di dire le stesse cose, con gli stessi toni, se si trovassero a parlare direttamente con le persone contro cui si avventano.

Questo triste fenomeno viene alimentato anche da alcuni social, che favoriscono le “bolle mediatiche” o “bolle di filtraggio”. Quando navigo sul web, lascio in rete delle tracce, intercettate dagli algoritmi che colgono le mie preferenze e mi rimandano informazioni e proposte anche commerciali conformi; in tal modo irrobustiscono le mie convinzioni, riducendo gradualmente il confronto con opinioni e gusti differenti dai miei. A questo si aggiunge il fatto che, entrando a far parte di qualsiasi social (Facebook, Instagram, Twitter, Tik Tok, WhatsApp e altri), partecipo ad un “circolo” digitale dove incontro in realtà quelli che la pensano come me, pena l’esclusione dal gruppo. Si creano così, come notano alcuni studiosi, delle “camere dell’eco” (echo-chambers), nelle quali non ci si confronta di fatto con idee diverse dalle proprie, ma ciascuno ascolta l’eco delle sue opinioni e gradualmente finisce per rafforzarle. Il paradosso è evidente: in un’epoca nella quale la comunicazione è istantanea e ciascuno può entrare in rete con miliardi di persone, si rischia un vero e proprio “isolamento sociale”. Il pericolo della manipolazione e della polarizzazione è tutt’altro che teorico, e la dimensione civica ne risulta infragilita.

Chiunque oggi voglia sottrarsi a questo «spirto guerrier», a questo clima sociale teso e violento, rischia di provare quell’esperienza di isolamento dagli altri magistralmente descritta da Giacomo Leopardi (1798-1837) nella lirica Il passero solitario, che è lui stesso: «quasi fuggo lontano, quasi romito» (vv. 23-24). Ma lo stesso poeta di Recanati, in una delle sue ultime liriche, La ginestra, o fiore del deserto, apre uno spiraglio nel cerchio della solitudine, con la possibilità di superare violenze, discordie e tensioni e formare tra gli esseri umani una «social catena» (v. 149), anche per arginare lo strapotere della natura. Arriva infatti a dire che la persona di «nobil natura» (v. 111) «tutti fra sé confederati estima gli uomini, e tutti abbraccia con vero amor» (vv. 130-132).

Dalla poesia alla pratica della fraternità

San Geminiano è pienamente inserito nella sua città ed è nello stesso tempo aperto alle istanze provenienti dai confini estremi dell’impero, come dimostra il suo viaggio a Costantinopoli. La sua figura ci ricorda che non esiste quella contrapposizione, oggi spesso percorsa, tra identità e dialogo. L’identità umana, come quella cristiana, si scopre e si rafforza nel dialogo. Ogni “bolla”, mediatica o meno, è un falso consolidamento dell’identità e rischia in realtà di rinsaldare un’identità debole e incerta, incapace di lasciarsi mettere in discussione ed integrare. E ogni dialogo che non parta da un’identità matura rischia di tradursi in indifferenza e qualunquismo.

A scanso di equivoci: internet è utilissimo, prezioso e imprescindibile e quasi nessuno di noi potrebbe ormai farne a meno. Oltretutto, cosa sarebbe capitato se nei periodi più intensi della pandemia non avessimo avuto a disposizione il digitale? La solitudine sarebbe stata ancora più devastante. E cosa succederebbe se tante persone sole non potessero collegarsi, con i software di videoconferenza, ai loro cari e ai loro amici, o ricevere notizie di ciò che accade nel mondo? A tutti i livelli della vita sociale il digitale è un’opportunità incredibile, un dono inestimabile: come sempre, decisivo è saperlo padroneggiare e non diventarne schiavi.

La sfida per la Città, e anche per la Chiesa che vi è vitalmente inserita, è di spegnere l’aggressività assumendo lo stile del buon samaritano, secondo le parole che papa Francesco rivolge al mondo, non solo ai cattolici e ai credenti, nell’Enciclica Fratelli tutti (cf. cap. II). La “sera” dice quanto siamo fragili e passeggeri in questa vita: farci conquistare dallo “spirto guerrier”, che produce in noi stessi e negli altri immensa solitudine, oppure, al contrario, approfittare del “raggio di sole” per amare il prossimo di oggi e di domani, vincendo l’isolamento con la fraternità? Questa è l’alternativa epocale, a cui sono appese le sorti dell’umanità.

Nella nota parabola del Vangelo di Luca (10,25-37) il Samaritano è Cristo, che si cala sulle ferite umane e le allevia. Ma proprio perché lui stesso, alla fine della parabola, invita ciascuno a “fare lo stesso”, questa parabola tocca ciascuno di noi. L’uomo bastonato e lasciato mezzo morto dai briganti al ciglio della strada è la persona sola e scartata, provata e tramortita dalla vita e dagli egoismi degli altri. Il sacerdote e il levita, che guardano e tirano dritto senza soccorrere il ferito, sono gli indifferenti, che pensano solo ai loro tempi, ritmi e bisogni. Lo straniero di Samaria che, provando compassione, si ferma e soccorre il malcapitato, è il “prossimo”, che si lascia toccare dalle ferite altrui, si prende cura rimettendoci del proprio (tempo, energie, sostanze, denaro) e rischia, fermandosi, di essere a sua volta preso a bastonate dai briganti, forse ancora nascosti nei paraggi. Questo straniero è la parte migliore di ciascuno di noi, quella che – se attivata – estrae dal nostro cuore le risorse più belle; quella che ci fa passare dal samaritano al “buon” samaritano. Lo straniero, a differenza dei due concittadini, si fa prossimo del ferito, perché supera i muri etnici e religiosi e getta un ponte di fraternità verso di lui. In questa bella figura si concentrano tutti gli ingredienti della fraternità, che è la reazione più efficace contro la solitudine. Più si moltiplicano i buoni samaritani, più si riducono i feriti dall’arma della solitudine. Il samaritano rappresenta tutti coloro che operano per il bene dei fratelli e delle sorelle, e non sono affatto pochi. Quelli che offendono, feriscono e distruggono, fanno rumore e destano impressione; chi soccorre, cura e costruisce, lo fa invece silenziosamente; questa disparità crea la sensazione che il mondo sia in balìa degli haters e dei violenti, mentre il mondo è preziosamente intessuto di gesti nascosti amorevoli e solidali.

Nella nostra Città e Diocesi sono tanti, anche tra i giovani, i buoni samaritani che contrastano l’isolamento con la pratica della fraternità. Sono tutti coloro che dentro le case e gli appartamenti, nei luoghi di incontro, di lavoro, di studio e di cura, nelle comunità civili e religiose, nei mondi digitali, negli spazi sociali ed ecclesiali, operano quotidianamente nella gratuità e nel volontariato, chinandosi sulle ferite altrui e versandovi l’olio dell’amore e il vino della speranza. Sono tutti coloro che spendono tempo, energie e risorse al servizio dei bastonati, rischiando di prendere a loro volta qualche colpo dai briganti sempre in agguato. Sono coloro che, non limitandosi al necessario soccorso immediato, accompagnano il ferito nella locanda, alleandosi con altri soccorritori e impegnandosi per il futuro: anche i responsabili delle istituzioni, funzionari, amministratori e politici trovano nel buon samaritano il modello del loro agire per il bene comune.

Il nostro grande Patrono San Geminiano, immagine fedele del Buon Samaritano, ottenga a tutti noi la grazia di vincere la solitudine e vivere la fraternità.

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Nel botta e risposta con la stampa, Ruggiero racconta il clima trovato in azienda: “Dovevamo rimettere a posto le cose”. E rivendica tre anni “difficilissimi” passati a ricostruire controlli, fiducia e credibilità
Vacanze, il last minute perde terreno: crescono le prenotazioni con mesi di anticipo, si risparmia di più
I dati
Vacanze, il last minute perde terreno: crescono le prenotazioni con mesi di anticipo, si risparmia di più
Sempre più viaggiatori preferiscono bloccare per tempo prezzo, disponibilità e condizioni di viaggio, invece di attendere eventuali occasioni last minute

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