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06 Novembre 2026
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Crisi Gambro-Vantive, fra due-tre settimane il tavolo al Ministero. Assemblea pubblica a Medolla: “Mobilitazione alta fino a Roma”



MEDOLLA – Il tavolo di crisi al Ministero delle Imprese e del Made in Italy sarà convocato entro due, massimo tre settimane. È questa la notizia centrale emersa dall’assemblea pubblica che si è tenuta questa mattina a Medolla sulla crisi Gambro-Vantive, lo stabilimento biomedicale che dà lavoro a oltre 500 persone, a cui si aggiunge un indotto significativo per tutto il territorio.

L’iniziativa civica è stata convocata per tenere alta l’attenzione su una vicenda che sta mobilitando centinaia di lavoratrici e lavoratori, famiglie e istituzioni. Un caso che non riguarda solo un’azienda, ma un intero distretto produttivo.

A confermare la convocazione del tavolo a Roma è stato l’assessore regionale al Lavoro Giovanni Paglia, spiegando di aver avuto un confronto diretto con il Ministero. L’obiettivo è arrivare all’appuntamento con interlocuzioni già avviate e con un quadro chiaro delle posizioni in campo. Al tavolo, hanno ribadito gli amministratori, dovrà esserci anche la rappresentanza del fondo statunitense Carlyle, proprietario dell’azienda.

La crisi si è aperta formalmente nei giorni scorsi, quando – dopo mesi di richieste sindacali per un piano industriale che chiarisse prospettive e investimenti – la proprietà ha annunciato l’intenzione di procedere alla vendita del sito. Una comunicazione arrivata senza dettagli sui tempi, sui potenziali acquirenti e sulle garanzie occupazionali, che ha generato sconcerto tra le maestranze e forte preoccupazione nelle istituzioni locali.

Immediata la reazione: nei giorni scorsi si è svolta una manifestazione davanti alla sede aziendale, con una partecipazione ampia e trasversale. Sindacati, amministratori con la fascia tricolore, rappresentanti regionali e cittadini hanno voluto dare un segnale di compattezza. Oggi l’assemblea pubblica ha rappresentato un ulteriore passaggio di questa mobilitazione.

Il messaggio che arriva da Medolla è netto: lo stabilimento deve avere un futuro industriale, non può diventare oggetto di una mera operazione finanziaria. Il sito è stato ricostruito dopo il sisma con ingenti risorse pubbliche ed è considerato un’eccellenza del biomedicale, un settore che non è in declino ma continua a generare valore e innovazione.

“Questo stabilimento deve andare avanti, con l’attuale proprietà se sceglierà di investire, oppure con nuovi soggetti realmente interessati a fare industria”, è la linea condivisa da Regione ed enti locali. Nessuna chiusura pregiudiziale, ma neppure disponibilità ad accettare una dismissione senza garanzie.

La mobilitazione, dunque, continua. L’attenzione resta alta in attesa di capire quali siano le reali intenzioni del fondo Carlyle, quali margini di manovra esistano e quali condizioni possano essere poste per tutelare occupazione e continuità produttiva. Risposte che dovranno arrivare al tavolo romano.

Per le 500 lavoratrici e lavoratori di Gambro-Vantive e per le loro famiglie si apre una fase decisiva. Medolla e il distretto biomedicale si preparano ad affrontarla uniti, con lo sguardo puntato su Roma.

Ha spiegato il sindaco di Medolla Alberto Calciolari:

Intervento del sindaco di Medolla Alberto Calzolari

Questo è, prima di tutto, un luogo simbolico. Ma è anche – e soprattutto – il luogo dove oggi lavorano oltre 500 persone, a cui si aggiungono molte altre occupate nell’indotto. Per questo motivo la crisi che stiamo affrontando ha un impatto estremamente pesante sull’economia del nostro territorio.

Arrivando ai fatti più recenti, qualche mese fa le organizzazioni sindacali hanno chiesto a Vantive – controllata dal fondo di investimento statunitense Carlyle – la presentazione di un piano industriale che fornisse certezze sulla visione e sulle prospettive dell’azienda. La risposta, arrivata pochi giorni fa, è stata invece la comunicazione dell’intenzione di procedere alla vendita.

Una vendita dai contorni poco chiari, una comunicazione che ha suscitato sconcerto e indignazione tra le maestranze, tra gli amministratori locali e nella popolazione. La reazione è stata immediata: uno sciopero proclamato dalle sigle sindacali, al quale hanno partecipato, in segno di solidarietà, numerosi rappresentanti istituzionali. E oggi siamo qui per un’iniziativa civica, perché la crisi di un’azienda che occupa oltre 500 persone è una questione che riguarda l’intera comunità.

Questo è il momento di far sentire con forza la nostra voce, utilizzando gli strumenti del civismo e della democrazia, con quella compattezza e determinazione che il nostro territorio ha sempre dimostrato nei momenti di difficoltà. Lo abbiamo fatto 14 anni fa e lo faremo anche oggi.

Ringrazio, a nome della comunità, tutti coloro che a ogni livello istituzionale si stanno attivando. Ricordo che sono state presentate – o lo saranno – interrogazioni e mozioni da parte di parlamentari, consiglieri regionali e amministratori locali.

Il Presidente dell’Unione illustrerà le ulteriori azioni che intendiamo intraprendere a livello unionale. L’assessore regionale al Lavoro Giovanni Paglia e il vicepresidente Vincenzo Colla stanno operando nei confronti del Governo per individuare la migliore soluzione possibile alla crisi. Saranno loro stessi a spiegare quali iniziative sono in corso e quali sono in fase di definizione.

Riprendo alcune parole pronunciate proprio da Paglia e Colla durante la manifestazione di mercoledì scorso: il futuro del sito produttivo Vantive di Medolla dovrà essere affrontato in un tavolo di crisi nazionale presso il Ministero delle Imprese e del Made in Italy. In quella sede chiediamo che sia coinvolta anche la rappresentanza del fondo Carlyle in Italia.

Faremo tutto il possibile per evitare una cesura e per mantenere l’assetto industriale, sia con l’attuale proprietà sia, eventualmente, con una nuova. È necessario individuare una soluzione ponte, accompagnata da strumenti adeguati, e creare le condizioni per una reindustrializzazione.

Deve essere chiaro che le istituzioni non possono permettere che si faccia speculazione sulla pelle di 500 lavoratrici e lavoratori. Chi verrà qui dovrà farlo per fare industria, per produrre presidi sanitari – ciò che questo territorio sa fare e sa fare bene – nel rispetto della nostra comunità, della nostra storia produttiva e delle istituzioni che hanno sostenuto queste aziende, anche economicamente, penso ad esempio alla ricostruzione post-sisma.

Il futuro di questa azienda deve essere governato in modo chiaro dalle istituzioni, e siamo qui anche per ribadirlo.

Concludo riaffermando che come istituzioni siamo e saremo al fianco delle lavoratrici e dei lavoratori, così come delle organizzazioni sindacali, per difendere i livelli occupazionali e la continuità produttiva. Ma anche per difendere un distretto che rappresenta un bene comune prezioso per le nostre comunità e per il Paese.

Lo faremo lavorando insieme, compatti e determinati.

Intervento dell’assessore regionale al Lavoro Giovanni Paglia

 

Il 16 febbraio, quando ci siamo seduti in Regione insieme alle organizzazioni sindacali, alle Rsu e ai rappresentanti italiani e internazionali dell’azienda, ci aspettavamo – o quantomeno auspicavamo – che fosse l’occasione per riconoscere gli errori compiuti nell’ultimo anno, errori che dal punto di vista industriale sono stati evidenti, e per presentare iniziative concrete di rilancio del sito: un piano serio per garantirgli un futuro e indicare chiaramente la direzione da intraprendere.

Quello che non ci aspettavamo, neppure nello scenario peggiore, è stato sentirci dire che, per quanto li riguardava, l’unico futuro possibile fosse la vendita. Una vendita incondizionata, a chiunque, in tempi brevi, senza alcuna visibilità sul dopo, senza alcuna prospettiva chiarita. Un atteggiamento che assomiglia a chi si prepara a mettere sul mercato qualcosa di cui vuole semplicemente liberarsi, prendendo ciò che riesce a ottenere.

Non si tratta solo del fatto che, quando sono coinvolte 500 lavoratrici e lavoratori, si dovrebbe sempre avere un senso di responsabilità diverso. Qui si deve anche riconoscere che si ha tra le mani un gioiello di questo Paese: uno stabilimento che ha fatto la storia del territorio, ricostruito integralmente dopo il terremoto con una fabbrica all’avanguardia, che ha dato moltissimo e che può dare ancora molto alla collettività.

Il biomedicale non è un settore in declino o maturo. Non è un comparto in cui non si guadagna. È un settore dinamico, in crescita, nel quale chi investe realizza margini significativi. Il fondo Carlyle e Vantive non pensano certo che qui non si possa guadagnare: semplicemente ritengono che ciò che oggi non rientra nei loro interessi possa essere abbandonato lungo la strada.

Per questo è stata fondamentale la reazione immediata delle lavoratrici e dei lavoratori, così come la capacità dell’intera comunità di stringersi attorno a loro: tutte le organizzazioni sindacali, al di là delle categorie, hanno dato una grande prova di solidarietà, e tutte le istituzioni si sono mobilitate fin da subito.

Ieri sera ho sentito il Ministero delle Imprese e del Made in Italy per assicurarmi che il messaggio fosse stato recepito. Mi è stato garantito che entro due, massimo tre settimane, verrà convocato il tavolo a Roma. Anzi, la convocazione avverrà congiuntamente da Ministero, Regione Emilia-Romagna ed enti locali, proprio per chiarire fin dall’inizio che non è una singola istituzione a farsi carico della vicenda, ma un’intera rete istituzionale compatta.

Se il tavolo sarà convocato tra due o tre settimane non è per rinviare, ma perché sia la Regione sia il Ministero hanno già avviato interlocuzioni preliminari e vogliono arrivare all’appuntamento con elementi concreti.

Ci è stato anche riferito che il messaggio lanciato da questa comunità è arrivato oltreoceano. Le mobilitazioni di questi giorni non sono passate inosservate, e non lo saranno nemmeno quelle di oggi e delle prossime settimane. È importante colpire anche sul piano dell’immagine, non permettere che passi sotto silenzio quella che è, da un lato, un’offesa a questa comunità e, dall’altro, uno sfregio al tessuto produttivo del Paese.

Dobbiamo quindi tenere alta la mobilitazione, restare uniti e coinvolti. Il messaggio deve essere chiaro: questo stabilimento deve andare avanti. Con voi, se vorrete cambiare idea e passare da una logica di dismissione a una logica di investimento e riprogrammazione industriale. Oppure senza di voi, perché nessuno trattiene chi non vuole restare.

Se Carlyle intende andarsene, dobbiamo assicurarci che a scegliere chi subentrerà non sia soltanto chi vende, ma soprattutto chi resta: la comunità locale, il Paese, lo Stato, la Regione, gli enti locali, le organizzazioni sindacali e, prima di tutto, le lavoratrici e i lavoratori.

Su questo garantisco il massimo impegno della Regione, da ora fino all’ultimo minuto, insieme a tutte le istituzioni coinvolte. Su questa partita siamo uniti.

Davide Baruffi è assessore regionale al Bilancio, Personale, Patrimonio e Riordino istituzionale della Regione Emilia-Romagna.

Credo che abbiate dato un segnale molto forte e importante, che aiuta la Regione a fare fino in fondo la propria parte. In questo distretto, come in altri della provincia, esiste una tradizione precisa: l’unità del sindacato, l’unità delle istituzioni – a partire dai sindaci con la fascia tricolore – e la presenza costante della Regione sono sempre state la chiave per non farci portare dove non volevamo andare.

Voglio ringraziare in particolare Giovanni Paglia, che viene da Ravenna e sta percorrendo molti chilometri ogni giorno per essere qui: è un segnale di vicinanza molto significativo. E dobbiamo dare tutti insieme un altro segnale: nessuno si sposta di un millimetro.

Non ho recriminazioni rispetto a quanto è stato fatto in questi anni, ma ricordo bene cosa è stato fatto, soprattutto dopo il terremoto. In quel momento abbiamo messo in cima alle priorità le scuole e le imprese. Ricordo lavoratori e cittadini che dissero: le imprese vengono prima delle case, il lavoro viene prima di tutto. Fu un segnale fortissimo, con cui l’allora commissario Errani e Giancarlo Muzzarelli lanciarono un messaggio chiaro al sistema produttivo e alle imprese presenti sul territorio, anche a quelle che avevano altrove il proprio centro decisionale.

Non era una partita scontata. È stato realizzato un investimento straordinario, con risorse dello Stato e con il contributo dei diversi governi che si sono succeduti. Abbiamo lavorato insieme, e molte imprese hanno potuto beneficiare non solo delle risorse per la ricostruzione – che erano dovute – ma anche di una pubblica amministrazione, dalla Regione ai Comuni, che ha messo la ricostruzione produttiva al primo posto.

Quello stabilimento è oggi uno dei più belli, un vero gioiello. E quando si discute del suo futuro, questi elementi devono essere messi sul tavolo: il contributo che questo territorio ha garantito e continua a garantire.

Senza recriminare, ricordo anche quanto fatto negli ultimi due anni, in particolare sulla vicenda del payback dei dispositivi medici. Il Servizio sanitario nazionale e le Regioni acquistano i prodotti realizzati in questi stabilimenti perché ne hanno bisogno, ma lo fanno nel rispetto di regole e tetti di spesa che possono generare situazioni molto complesse. A un certo punto, le Regioni si sono trovate nella condizione di dover chiedere alle imprese la restituzione di somme rilevanti.

L’Emilia-Romagna, più di altre Regioni, aveva numerosi conti aperti con aziende grandi e piccole del biomedicale. Ci siamo trovati di fronte a un dilemma: recuperare risorse per la sanità – il bene più prezioso – o evitare di mettere in ginocchio un distretto produttivo strategico. Quando i conti diventano molto elevati, il prezzo può essere mortale.

Abbiamo aperto un tavolo che ha portato a un accordo con il Ministero dell’Economia, affinché non si verificasse quella situazione che si riassume nell’espressione “operazione riuscita, paziente morto”. È stato un lavoro complesso e oneroso per lo Stato – grazie anche all’impegno del ministro Giorgetti – e per le casse regionali, soprattutto per quelle più esposte. Non è stato semplice trovare una quadratura, perché noi avevamo un distretto produttivo da tutelare, mentre altre Regioni avevano solo crediti da riscuotere. Ma abbiamo fatto sistema e trovato una soluzione.

Non lo dico per recriminare, ma per ricordare cos’è questo territorio e cos’è il suo sistema istituzionale.

Ci saremo, saremo al fianco dei nostri sindaci e delle nostre sindache, ma soprattutto delle lavoratrici e dei lavoratori, insieme alle organizzazioni sindacali. Non permetteremo che si apra una crepa, neppure di un millimetro, nel messaggio che stiamo dando.

Il lavoro che i sindacati e la Regione porteranno avanti al tavolo istituzionale, insieme agli enti locali, deve condurre a un risultato chiaro: una prospettiva di reindustrializzazione, di ricerca e di rinascita per questo sito produttivo.

Perché è un patrimonio fondamentale: prima di tutto per le 500 persone che vi lavorano, ma anche per quel capitale manifatturiero che rappresenta un bene comune di questo territorio e che non intendiamo farci portare via.

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