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16 Giugno 2026
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Il fango e la memoria: Cavezzo, 1960. Quando l’acqua si riprese la Bassa

L’alluvione che colpì Cavezzo il 20 aprile 1960 resta uno degli eventi più drammatici nella memoria storica della Bassa modenese, un episodio che segnò profondamente il territorio e la comunità locale.

In quei giorni di primavera, precipitazioni intense e persistenti interessarono l’intera pianura padana, gonfiando in modo anomalo i corsi d’acqua minori e i canali di bonifica. Il sistema idraulico, già messo alla prova da condizioni meteorologiche sfavorevoli, non riuscì a contenere l’enorme massa d’acqua. A Cavezzo, come in altri centri limitrofi, si verificarono rotture arginali e tracimazioni che provocarono l’allagamento di vaste aree agricole e del centro abitato.

L’acqua invase rapidamente strade, abitazioni e stalle, raggiungendo in alcuni punti livelli tali da costringere gli abitanti a rifugiarsi ai piani alti o sui tetti. I soccorsi, resi difficili dalle condizioni del territorio e dalla limitata dotazione di mezzi dell’epoca, furono organizzati con il contributo delle forze dell’ordine, dei vigili del fuoco e di numerosi volontari. Le operazioni di evacuazione si svolsero spesso con barche di fortuna o mezzi agricoli adattati all’emergenza.

Le conseguenze economiche furono pesanti. Le campagne, cuore produttivo della zona, subirono danni ingenti: coltivazioni distrutte, terreni resi temporaneamente improduttivi e perdita di bestiame. Anche il tessuto urbano riportò gravi danni, con abitazioni e infrastrutture compromesse dall’acqua e dal fango. Per molte famiglie si trattò di un colpo durissimo, aggravato dalla difficoltà di ripresa in un contesto economico ancora segnato dal dopoguerra.

Ma accanto alla devastazione emerse con forza la solidarietà della comunità. Gli abitanti di Cavezzo e dei paesi vicini si mobilitarono per offrire aiuto, ospitalità e sostegno materiale a chi aveva perso tutto. Questo spirito di collaborazione contribuì in modo decisivo alla fase di ricostruzione, che nei mesi successivi vide anche l’intervento delle istituzioni con opere di ripristino e miglioramento delle difese idrauliche.

Ripercorrendo la storia del Novecento della Bassa, i nodi critici sono stati numerosi e devastanti:

L'inizio del secolo (1900-1920): Già nei primi anni del '00, il territorio fu colpito da rotte arginali che portarono alla consapevolezza della necessità di imponenti opere di bonifica e consolidamento.
Il dopoguerra e gli anni '50: Nel 1951, mentre l'Italia guardava con orrore al Polesine, anche il Modenese subiva la pressione dei suoi fiumi.
Il decennio degli anni '60: Il 1960 rappresentò il culmine di un periodo di instabilità idrogeologica che vide il Secchia protagonista in negativo, non solo a Cavezzo ma in tutto il comparto nord della provincia.
Dagli anni '70 a oggi: Nonostante la costruzione delle casse di espansione (come quelle di Campogalliano e San Cesario), il rischio non è mai svanito, come hanno dimostrato drammaticamente l'alluvione di Modena e Bastiglia del gennaio 2014 e le successive piene del Panaro nel 2020.
Questa sequenza storica dimostra che la pianura modenese è, per sua natura, un territorio di "acque alte", dove l'equilibrio tra insediamento umano e alveo fluviale è sempre stato precario.

L’alluvione del 1960 rappresentò un punto di svolta nella gestione del territorio: evidenziò la necessità di potenziare il sistema di bonifica e di pianificare interventi strutturali più efficaci per la prevenzione del rischio idraulico. Le lezioni apprese da quell’evento hanno contribuito, nel tempo, a rendere più sicura un’area storicamente fragile.

Oggi, a distanza di decenni, il ricordo di quei giorni rimane vivo nella memoria collettiva di Cavezzo. Non solo come testimonianza di un disastro naturale, ma anche come esempio di resilienza e coesione sociale di fronte alle difficoltà.
Ricordare l'alluvione di Cavezzo oggi non può limitarsi a un esercizio di nostalgia o di dolore per ciò che è stato. In un’epoca segnata dal cambiamento climatico, con eventi meteorologici sempre più estremi e imprevedibili – dalle siccità prolungate alle "bombe d'acqua" – la lezione del 1960 è più attuale che mai.
Il suolo è una risorsa finita e la sua eccessiva cementificazione ha ridotto la capacità della terra di assorbire l'acqua. Il monito che ci arriva dal passato è chiaro: la sicurezza del territorio non è mai un traguardo raggiunto una volta per tutte, ma un processo continuo di cura, prevenzione e rispetto dei limiti naturali.


Non possiamo controllare la pioggia, ma possiamo e dobbiamo controllare come gestiamo il nostro spazio: significa investire oggi nella manutenzione degli argini, nella pulizia dei corsi d'acqua e in una pianificazione urbanistica che smetta di ignorare la voce dei fiumi. Perché la terra ha memoria, e l'acqua trova sempre la strada per tornare dove è già stata.

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