Aimag e il clima degli ultimi anni: “Ci siamo sentiti ghostbuster” – IL RETROSCENA
Di Antonella Cardone
“Ci siamo sentiti un po’ dei ghostbuster”. La frase arriva nel momento più vivo della conferenza stampa AIMAG, quando il confronto esce dai numeri e diventa racconto del clima vissuto negli ultimi tre anni. Non più solo margini, dividendi, debito, investimenti e covenant bancari. Ma la sostanza politica e aziendale di una stagione attraversata da tensioni, sospetti, voci, pressioni e da una domanda di fondo: AIMAG era davvero così malmessa da rendere inevitabile la privatizzazione?
A porre il tema è la nostra giornalista, senza troppi giri di parole. Il ragionamento parte dai dividendi e arriva al nodo politico che ha accompagnato per anni la vicenda AIMAG: quella narrazione secondo cui l’azienda non avrebbe avuto le condizioni per andare avanti da sola, tra covenant, waiver, banche, debito e difficoltà finanziarie. Una narrazione che, secondo la giornalista, è stata vissuta anche come una forma di pressione verso la privatizzazione.
La domanda è diretta: vi siete sentiti tirare per la giacchetta?
La presidente Paola Ruggiero risponde distinguendo subito il piano politico da quello aziendale. Il Consiglio di amministrazione, dice, non si è mai sentito tirato per la giacchetta. Ma quando è arrivato ha avuto una sensazione molto precisa: quella di trovarsi davanti a un’azienda da rimettere in ordine.
“Quando siamo arrivati ci siamo sentiti un po’ dei ghostbuster”, dice Ruggiero. La battuta restituisce l’immagine giusta: non un’azienda semplicemente in difficoltà, ma una macchina in cui bisognava individuare problemi, stanare criticità, ricostruire controlli, capire dove intervenire prima che le fragilità diventassero slavine.
Il punto, spiega la presidente, non erano soltanto i numeri, pure pesanti. C’era anche un tema di governo interno dell’azienda. AIMAG, secondo il racconto del management, aveva difficoltà come possono averne tutte le aziende complesse; ma, a differenza di quanto dovrebbe accadere in tutte le aziende complesse, non disponeva di un sistema adeguato di controllo di quelle difficoltà. L’assenza di una funzione di audit interno, per Ruggiero, non era un dettaglio tecnico: in un gruppo articolato, l’audit serve a regolare i processi, verificare che le procedure vengano rispettate ed evitare che i problemi precipitino senza che se ne abbia piena cognizione.
Da qui il lavoro dei tre anni: “rimettere a posto le cose”. È questa l’espressione che torna più volte nel botta e risposta. Ruggiero insiste sul fatto che l’obiettivo non fosse assecondare questa o quella narrazione, ma riportare l’azienda in una condizione di tenuta, dignità e capacità di scelta. Una responsabilità sentita anche perché presidente e vicepresidente sono espressione della parte pubblica.
La giornalista incalza. Se oggi i numeri mostrano un’inversione così netta, perché per mesi i sindaci sono apparsi disarmati? Perché non sono stati messi in condizione di spiegare meglio il cambio di rotta? Perché non è stato comunicato con più forza che il nuovo Cda, il nuovo management, l’uscita di figure apicali e la riorganizzazione interna avevano prodotto un effetto decisivo?
La critica è esplicita: è mancata comunicazione. E quel vuoto si è riempito di nebbia, confusione, rumore di fondo, creando ancora più difficoltà attorno ad AIMAG, fino a quando si è levato, forte e chiaro, il monito delle Corti dei Conti: prima da Bologna, poi da Milano. Un richiamo alla salvaguardia di questo gioiellino pubblico e alla necessità di preservarne il controllo in mano ai soci pubblici.
Ruggiero non respinge il tema. Anzi, ammette che sulla comunicazione AIMAG si è mossa con molta prudenza. Spiega che perfino organizzare una conferenza stampa come quella è stata una decisione ponderata “cinquecento volte”, perché il rischio percepito era quello di apparire autocelebrativi: comunicati, prove di forza, dichiarazioni per dire “guardate quanto siamo bravi”. Ma la presidente rivendica anche che i soci sono stati informati ciclicamente e che poi ciascuno ha fatto l’uso politico e istituzionale che ha ritenuto.
Poi arriva un altro passaggio rivelatore. Ruggiero racconta le giornate difficili con le banche, quando AIMAG si presentava agli istituti di credito in una condizione di evidente debolezza. L’immagine usata è quella di “Totò e Peppino con il cappello in mano”: una fotografia amara della fragilità finanziaria vissuta in quei mesi. Altro che svolta improvvisa, dice in sostanza la presidente: ci sono voluti tre anni.
Tre anni di lavoro “pancia a terra”, durante i quali l’azienda ha cambiato management, nominato un nuovo responsabile dell’audit interno, rafforzato il presidio finanziario con un nuovo CFO, centralizzato controllo di gestione e acquisti, proceduralizzato gli investimenti, riorganizzato la gestione del personale, rafforzato il ciclo idrico e gli impianti ambiente. Il tutto mentre il gruppo riduceva il debito, recuperava redditività e tornava a investire.
Nel retroscena della conferenza c’è anche il tema, politicamente sensibile, delle Corti dei Conti. La presidente non definisce “fallimento” il parere che ha stoppato l’operazione Hera. Lo legge invece come un pronunciamento da prendere sul serio, dentro un quadro di prudenza istituzionale. Il vero fallimento, dice in sostanza Ruggiero, sarebbe stato presentarsi oggi nelle stesse condizioni del 2023. Oppure dover dire di avere lasciato indietro investimenti, servizi o persone.
Qui il tono cambia. Ruggiero rivendica apertamente il risultato. “Permetteteci un po’ di fanfara”, è il senso del suo intervento. Perché, dice, sono stati tre anni “difficilissimi”. Difficilissimi non solo per sistemare i conti, ma per restituire all’azienda una struttura interna capace di reggere le sfide future.
Il botta e risposta con la stampa fa emergere anche un altro punto: AIMAG non si è limitata a sopravvivere. Ha lavorato per tornare attrattiva. Il management racconta di un’azienda che oggi può presentarsi diversamente anche sul mercato del lavoro, davanti a tecnici, manager, giovani laureati e figure qualificate. Non più una società avvolta dall’incertezza, ma un gruppo che mostra numeri, investimenti, prospettive, welfare aziendale, percorsi di crescita.
Eppure la frase che resta è quella iniziale: ghostbuster. Perché dentro quella parola c’è la chiave del retroscena. Ruggiero non racconta solo un risanamento contabile. Racconta una bonifica aziendale. Problemi da individuare, procedure da ricostruire, responsabilità da chiarire, fiducia da recuperare, controlli da introdurre, relazioni da ricucire.
Il risultato, secondo AIMAG, è che oggi l’azienda è tornata nella condizione di poter scegliere. Ed è forse questo il passaggio politicamente più importante. Prima ancora di discutere quale futuro debba avere AIMAG, quale assetto industriale, quale alleanza, quale strategia, quale rapporto con i soci e con il mercato, bisognava riportarla in equilibrio.
La conferenza stampa ha mostrato proprio questo: dietro i numeri del risanamento c’è stata una stagione molto più ruvida, fatta di diffidenza, silenzi, comunicazione mancata, pressioni percepite, banche da riconquistare, dipendenti da rassicurare, soci da tenere insieme.
E in mezzo, un management che oggi dice: non ci siamo fatti tirare per la giacchetta. Abbiamo rimesso a posto le cose.
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