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19 Settembre 2026
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Salute e benessere, la sostenibilità cambia volto: gli italiani chiedono protezione e futuro

(Adnkronos) - La sostenibilità non parla più soltanto il linguaggio dell’ambiente. Sempre di più, per gli italiani, significa salute, benessere psicofisico, protezione sociale, qualità del lavoro e capacità di guardare al futuro senza sentirsi esposti a crisi fuori controllo. È il cambio di prospettiva emerso in Adnkronos durante la presentazione del Terzo rapporto sulla sostenibilità sociale, promosso da Eikon Strategic Consulting e dedicato quest’anno al tema “Salute, benessere e sostenibilità”. Un volume che arriva alla terza edizione e che registra una trasformazione profonda: il concetto di sostenibilità si sta spostando dal solo perimetro ambientale a quello, più ampio e più vicino alla vita quotidiana, della vulnerabilità sociale. Al centro non c’è più soltanto la tutela del pianeta, ma la domanda di cura. Cura del corpo, della salute mentale, delle relazioni, del lavoro, dei territori, delle comunità. La sostenibilità diventa così una chiave per leggere l’ansia verso il futuro e il bisogno di un welfare capace di intercettare fragilità nuove.  Sommario  Il punto di partenza del rapporto è l’evoluzione stessa della parola sostenibilità. Un concetto che, di anno in anno, si allarga e cambia contenuto. Se la prima associazione resta spesso quella ambientale, l’indagine mostra come nella percezione degli italiani cresca la dimensione sociale: salute, benessere, sicurezza, qualità della vita. A richiamare questo passaggio è stato Enrico Giovannini, direttore scientifico dell’ASviS, che ha collocato il rapporto dentro il quadro più ampio delle trasformazioni in corso. La sostenibilità, ha ricordato, si fonda su quattro dimensioni: economica, sociale, ambientale e istituzionale. E proprio quella sociale è la più difficile da misurare, perché riguarda tensioni, aspettative, paure e domande che non sempre trovano una forma immediata. Dal rapporto, secondo Giovannini, emerge innanzitutto che la società italiana non è ferma. È “viva”, attraversata da nuove sensibilità e da una particolare attenzione dei giovani. Ma è anche una società in cui cresce l’incertezza. Il senso di essere in balia di grandi eventi internazionali, di decisioni prese altrove, di trasformazioni tecnologiche e climatiche difficili da controllare alimenta una domanda di protezione. Dentro questa domanda, la salute assume un peso centrale. Non solo salute fisica, ma anche salute mentale. Il benessere psicologico diventa una parte essenziale della sostenibilità sociale, perché ansia, insicurezza e sfiducia incidono sulla capacità delle persone di progettare la propria vita. Giovannini ha richiamato anche il legame tra clima e salute. Siccità, raccolti, disponibilità alimentare, sistemi sanitari sotto pressione e impatto psicologico delle crisi ambientali sono ormai elementi di uno stesso quadro. La sostenibilità ambientale, quindi, non scompare: entra nella sostenibilità sociale, perché i suoi effetti ricadono direttamente sulle condizioni di vita delle persone. Uno dei nodi più forti emersi dal confronto è la percezione del futuro. Il rapporto descrive un Paese in cui l’incertezza non è un rumore di fondo, ma un elemento strutturale. La paura del domani orienta le priorità, modifica le aspettative e accresce la domanda di welfare. Per Giovannini, il rischio è che questa insicurezza alimenti la ricerca di scorciatoie: l’idea che serva un decisore forte, un comando centrale, una risposta semplificata a problemi complessi. Ma la risposta, ha sottolineato, dovrebbe andare nella direzione opposta: più coerenza delle politiche, più visione, più capacità di tenere insieme economia, ambiente, salute e istituzioni. La revisione della Strategia nazionale di sviluppo sostenibile, la futura programmazione di bilancio e l’utilizzo dei fondi europei 2028-2034 vengono indicati come passaggi decisivi. Non semplici appuntamenti tecnici, ma occasioni per decidere quale idea di futuro proporre al Paese. Il tema dei giovani è centrale. Non basta considerarli destinatari delle politiche, ha ricordato Giovannini: bisogna portarli nei processi decisionali. Anche perché sono proprio loro a intercettare con maggiore intensità la trasformazione della sostenibilità in domanda di salute, sicurezza e senso.  A entrare nel cuore del rapporto è stato Enrico Pozzi, Ceo Eikon, che ha spiegato come la nuova edizione non nasca da una prosecuzione meccanica dei lavori precedenti, ma da un dato che aveva colpito i ricercatori: la forte preoccupazione dei giovani per la salute e per il corpo. Un dato non scontato. La giovinezza è spesso associata alla vitalità, alla progettualità, alla possibilità. Eppure, proprio tra i più giovani, era emersa una domanda di sicurezza legata al corpo, al benessere psicofisico, alla paura di non reggere l’incertezza. Da qui la scelta di concentrare il rapporto sull’obiettivo 3 dell’Agenda 2030, dedicato a salute e benessere. Il risultato, ha spiegato Pozzi, è l’emersione di una “sensazione impressionante di vulnerabilità”. La sostenibilità, percepita come rischio e possibilità ambientale e sociale, si traduce nelle risposte degli intervistati in fragilità individuale. Il passaggio è dal collettivo all’individuale, dal macro al micro, dal “noi” all’“io” e alle reti più vicine alla persona. Il corpo diventa così un luogo politico e sociale. Non perché sostituisca i grandi temi collettivi, ma perché li assorbe. Le crisi ambientali, economiche, sanitarie e tecnologiche vengono vissute nella forma della vulnerabilità personale: stress, ansia, paura, insicurezza, bisogno di protezione. Pozzi ha richiamato anche il tema del futuro come “spazio del progetto”. Quando il futuro si restringe, si riduce la capacità di desiderare, scegliere, agire. Il rapporto indica che per il 70% degli intervistati l’esperienza del futuro è prevalentemente negativa o molto negativa. Un dato che sposta la sostenibilità dal terreno delle politiche di lungo periodo a quello, molto concreto, della vita psichica e sociale delle persone. Da qui nasce la domanda di un welfare allargato. Non più affidato soltanto allo Stato o alle istituzioni tradizionali, ma capace di coinvolgere una pluralità di attori: terzo settore, imprese, organizzazioni, comunità, reti territoriali.  Il rapporto mostra che la domanda di salute e benessere si sta spostando anche verso il sistema produttivo. A evidenziarlo è stata Paola Aragno, vice presidente Eikon, che ha spiegato come le aziende siano sempre più chiamate in causa non solo come luoghi di lavoro, ma come soggetti che incidono sulla qualità della vita delle persone. Il cambiamento nasce da fattori strutturali. L’aspettativa di vita aumenta, una quota rilevante della popolazione convive con patologie croniche, cresce il peso della cosiddetta generazione sandwich, stretta tra cura dei figli e assistenza ai genitori, e aumentano stress e ansia nei percorsi lavorativi. In questo scenario, il welfare aziendale non viene più percepito come semplice integrazione accessoria. Diventa parte della domanda complessiva di protezione. Oltre il 60% degli intervistati chiede alle aziende di inserire nelle politiche di welfare forme di assistenza psicologica. Il 22% dichiara un peggioramento del proprio benessere al lavoro negli ultimi due anni. Ma il rapporto mette in luce anche una distanza evidente tra aspettative e realtà. Il 60% degli intervistati chiede alle aziende di intervenire, ma solo il 16% percepisce un impegno concreto. E circa il 60% giudica le imprese ancora poco o per niente impegnate su un’idea ampia di welfare. Il punto, quindi, non è aggiungere benefit, ma ripensare modelli organizzativi. Il benessere non può essere raccontato soltanto, deve essere misurato. Non può essere cosmetico, deve incidere su processi, relazioni, tempi, carichi, ascolto, qualità del lavoro.  Il rapporto non affida alle imprese un ruolo salvifico, né scarica su di loro responsabilità che restano pubbliche. Piuttosto, registra un cambiamento: le persone chiedono risposte anche nei luoghi in cui trascorrono una parte rilevante della propria vita. Da questo punto di vista, il welfare aziendale diventa credibile solo se evita due rischi: la comunicazione di facciata e la frammentazione degli interventi. La salute e il benessere non possono essere trattati come un catalogo di servizi slegati dall’organizzazione reale del lavoro. La ricerca indica tre condizioni. La prima è la misurazione: capire se le iniziative producono effetti percepiti e verificabili. La seconda è la coerenza: non si può parlare di benessere se mancano condizioni di base come retribuzione adeguata, qualità delle relazioni, ascolto e sostenibilità dei carichi. La terza è la rete: nessuna organizzazione può produrre welfare da sola, ma può contribuire a un sistema più ampio. È in questo quadro che si inseriscono le esperienze raccontate nel volume. Casi diversi, non sovrapponibili, che servono soprattutto a mostrare come la sostenibilità sociale possa assumere forme concrete: assicurazione e protezione, relazione di cura, caregiver giovani, prevenzione oncologica, processi produttivi sostenibili.  Le cinque esperienze presentate nel rapporto non esauriscono il tema, ma aiutano a leggere una tendenza: la sostenibilità sociale prende forma quando salute e benessere diventano criteri organizzativi, non solo dichiarazioni di principio. Nel caso di AXA Italia, Giorgia Freddi, responsabile External Communication, Sustainability and Public Affairs, ha messo al centro il ruolo delle assicurazioni nella protezione e nella mutualizzazione dei rischi. Il passaggio interessante non è tanto la singola iniziativa, quanto l’idea che salute e benessere facciano parte di una infrastruttura sociale. Ricerca, sensibilizzazione e volontariato vengono indicati come leve per passare da una funzione di semplice copertura del rischio a un accompagnamento più ampio lungo il percorso di vita. Il nodo, anche qui, è la coerenza: senza alleanze e senza integrazione con altri attori, la sostenibilità resta comunicazione. Con Cura per la Persona, il focus si sposta sulla relazione sanitaria. Stefania Polvani, cofondatrice dell’associazione, ha presentato la certificazione Perla, nata per misurare la qualità della relazione di cura nelle strutture sanitarie. Il tema è rilevante perché porta dentro la sostenibilità un aspetto spesso considerato immateriale: il modo in cui il paziente viene accolto, ascoltato, accompagnato. La competenza tecnica resta fondamentale, ma non basta. La qualità della comunicazione, la personalizzazione e la centralità della persona diventano criteri valutabili. Nel secondo anno sono stati certificati 34 centri in Italia. Il punto politico e culturale è che la cura non si misura solo in prestazioni, ma anche nella relazione. La Fondazione MSD ha portato invece il tema dei giovani caregiver. Marina Panfilo, direttrice della Fondazione, ha raccontato la condizione di ragazzi e ragazze tra i 18 e i 30 anni che assistono familiari con malattie o disabilità: una forma di welfare invisibile, spesso data per scontata dentro le famiglie. Alcuni giovani arrivano a dedicare fino a 35 ore settimanali alla cura. Il dato più significativo è che otto giovani caregiver su dieci chiedono un riconoscimento sociale e istituzionale del proprio ruolo. Non solo un sostegno economico, ma dignità. Il progetto costruito anche attraverso le Health Humanities e la collaborazione con RUFA – Rome University of Fine Arts mostra come la sostenibilità sociale passi anche dalla capacità di rendere visibile ciò che normalmente resta ai margini. Con Komen Italia, il rapporto affronta il tema della prevenzione come trasformazione culturale. Giustiniana Vecchiotti, direttore Programmi istituzionali e Mission di Komen Italia, ha ricostruito la storia della Race for the Cure e della mobilitazione sui tumori del seno. Ventisei anni fa, in un Paese in cui la parola tumore era ancora un tabù, portare la prevenzione nello spazio pubblico significava cambiare linguaggio e immaginario. La Carovana della prevenzione, con oltre 300mila donne visitate gratuitamente in dieci anni, aggiunge un elemento sociale: la prevenzione non è uguale per tutti se non raggiunge territori fragili, carceri, isole minori, donne con minori possibilità di accesso. Il messaggio è che prevenire non può essere un privilegio. Infine, Logista Italia porta il discorso dentro i processi produttivi. Valerio Tepedino, National Hubs Director di Logista Italia, ha raccontato il caso della logistica inversa applicata agli imballaggi. La scatola di cartone non viene più trattata come rifiuto, ma come risorsa che ritorna, viene controllata, riutilizzata e poi riciclata. Oltre 60mila punti vendita partecipano al modello e più dell’80% delle scatole viene recuperato e riutilizzato. Il dato ambientale è evidente, ma il punto sociale riguarda la partecipazione: lavoratori e partner non sono destinatari passivi di una procedura, ma parte di un sistema che rende visibile il contributo di ciascuno.  Lo sguardo si sposta ora verso il quarto rapporto sulla sostenibilità sociale. Cristina Cenci, partner dell’Istituto di Ricerche Eikon, ha anticipato il lavoro sul Caring Index, una metodologia progettata da Eikon per misurare quanto le persone percepiscano un impegno effettivo della propria organizzazione su salute e benessere. L’idea nasce da una mancanza. Esistono molte rendicontazioni di sostenibilità, molte mappature delle iniziative aziendali e molte indagini di clima, ma manca un indice capace di fotografare in modo sistematico la percezione dell’impegno organizzativo sulla cura delle persone. Il Caring Index punta anche a contrastare il social washing. Non basta dichiarare attenzione al benessere o offrire singoli servizi se non vengono rispettate condizioni di base. Tra queste, la percezione di una retribuzione adeguata, la qualità delle relazioni interne, la possibilità di esprimere bisogni ed esigenze, il rapporto con i responsabili diretti. La logica è semplice: un’organizzazione non può dirsi attenta al benessere se non affronta ciò che produce malessere. Per questo l’indice vuole distinguere tra welfare sostanziale e welfare cosmetico, tra iniziative utili e operazioni di immagine. Le organizzazioni che si distingueranno potranno ottenere il bollino “We Care For Us”, valido due anni. Ma l’aspetto più rilevante è la prospettiva culturale: il benessere come processo circolare, in cui prendersi cura delle persone significa contribuire anche alla qualità della collettività.  A chiudere l’incontro è stato il richiamo al ruolo dell’informazione. Se alla sostenibilità devono corrispondere azioni concrete, alle azioni concrete devono corrispondere parole corrette. Raccontare la sostenibilità significa evitare formule vuote, semplificazioni, retorica e operazioni di facciata. È un punto particolarmente delicato in una fase in cui una parte del dibattito pubblico tende a rappresentare la sostenibilità come un ostacolo, un costo, un vincolo da aggirare. Il rapporto, invece, mostra che la sostenibilità è sempre più percepita come condizione per tenere insieme salute, lavoro, ambiente, welfare e futuro. Il messaggio che arriva dal Terzo rapporto sulla sostenibilità sociale è che gli italiani non chiedono soltanto più ambiente, più sanità o più welfare. Chiedono protezione, fiducia, riconoscimento, prevenzione, qualità delle relazioni e possibilità di futuro. La sostenibilità sociale nasce esattamente qui: quando la vulnerabilità individuale diventa domanda collettiva. E quando istituzioni, imprese, terzo settore, media e cittadini sono chiamati a trasformare quella domanda in scelte concrete, misurabili e credibili.  [email protected] (Web Info)

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