I “nomi nomi nomi” sui social e perché i NAS non fanno gogna mediatica – LO SPIEGONE
ogni volta che pubblichiamo una notizia sui Carabinieri del NAS con il resoconto di un’operazione sul territorio (come è successo nei giorni scorsi) sui social si scatena l’immancabile coro: “Fate i nomi!”, “Perché nascondete i colpevoli?”, “Non ce lo dicono!”. E, immancabile come il prezzemolo, scatta subito l’accusa automatica alla stampa: “Giornalisti venduti”, “Chissà chi vi paga per coprire i ristoratori”. Un copione stancante, alimentato da quel complottismo da bar che vede complotti persino dietro un verbale per la polvere sopra un frigorifero e che trasforma ogni post sul web in una piazza con la forca già pronta.
Spiace deludere i dietrologi da tastiera: nessun assegno in busta chiusa, nessuna mazzetta dai baristi della zona. Chi invoca la lista dei proscritti dimostra semplicemente di non conoscere minimamente come funziona il diritto nel nostro Paese e confonde la prevenzione sanitaria con il linciaggio mediatico.
Mettiamo subito in chiaro una cosa, a scanso di equivoci: la privacy non c’entra assolutamente nulla. Tirarla in ballo è solo il riflesso condizionato di chi parla di procedure senza aver mai sfogliato un verbale. I motivi per cui le forze dell’ordine non diffondono le generalità dei locali sanzionati nei comunicati ordinari sono di natura strettamente procedurale, amministrativa e di garanzia costituzionale.
La stragrande maggioranza degli interventi dei NAS riguarda irregolarità amministrative, non reati penali. Una sanzione da migliaia di euro scatta per un’etichetta in italiano mancante, per una mattonella sbeccata in laboratorio, per un registro delle temperature HACCP non aggiornato la mattina stessa o per una confezione di carne congelata priva della bolla d’accompagnamento del fornitore.
Tutti aspetti da sanzionare, certo, ma che non equivalgono a servire cibo tossico o a mettere a rischio la salute dei clienti. Trasformare un difetto procedurale o burocratico in un'accusa implicita di "avvelenamento" significa distorcere la realtà.
Non solo: i verbali e i provvedimenti amministrativi sono atti opponibili e contestabili. L’imprenditore ha per legge il diritto di presentare scritti difensivi entro trenta giorni o di ricorrere davanti a un giudice. Molte sanzioni vengono ridimensionate, annullate o sanate nell’immediato. Se il nome di un bar o di un ristorante venisse dato in pasto al pubblico prima dell'esito di un ricorso, il danno reputazionale sarebbe irreversibile, anche in caso di totale assoluzione.
Lo scopo dello Stato, tramite i controlli dei NAS, è far rispettare le regole, imporre il ripristino delle condizioni di conformità e tutelare la sicurezza dei consumatori. L'obiettivo è la prevenzione, non il fallimento di un'azienda o il licenziamento dei suoi dipendenti per compiacere il voyeurismo del "tribunale del popolo".
Quando il pericolo per la salute pubblica è reale e immediato — di fronte a frodi in commercio, alimenti guasti o condizioni igieniche di degrado assoluto — scattano i sequestri penali convalidati dalla Procura della Repubblica. In quei casi, e con gli opportuni atti giudiziari, i dettagli emergono nell'interesse della collettività.
Pretendere la gogna pubblica per ogni singolo cavillo burocratico serve solo ad alimentare la rabbia da tastiera. La tutela della salute è una cosa seria e si misura con il rigore dei controlli, non con il numero di gironi infernali allestiti sui social network.

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