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Gottfried Dunkel, l’essenza gotica di San Felice

SAN FELICE- Eccentrico, spirituale e con una profonda “anima gotica” che emerge in tutte le sue sequenze fotografiche: il sanfeliciano Massimiliano Caleffi, in arte Gottfried Dunkel, ha portato con le sue opere in bianco e nero una ventata gotica nella Bassa.

In vista della sua prossima mostra, dedicata al celebre Marchese de Sade, abbiamo incontrato Dunkel per conoscerlo un po’ meglio.

Come ha cominciato a fotografare e da dove nasce la passione per la fotografia?

Ho incominciato a fotografare sin da ragazzino, ovviamente non con il telefonino,  ma con delle “usa e getta” e successivamente con la macchina regalatami dai nonni quando venni promosso in prima superiore. “Mi raccomando, non sciupare il rullino” si raccomandavano i miei genitori quando all’epoca il digitale era fantascienza e costava “un Perù”, soprattutto per il fatto che avevano già intuito i “soggetti” dei miei scatti. Fin da quegli albori (ero in prima media) in me c’erano “germi di diversità”. Ho da subito fotografato soggetti/paesaggi improbabili e fatto ritratti alternativi. Al ritorno da una gita scolastica, per esempio, non vi dico quante me ne dissero i miei quando videro la foto di una letamaia.

Il mio “vecchio” professore di matematica e scienze delle medie, invece, prese la cosa positivamente citando la canzone del maestro De André “Via del campo”: “Dai diamanti non nasce niente/Dal letame nascono i fior”.

Ho Continuato a lungo e continuo tuttora a immortalare i ricordi delle mie vacanze: in particolare le splendide Dolomiti del Cadore, luoghi a me cari e sacri, anche se ancora oggi le foto che faccio lassù non mi soddisfano mai appieno. Nelle vette dei Monti Pallidi vedo Dio e, rispetto a ciò, la macchina fotografica non riesce a restituirmi questo sentimento. Dio non si concede facilmente all’obiettivo e i miei giocattolini (le mie macchine fotografiche) non vedono le montagne come le vedo io. In ogni modo, all’inizio fotografare era un modo per archiviare nei miei album i ricordi delle vacanze, degli amici, celebrare gli avvenimenti, commemorare. E per me lo è ancora, ma con accezioni diverse.

Cosa rappresenta per lei la fotografia?

La fotografia per me rappresenta emozione, sublimazione, monito, sogno, evasione, arte, racconto e, non per ultimo, ricordo e memoria. Che la fotografia dovesse preservare la memoria lo sosteneva anche Baudelaire. Non sono vecchio, almeno anagraficamente (anche se di fatto mi sento tale), ma ho vissuto abbastanza per vedere andare persi la cultura e i valori con i quali sono cresciuto. Ma la memoria va preservata e tramandata.  Questo è un compito che la fotografia ha perso e deve riconquistare, e i fotografi hanno il compito di farlo.

Come sceglie i soggetti delle sue foto?

Se ci riferiamo ai soggetti come modelli, è noto, almeno per chi mi conosce, che di base non ho categorie o requisiti né predefiniti, né fissi e immutabili. Certo il soggetto mi deve colpire, mi deve piacere, deve essere adatto a esprimere ciò che ho in testa. Per me non ha importanza che abbia i capelli rossi o verdi, che porti la taglia 40 o una taglia forte. Io cerco la trasmissione del messaggio, del concetto. Concetti come la bellezza e l’emotività non hanno né taglie prefissate, né una scadenza (mi riferisco alla fisicità e all’età anagrafica delle Messaggere). Di solito capisco se il soggetto è adatto se nella mia mente si genera un’immagine, quasi lo vedessi già fotografato.

Se invece per soggetti si intendono i personaggi o i temi delle mie mostre, la scelta è dettata da interesse personale: situazioni e cose che ho sognato, il desiderio di dire la mia su determinati argomenti e pensieri.

Ha portato una “ventata gotica” nella Bassa, come ha reagito la comunità alle sue mostre?

Mah!? Non so se ho portato una ventata gotica, non spetta a me dirlo. Non sono “l’unico dark/goth della Bassa”. A San Felice ci sono da tempo persone il cui talento in ambito “gotico” è ben noto e assodato. Ad ogni modo, se ho portato e se porterò un vento diverso sono e sarò contento. Il gotico è nei miei valori, nella mia estetica e nella mia anima. Purtroppo “la Bassa” non è pronta a certe cose,  e forse nemmeno le grandi città. Si è pronti solo se cuore e spirito lo sono. Le mie mostre sono per tanti, non per tutti e non tutti le capiranno. Ne sono consapevole. E ora come ora non mi interessa. Devo andare avanti per la mia strada. Me lo sento ripetere spesso, specie quando sono giù di morale. Il Marchese de Sade scrisse: “Ammazzatemi o prendetemi come sono, perché io non cambierò”. Sono d’accordo con questa affermazione, non perché difendo il Marchese (anzi), ma perché credo nel mio stile, nel messaggio che porto.

La natura morta ha centralizzato i suoi esordi ed è passato poi alla ritrattistica. Ci racconta questa evoluzione (se così si può definire)?

Non c’è niente di premeditato o di studiato. Il passaggio dallo “still life” alla ritrattistica non è stato forzato o imposto. Ricordo con un sorriso le dita incollate da tonnellate di colla mentre assemblavo per poi fotografare gli ossi di animali che amici e vicini di casa mi portavano per dare “vita” alle creature (e non solo) che ora adornano la camera da letto di una persona a me cara! A volte penso che  dovrei farli vedere a Tim Burton, un giorno. Prima o poi uscirà una mostra con questi miei primi lavori, penso già di intitolarla “In pulveris reperturis” (In polvere ritornerai).

Ribadisco per me è stato naturale creare con gli ossi. Accademicamente sono un naturalista, con il tempo però ho sentito che questi lavori di “still life” erano insufficienti e inadatti per trasmettere la pienezza, le sfumature di certi miei messaggi. Quindi sono passato ai Messaggeri: uomini e donne in carne e ossa.

Nelle sue sequenze fotografiche c’è tanto bianco e nero e poco colore. Come mai questa “scelta stilistica”?

Non sono daltonico fisicamente, ma fotograficamente sì. In realtà il bianco e nero mi permette di concentrare l’attenzione sull’essenziale: su ciò che desidero cada l’attenzione degli occhi miei e dell’osservatore. Il bianco e nero mi permette di imporre luce e buio come voglio io. Il colore, personalmente, mi “confonde”. Il bianco/nero, al contrario, sottolinea ciò che desidero. Dal mio punto di vista è eterno, non stanca mai.

Il Marchese De Sade sarà il protagonista della sua prossima mostra: concept esoterico con cattedrali gotiche e Messaggere. Come mai proprio il Marchese De Sade?

Ho visto nella mia mente la mostra dedicata a Sade- che si intitolerà: “Il divin Marchese o dei crimini dell’amore”– al termine di una lauta cena a base di gnocchi fritti il 17 ottobre dell’anno scorso. Ma non è stata la difficile digestione del cibo a farmi avere la visione: ho sentito parlare del Marchese De Sade sin dall’adolescenza. Sono infatti un grande fan del progetto musicale “Enigma” di Michael Cretu e la  figura di Sade permea,  in particolare il loro album “Mcmxc a.d.” del 1990:  da qui  la scintilla che ha originato in me la curiosità verso questo personaggio.

Solo in questi ultimi anni, quindi in piena maturità, ho approfondito la conoscenza del Marchese leggendone gli scritti. Sono rimasto colpito dalla crudezza, dal compiacimento e dall’appagamento psicofisico nella perpetuazione di crimini efferati e disgustosi.

In essi ho visto, sentito e rivisto la sofferenza, l’umiliazione, la violenza che quotidianamente subiscono donne, uomini, ragazzi, ragazze, bambini e bambine. Ancora oggi.

La mia mostra non è un encomio al Marchese, ma un ammonimento a non essere come lui: perché di moderni seguaci del Marchese è pieno il mondo. Lo spirito del Marchese rivive nei violenti: nei bulli, nelle persone di potere o che esercitano il potere distorcendo il loro ruolo, nelle comuni persone che attuano mobbing, le violenze fisiche, verbali e psicologiche, ma anche  in tanti  insospettabili che agli occhi della società risultano anzi individui rispettabili, di elevata statura morale e dotati di irreprensibile etica, che perpetuano questi crimini in maniera occulta, nell’ombra.

Quando avremo l’opportunità di ammirarla?

La mostra è già stata stampata. In un periodo storico dove purtroppo tristemente, comprensibilmente e inevitabilmente tanti eventi artistici vengono rimandati, non vedo l’ora di esporla. L’arte aiuta sopravvivere. Non spetta a me dire o decretare se le mie foto sono arte. Io sento comunque l’urgenza di renderla visibile al più presto, non appena le condizioni legate alla pandemia lo permetteranno, spero con l’inizio dell’estate. L’arte aiuta a sopravvivere ho scritto, a evadere. Volete venirla a vedere? Si? Bene! No? Amen! Non sapete cosa vi perdete. Ma poi non lamentatevi e non dite che non c’è niente. Qualcosa c’è. Non siete obbligati a dirvi che vi è piaciuto. Ma fate lo sforzo di venire, visto che è gratis! Non trinceratevi dietro scuse e bugie che poi vi cresce il naso che quello di Pinocchio in confronto al Vostro non è niente! Con molto piacere  avviserò sui miei canali social/web e attraverso il quotidiano sulpanaro.net i luoghi e gli orari della mostra. Ne approfitto per ringraziare sulpanaro.net per lo spazio che mi ha sempre dedicato e per la correttezza e la serietà che mi ha da subito e sempre mostrato. Non tutti si sono posti nei miei confronti come voi.

Qual è la fotografia a cui si sente più legato?

Domanda difficilissima a cui rispondere. Come scegliere tra i propri figli il preferito? Ogni foto delle mie sequenze fotografiche è stata scattata non solo per “funzionare da sola”, ma anche  in “funzione della successione” degli scatti stessi. Se proprio, per assurdo, dovessi obbligatoriamente scegliere direi “ Morte di Lulù” e “Rimorso di Luce” dalla mostra dell’anno scorso. Della mostra del Marchese direi la trentesima foto, ma visto che ancora non è stata esposta non anticipo nulla.

Quali sono i temi che le piacerebbe esplorare in futuro?

Le prossime mostre avranno a che fare con altri due personaggi storici che hanno fatto e faranno discutere a lungo: Jack lo Squartatore e Gesù Cristo. Insieme alla mostra del Marchese comporranno una nuova trilogia. Dopo di esse esporrò “In pulveris reperturis”, della quale ho già accennato. Poi vedremo cosa mi suggerirà l’ispirazione o le visioni che avrò quando sarò tra le braccia di Morfeo, o dopo una sana e grassa cena. Ancora non lo so. Non mi è dato saperlo e non voglio scoprirlo anzitempo.

 

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