Bufera sui social dopo l’accoglienza di una famiglia palestinese a Nonantola, Zavatti (Futuro 2030): “Incapacità di vedere gli esseri umani dietro le etichette”
In seguito alla notizia relativa all'accoglienza a Nonantola di una famiglia palestinese, in un gruppo Facebook cittadino si è scatenata un'ondata di commenti negativi. Sul tema interviene il consigliere comunale a Nonantola del gruppo “Futuro 2030”:
"Ho deciso di coprire i nomi degli autori di questi commenti pubblici. Non per rispetto della loro privacy, ma per pietà nei loro confronti. Perché leggere ciò che è stato scritto sotto la notizia dell’accoglienza di una famiglia palestinese a Nonantola (grazie alla preziosa rete di cittadini e associazioni), fa emergere qualcosa di davvero preoccupante. Non colpisce il singolo commento, ma il coro di questi commenti. “Chi paga?” “Altri da mantenere.” “Che schifo.” “Perché non li prendono altri?” “Ci mangeranno senza pietà.” Nessuno che si chieda chi siano queste persone. Nessuno che si domandi da cosa stiano fuggendo. Nessuno che provi anche solo per un istante a immaginare cosa significhi perdere la propria casa, la propria terra, i propri affetti e ritrovarsi a dipendere dalla solidarietà degli sconosciuti. No. La prima reazione è il fastidio. Il sospetto. Il disprezzo. Come se una famiglia in fuga da una guerra fosse prima di tutto un costo (per chi?), un problema (per chi?), una minaccia (per chi?).
E la cosa più inquietante è che molti di quelli che scrivono queste cose si considerano persone perbene. Persone civili. Persone che difendono valori, tradizioni e identità. Ma forse, quando si parla di civiltà, bisognerebbe prima interrogarsi sul modo di stare nella civiltà. Perché la civiltà non è una bandiera da sventolare contro qualcuno. Non è il privilegio di essere nati dalla parte giusta del mondo. Non è il diritto di guardare dall’alto in basso chi ha avuto meno fortuna. La civiltà è la capacità di riconoscere l’umanità dell’altro. Soprattutto quando è più fragile. Una famiglia che fugge dalle bombe non perde la propria dignità arrivando qui. Chi rischia di perderla è chi, al sicuro dietro uno schermo, davanti a quella sofferenza riesce a vedere soltanto un nemico. E questo, francamente, dovrebbe indignarci molto più dell’arrivo di qualsiasi profugo. E lo chiedo prima che qualcuno si sforzi a muovere il pollice sulla tastiera: risparmiatemi, per favore, le solite frasi automatiche sul degrado, sullo spaccio, sulla sicurezza e su tutto il repertorio che puntualmente compare ogni volta che si parla di accoglienza. Non perché siano temi di cui non si possa discutere. Anzi. Ma perché qui non stiamo parlando di questo. Qui stiamo parlando di una famiglia. Di persone che sono scappate da una guerra. Di cittadini e associazioni che si sono assunti la responsabilità di offrire una possibilità di ripartenza. E invece di fronte a questa storia non si leggono domande, riflessioni o argomenti. Si leggono soltanto slogan, paure e pregiudizi confezionati in serie. È proprio questo che colpisce: l’incapacità di vedere gli esseri umani dietro le etichette.(Ps. Mentre l’immagine, nel suo complesso, è creata dall’AI, i commenti, ahimè, sono reali.)"
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