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01 Novembre 2026
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Mirandola, sotto il Palazzo Comunale riaffiora la città medievale

MIRANDOLA – Il restauro del Palazzo Comunale di Mirandola, reso necessario dopo il sisma del 2012, non ha rappresentato soltanto un intervento di recupero architettonico. È diventato anche un’occasione preziosa per interrogare il sottosuolo della città e restituire alla comunità frammenti significativi della sua storia più antica.

Non è la prima volta che i lavori legati al recupero del Palazzo riportano l’attenzione su memorie rimaste sospese dopo il terremoto. Già nel 2021 era stata raccontata la vicenda del busto di Giovanni Pico, rimasto per anni in un angolo della sala consiliare danneggiata dal sisma e poi recuperato durante le prime fasi del cantiere. Una storia diversa da quella degli scavi archeologici, ma legata allo stesso percorso: quello di una ricostruzione che, oltre agli edifici, ha riportato alla luce anche simboli, oggetti e tracce dell’identità cittadina.

I risultati delle indagini archeologiche sono raccolte nel nono volume della collana dei Quaderni di Archeologia dell’Emilia-Romagna, intitolato Palazzo Comunale di Mirandola. Nuovi dati storico-archeologici alla luce del restauro post-sisma. L’opera, curata da Vanessa Poli e Lara Sabbiocchi, raccoglie contributi di studiosi e specialisti e ricompone, attraverso i materiali emersi, una parte finora meno nota della vicenda urbana mirandolese.

Le indagini, svolte tra il 2022 e il 2024, si sono concentrate in particolare sotto la loggia antistante l’ingresso del Palazzo Comunale e in alcune aree interne dell’edificio. I risultati hanno consentito di arricchire in modo sostanziale le conoscenze sul centro storico, confermando quanto i cantieri del post sisma, accanto alla necessità della ricostruzione, abbiano aperto anche una stagione di ricerca e riscoperta.

Uno degli elementi più rilevanti è emerso al di sotto della loggia. Qui gli archeologi hanno individuato una sequenza di strutture, la più antica delle quali rimanda a un granaio della prima metà del Trecento. Si tratta di un ritrovamento di particolare interesse: il deposito fu distrutto da un incendio che carbonizzò i cereali senza però ridurli completamente in cenere. Proprio questa combustione lenta e incompleta ne ha permesso la conservazione fino ai giorni nostri, rendendo possibile lo studio e l’identificazione dei grani da parte degli specialisti dell’Università di Modena e Reggio Emilia.

Nella seconda metà del XIV secolo l’area venne poi livellata con terreno di riporto e rimase probabilmente priva di edifici stabili. Secondo le ipotesi degli studiosi, potrebbe essere stata occupata da botteghe o spazi legati ad attività commerciali. Soltanto alla metà del secolo successivo fu realizzata una loggia, di dimensioni più contenute rispetto a quella attuale. Per arrivare a una nuova sistemazione del palazzo pubblico bisognerà attendere il 1458, quando Giulia Boiardo, vedova di Giovanni Francesco Pico, signore di Mirandola, fece costruire una nuova loggia.

Accanto alla pubblicazione del volume, sono state presentate anche le nuove vetrine allestite nell’atrio del primo piano del Palazzo Comunale. Qui trovano posto alcuni dei reperti più significativi recuperati durante gli scavi, accompagnati da pannelli esplicativi e da un filmato dedicato alla storia dei rinvenimenti.


Particolare rilievo assumono le ceramiche provenienti dai cosiddetti “butti”, antichi scarichi di rifiuti individuati nei pressi dell’androne del Palazzo Comunale. Si tratta di materiali anteriori alle trasformazioni architettoniche del Cinquecento e databili entro il 1475. Piatti, recipienti e frammenti di vasellame restituiscono un’immagine concreta della vita quotidiana: il modo in cui si apparecchiava la tavola, si conservavano gli alimenti e si cucinava nella Mirandola del tardo Medioevo.

A questo percorso si collega anche la sezione dedicata all’alimentazione. I resti di cereali e legumi rinvenuti nel granaio, insieme ai resti osteologici di animali domestici, uccelli e persino testuggini terrestri provenienti dagli scarichi domestici, offrono uno spaccato prezioso sulle abitudini alimentari e sull’ambiente urbano dell’epoca.

Non meno significative sono le vetrine dedicate ai reperti metallici. Tra questi spiccano le monete, databili tra il XII e il XVIII secolo e riconducibili a diverse zecche: Mirandola, Modena, Bologna, Ferrara, Firenze e Milano. Un insieme di materiali che racconta non solo la circolazione del denaro, ma anche la rete di rapporti economici e culturali che legava Mirandola ai territori vicini e ad aree più ampie, dalla Lombardia alla Toscana.

Il Palazzo Comunale torna così a parlare non soltanto come edificio simbolo della città, ma come deposito di memorie stratificate. Sotto le sue logge e nei suoi ambienti, il restauro post sisma ha riportato alla luce una Mirandola medievale fatta di grani carbonizzati, ceramiche d’uso, monete, botteghe e gesti quotidiani: tracce minute, ma essenziali, per comprendere la lunga continuità storica della comunità.

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