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12 Giugno 2026
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Diplosec 2026, alla Luiss il Mediterraneo torna al centro della sicurezza nazionale

(Adnkronos) - Il Mediterraneo non più come semplice scenario geografico, ma come asse della politica estera, della sicurezza nazionale, dell’economia del mare, delle infrastrutture critiche e della proiezione internazionale dell’Italia. È questo il filo conduttore del Luiss Diplomatic and Security Forum, Diplosec 2026, organizzato dal Center for International and Strategic Studies della Luiss e ospitato l’11 giugno al campus di viale Romania, a Roma. Adnkronos era media partner dell’iniziativa. 

Il Forum, giunto alla quarta edizione, ha riunito rappresentanti delle istituzioni, della Difesa, della diplomazia, del mondo accademico ed economico attorno a un’idea: nel nuovo disordine globale il Mediterraneo allargato è diventato una delle principali linee di frattura, ma anche una delle maggiori opportunità per l’Italia. Rotte energetiche e commerciali, sicurezza dei fondali, cavi sottomarini, infrastrutture portuali, migrazioni, competizione tra potenze, Africa, Medio Oriente, Golfo e Indo-Pacifico sono stati letti come parti dello stesso quadro. 

Ad aprire i lavori è stato Paolo Boccardelli, rettore della Luiss, che ha richiamato il ruolo dell’università come luogo di formazione della classe dirigente e come think tank per il Paese. Il Mediterraneo, ha spiegato, è oggi "un nuovo crocevia geopolitico globale", nel quale si intrecciano gli interessi e i destini di tre continenti. Non solo rischi e minacce, dunque, ma soprattutto opportunità. 

Su questo spazio insistono temi decisivi per la sicurezza e l’autonomia strategica italiana: energia, transizione ecologica, rotte migratorie, logistica, catene di approvvigionamento e digitale. Boccardelli ha ricordato la dipendenza europea e italiana dalle fonti energetiche esterne, in particolare dal gas, collegando il tema energetico alla competitività industriale. L’autonomia strategica, ha osservato, riguarda anche la capacità dell’Europa di continuare a produrre ricchezza e sostenere il proprio tessuto industriale. 

Nel Mediterraneo corre inoltre una fitta rete di cavi sottomarini in fibra ottica, infrastruttura essenziale per la connettività digitale e per la sicurezza dei dati. Per questo, ha sottolineato il rettore, il Mediterraneo è un punto essenziale per immaginare il futuro del Paese. 

Raffaele Marchetti, direttore del Center for International and Strategic Studies della Luiss e di Diplosec, ha collocato il Forum dentro una riflessione sulle "scelte strategiche nazionali". Diplosec, ha spiegato, nasce per offrire uno spazio di confronto tra istituzioni, settore privato ed esperti, guardando oltre le emergenze e ragionando sul medio-lungo periodo. 

Per Marchetti il primo nodo è identitario. Negli ultimi decenni, ha detto, l’Italia si è in parte dimenticata della propria identità mediterranea. Eppure la storia del Paese, da Roma alle repubbliche marinare, è stata segnata dalla capacità di leggere e sfruttare le opportunità del mare. La domanda, dunque, è politica e culturale: che cosa vuole essere l’Italia nel Mediterraneo? 

Il Mediterraneo presenta vulnerabilità evidenti, da Hormuz alla Libia, da Israele a Gaza e al Libano, ma impone anche una riflessione sulle alleanze. Marchetti ha invitato a considerare lo scenario di un possibile parziale disimpegno americano dal quadrante euromediterraneo e ha indicato nell’autonomia strategica europea il perimetro entro cui l’Italia dovrebbe ragionare, non per allontanarsi dagli Stati Uniti, ma per concentrarsi sui propri interessi nazionali. 

Nel suo intervento Marchetti ha anche richiamato uno studio di prefattibilità del Ciss per un tunnel tra Sicilia e Tunisia: un’opera da 140 chilometri e 300 metri di profondità, pensata come infrastruttura multiutility per merci, persone, dati ed energia, complementare al ponte sullo Stretto. Non un semplice progetto ingegneristico, ha spiegato, ma una risposta concreta alla domanda su quale ruolo l’Italia voglia avere nel Mediterraneo del futuro. L’obiettivo, nella sua lettura, è diventare il "campione mediterraneo dell’Europa", l’attore necessario per la proiezione meridionale dell’Unione. 

La dimensione militare e sistemica della sicurezza è stata al centro dell’intervento del generale Luciano Portolano, capo di Stato maggiore della Difesa. Portolano ha posto una domanda preliminare: quale concetto strategico di sicurezza ha l’Italia? Da lì, ha spiegato, dovrebbero discendere un piano strategico nazionale, le pianificazioni dei singoli dicasteri e una strategia militare coerente. 

Parlare di Mediterraneo strategico, per il capo di Stato maggiore della Difesa, significa parlare di geografia, proiezione internazionale, economia, rotte energetiche e commerciali, ma anche di protezione delle infrastrutture critiche. Portolano ha insistito sul concetto di Mediterraneo allargato: non solo il bacino mediterraneo in senso stretto, ma un’area che collega il sud dell’Europa al Nord Africa, al Sahel, al Corno d’Africa, al Mar Rosso e al Golfo Persico. 

Ciò che accade in spazi apparentemente lontani, ha osservato, incide direttamente sulla sicurezza italiana, sulla continuità degli approvvigionamenti, sulla protezione delle infrastrutture e sulla capacità dello Stato di garantire libertà, prosperità e coesione. 

Tre le dinamiche principali individuate dal generale: ipercompetizione, instabilità diffusa e accelerazione tecnologica. Nel nuovo contesto multipolare, potenze globali e attori regionali si confrontano in modo continuo, rapido e asimmetrico per il controllo di mercati, tecnologie e risorse. Le organizzazioni internazionali faticano a governare le crisi e le regole del diritto internazionale sono sotto pressione. 

Portolano ha richiamato la sovrapposizione tra strumenti tradizionali e nuove capacità: artiglieria, mezzi corazzati e vettori navali convivono con reti satellitari, droni, cyber, interferenze nello spettro elettromagnetico, manipolazione informativa, disinformazione e pressioni economiche. Strumenti spesso a basso costo, ma capaci di produrre effetti profondi: sfiducia, polarizzazione, disorientamento, ritardo decisionale, erosione della coesione interna. 

Il Mediterraneo, ha ricordato, è un’arteria del commercio mondiale e i suoi fondali ospitano gasdotti, elettrodotti e cavi in fibra ottica. Danneggiare quelle reti, ha sintetizzato, significa "spegnere intere economie". 

Da qui la necessità di superare una lettura compartimentata della sicurezza. Economia, sviluppo, dimensione civile e dimensione militare non possono più essere affrontati separatamente. La sicurezza nazionale deve diventare un presidio di resilienza e di tenuta complessiva del Paese, coinvolgendo università, industria, pubblica amministrazione, media e cittadini. 

Le Forze armate, ha spiegato Portolano, hanno avviato un processo di adattamento, con una strategia militare nazionale che individua nel Mediterraneo allargato l’area di gravitazione geografica dello strumento militare. Nel Mediterraneo allargato la Difesa italiana è impegnata in 30 missioni e operazioni, con oltre 5.200 militari, a fronte di circa 7.400 militari complessivamente impiegati fuori dal territorio nazionale. 

"La sicurezza nazionale non si esaurisce con la sola difesa fisica dei nostri confini", ha avvertito Portolano. Proteggere gli interessi italiani significa garantire stabilità regionale, preservare flussi energetici e dati, salvaguardare traffici marittimi, infrastrutture critiche, capacità produttive, processi decisionali e relazioni democratiche. La sfida, ha concluso, è sistemica: "O vinciamo insieme come sistema Paese o il rischio è di divenire irrilevanti". 

Angelino Alfano, presidente del Ciss Luiss ed ex ministro degli Esteri, ha guidato il dialogo con Antonio Tajani, vicepresidente del Consiglio e ministro degli Affari esteri e della cooperazione internazionale. Alfano ha definito il Mediterraneo un mare piccolo se paragonato agli oceani, ma decisivo nella storia del mondo: luogo di nascita delle tre religioni monoteiste, crocevia dei grandi flussi commerciali, teatro di guerre che hanno cambiato la storia e oggi insieme spazio di pace possibile ed epicentro di instabilità globale. 

Nel Mediterraneo, ha osservato, nascono sfide asimmetriche, migratorie e terroristiche, ma lì risiede anche una parte del futuro italiano. Alfano ha richiamato la dimensione del dialogo interreligioso, quella della sicurezza e quella della diplomazia economica, ricordando quanto l’export sia cruciale per il sistema italiano. Il Mediterraneo, nella sua lettura, è il luogo in cui l’Italia può essere più forte in Europa proprio perché capace di proiettarsi a sud. 

Tajani ha raccolto il ragionamento partendo da una formula netta: "Il Mediterraneo per noi non può non essere il passato, il presente, il futuro". L’Italia è immersa in un mare oggi travagliato da guerre, instabilità, crisi africane e mediorientali, flussi migratori e competizione tra potenze. L’obiettivo, ha spiegato, deve essere trasformarlo in una grande opportunità. 

Per il ministro, il Mediterraneo deve diventare un grande mare di commercio, attraverso il quale l’Europa si collega all’Africa. Grandi corridoi marittimi, reti transeuropee connesse alle reti transafricane, autostrade del mare, energia, elettricità, gas, petrolio e hub portuali sono parti della stessa strategia. 

Tajani ha insistito sulla necessità di porre il tema del fianco sud sia in sede europea sia in sede Nato. Non basta, ha detto, preoccuparsi del fronte orientale sottovalutando quello meridionale. In Africa si registrano la presenza crescente di Cina, Russia e Iran, la minaccia jihadista, crisi umanitarie come quella del Sudan, migrazioni e instabilità. 

In questo quadro il Mediterraneo si allunga fino all’Oceano Indiano, attraverso Suez e il Mar Rosso, e si collega al corridoio Imec tra India, Medio Oriente ed Europa, con Trieste indicata come possibile terminale logistico-commerciale. Le crisi in Libano, Gaza, Iran e nello stretto di Hormuz, ha osservato, incidono direttamente su energia, sicurezza alimentare e fertilizzanti. 

Il ministro ha collegato politica estera, diplomazia economica e presenza militare. La Marina nel Mar Rosso, ha spiegato, consente ai mercantili italiani di passare dal Mediterraneo a Suez e verso l’Asia. Attraverso quella rotta passa una parte essenziale del traffico marittimo commerciale italiano. Per questo anche la spesa per sicurezza e difesa va letta come protezione dell’export e dell’interesse nazionale. 

Le Forze armate, secondo Tajani, sono strumenti di politica estera e commerciale: dalla presenza nei Balcani a quella in Niger, dalla formazione delle guardie costiere nordafricane alla protezione di Cipro. Migrazione regolare, accordi con i Paesi di partenza e contrasto ai trafficanti di esseri umani fanno parte dello stesso approccio. 

Tajani ha indicato l’Italia come interlocutore privilegiato dell’Africa per l’Europa e per l’Occidente. "Quello che può fare l’Italia in questa parte del mondo non lo può fare nessun altro", ha detto, richiamando la percezione positiva degli italiani in Africa, Medio Oriente, Libano e Palestina. L’obiettivo è essere ponte tra Europa e Africa, costruendo joint venture sulle materie prime, trasformandole in loco, creando lavoro e rapporti non neocoloniali. 

Nella sessione dedicata al Mediterraneo come priorità strategica interna per l’Italia, Nello Musumeci, ministro per la Protezione civile e le politiche del mare, ha posto il tema culturale prima ancora di quello infrastrutturale. L’Italia, ha affermato, non è consapevole di essere un Paese marittimo. Secondo un sondaggio commissionato dal ministero all’Istituto Demopolis, oltre il 60% degli italiani considera l’Italia un Paese "terragno". Un paradosso, ha osservato, per una nazione con circa 8.000 chilometri di costa e una storia segnata da Roma, dalle repubbliche marinare e dai porti. 

Musumeci ha distinto tra città "col porto" e città "di porto". Nel primo caso il mare resta uno sfondo; nel secondo plasma cultura, economia e civiltà. L’obiettivo del governo, ha detto, deve essere trasformare le città col porto in città di porto. 

Oggi il Mediterraneo, secondo Musumeci, è un mare malato, segnato da inquinamento, reti abbandonate, plastica sui fondali, sversamenti, fiumi che scaricano sostanze inquinanti, surriscaldamento, specie aliene ed erosione costiera. L’Italia conta nel mondo, ha aggiunto, se riesce a darsi un ruolo da protagonista nel Mediterraneo. La centralità geografica non basta: deve diventare politica, economica e culturale. 

Da qui la riforma dei porti approvata dal governo e trasmessa al Parlamento, con l’obiettivo di definire una strategia unitaria nel rispetto delle specificità dei singoli scali. Senza strategia, ha avvertito, si rischia di avere porti che aspettano e non porti che agiscono. Competizione significa banchine elettrificate, digitalizzazione dei processi, sburocratizzazione, intermodalità e collegamenti con l’entroterra. 

Musumeci ha rivendicato il piano del mare come primo strumento italiano di programmazione e coordinamento dedicato al settore, con 18 obiettivi da raggiungere negli anni. Ha richiamato anche la necessità di sviluppare competenze professionali: l’economia del mare ha bisogno di migliaia di figure specializzate, e gli istituti tecnici dovrebbero integrare sempre di più percorsi legati alla blue economy. 

A chiudere il quadro sulla dimensione marittima e militare è stato l’ammiraglio Giuseppe Berutti Bergotto, capo di Stato maggiore della Marina. Per l’ammiraglio, parlare oggi di Mediterraneo o Mediterraneo allargato rischia di essere riduttivo: in un mondo interconnesso, una crisi anche piccola in qualsiasi parte del globo produce effetti quasi immediati ovunque. L’esempio è Hormuz: tensioni nello stretto significano aumento dei prezzi di petrolio, gas, fertilizzanti e prodotti alimentari. 

Berutti Bergotto ha ricordato che l’Italia importa dal mare gran parte di ciò che le serve e dei prodotti finiti. Se le vie di comunicazione non sono sicure e utilizzabili, il Paese ha un problema. Dopo la crisi nel Mar Rosso, il traffico da Suez si è ridotto sensibilmente, con effetti anche sui porti italiani. Qui entra in gioco la Marina, che per essere rilevante deve essere presente nelle aree necessarie alla difesa della strategia nazionale e deve essere connessa: con gli alleati, con i partner, con i sistemi tecnologici e con l’industria. 

Particolare attenzione è stata dedicata al dominio underwater. Per anni, ha osservato l’ammiraglio, la profondità è stata associata alla sicurezza. Oggi non è più così: anche a 3.000 metri possono operare attori statuali e non statuali, con tecnologie disponibili sul mercato e a costi relativamente bassi. Il Mediterraneo, inoltre, è un mare poco profondo: solo una parte limitata supera i 3.000 metri. Questo rende vulnerabili infrastrutture critiche collocate sui fondali, dai cavi elettrici e di telecomunicazione a oleodotti e gasdotti. 

Berutti Bergotto ha poi spostato l’attenzione dal mezzo tecnologico al fattore umano. Una Marina credibile, ha spiegato, non ha bisogno solo di piattaforme avanzate, ma di equipaggi addestrati, motivati e orientati a una missione. Le marine emergenti del Golfo e dell’Indo-Pacifico guardano alla Marina italiana non solo per i mezzi, ma anche per l’addestramento. Il personale, secondo l’ammiraglio, è ancora più importante di ieri: solo l’equipaggio trasforma una piattaforma in potenza operativa. 

Dalla Luiss emerge una lettura comune: il Mediterraneo non è una periferia, ma il centro della nuova sicurezza italiana. È spazio di crisi e di commercio, mare di guerre e di connettività, via dell’energia e dei dati, confine e ponte. Per l’Italia, il punto non è più soltanto essere geograficamente al centro del Mediterraneo, ma decidere se trasformare quella posizione in strategia. 

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