Allora AIMAG è tornata a essere un gioiellino di cui essere orgogliosi. E senza privatizzarla – L’EDITORIALE
Alla fine, la notizia è semplice. AIMAG è tornata a essere un gioiellino. Un gioiellino del territorio, dei Comuni, delle comunità, dei lavoratori e delle lavoratrici che ogni giorno la mandano avanti. E ci è tornata senza privatizzarla.
Non è un dettaglio. È il punto politico, industriale e persino culturale di tutta questa vicenda.
Per anni ci è stato raccontato, esplicitamente o sottovoce, che senza l’ingresso forte del privato, senza cedere il controllo, senza consegnare le chiavi a un grande player esterno, AIMAG non avrebbe avuto futuro. Ci è stato spiegato che il debito era troppo alto, che le sfide erano troppo grandi, che le gare sarebbero state troppo pesanti, che il mercato dell’energia era troppo competitivo, che le banche erano troppo nervose, che il territorio da solo non ce l’avrebbe fatta.
Poi sono arrivati i numeri.
Il margine operativo lordo è passato da 54 milioni a 84 milioni. Gli investimenti sono saliti da 37 a 53 milioni all’anno. Il debito è sceso da oltre 200 milioni a 140 milioni. Il rapporto tra posizione finanziaria netta ed Ebitda, che aveva superato quota 3,7, è sceso a 1,8. Gli istituti finanziari sono tornati a fidarsi. I dividendi tornano sul tavolo. I Comuni soci possono guardare ad AIMAG non più come a un problema da risolvere, ma come a un patrimonio che produce valore.
E tutto questo, appunto, senza privatizzarla.
Non significa che i problemi siano finiti. Sarebbe ingenuo dirlo. AIMAG dovrà affrontare gare pesantissime, a partire dal ciclo idrico. Dovrà misurarsi con operatori dell’energia enormemente più grandi. Dovrà continuare a investire sulle reti, sugli impianti, sulla riduzione delle perdite idriche, sulla qualità dei servizi. Dovrà trattenere competenze, attrarre giovani, innovare, digitalizzare, competere.
Ma oggi si può dire una cosa che fino a poco tempo fa sembrava quasi impronunciabile: AIMAG pubblica funziona. O, almeno, può funzionare benissimo se viene gestita con rigore, competenza, controlli, visione industriale e senso di responsabilità verso il territorio.
La conferenza stampa di Paola Ruggiero e Gianluca Valentini ha avuto un pregio: ha rimesso i fatti al centro. Non le suggestioni, non le paure, non i retroscena, non le narrazioni interessate. I fatti. E i fatti dicono che l’azienda ha attraversato tre anni durissimi, ha cambiato management, ha rafforzato i controlli, ha centralizzato processi che prima erano dispersi, ha rinegoziato il debito, ha rimesso ordine nella macchina, ha continuato a investire e ha mantenuto il radicamento territoriale.
La frase più bella è forse quella detta quasi di passaggio: “A noi stava di riportarla nella condizione di poter scegliere”. Ecco, questo è il cuore della questione. Perché un conto è scegliere il futuro di un’azienda quando si è con l’acqua alla gola. Un altro conto è farlo quando l’azienda è risanata, produce utili, investe, ha fiducia dalle banche, ha lavoratori motivati e può presentarsi ai soci con la schiena dritta.
La differenza è enorme.
Ora i sindaci e le sindache dei 21 Comuni soci hanno finalmente predisposto un Patto di Sindacato, dopo anni di vuoto e dopo le pesanti censure delle Corti dei Conti al tentativo di affidare a Hera il controllo esclusivo di AIMAG. Quel Patto deve garantire il controllo pubblico. Ma il controllo pubblico non è una formula magica. Non basta scriverlo in un documento. Bisogna esercitarlo. Bisogna esserne capaci. Bisogna assumersi la responsabilità di indirizzare, controllare, pretendere risultati, ma anche lasciare lavorare chi quei risultati deve produrli.
Se c’è una lezione in questa storia, è che pubblico non vuol dire debole. Pubblico non vuol dire inefficiente. Pubblico non vuol dire condannato a farsi comprare o guidare da qualcun altro. Pubblico può voler dire competenza, presidio del territorio, investimenti, servizi essenziali, dividendi ai Comuni, lavoro qualificato, controllo democratico.
Certo, bisogna volerlo. E bisogna esserne all’altezza.
Per questo il passaggio del 25 giugno non sarà una formalità. Sarà il momento in cui i soci dovranno dimostrare di avere capito che AIMAG non è solo una partecipata da amministrare. È un pezzo strategico del territorio. È acqua, energia, ambiente, reti, impianti, lavoro, competenze, servizi. È una leva pubblica dentro un mercato sempre più aggressivo.
E allora sì: AIMAG è tornata a essere un gioiellino di cui essere orgogliosi.
La vera domanda, adesso, è se la politica locale sarà capace di trattarla come tale.
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