È morta Sultana Razon, la vedova di Umberto Veronesi aveva 93 anni
(Adnkronos) - Sultana (Susy) Razon Veronesi, pediatra e vedova di Umberto Veronesi, è morta oggi a Milano, città in cui era nata nel 1932. Aveva 93 anni. Medico pediatra, ha esercitato la professione per quarant'anni a Milano presso gli ospedali Fatebenefratelli e San Carlo. Dalla lunga unione con Umberto Veronesi ha avuto sei figli.
Nata a Milano da genitori turchi, ebrei sefarditi, venuti in Italia nel 1930, da bambina subisce le leggi razziali e la deportazione insieme ai suoi familiari. Riesce a tornare e, con grandi sacrifici, riprendere gli studi. Racconterà di essere grata ai genitori (“ci hanno protetto moltissimo, perché ci hanno fatto studiare”) e di avere potuto studiare all’Università grazie alle esenzioni dalle tasse per merito.
La madre si ammala di tumore e in quel periodo difficile (“di giorno lavoravo e studiavo, di notte curavo mia mamma”) conosce Umberto Veronesi, un giovane e brillante medico, assistente volontario, che dopo qualche anno sarà suo marito e con il quale condividerà una famiglia numerosa e una grande passione per la medicina e la ricerca, sino alla scomparsa del professore avvenuta nel 2016.
La sua identità pubblica è rimasta per molti intrecciata a quella del celebre marito, ma ridurla a questo legame significherebbe trascurare la densità autonoma di un’esistenza che ha attraversato la persecuzione antisemita, la medicina ospedaliera del dopoguerra e la testimonianza civile della Shoah. Tuttavia, proprio da quella relazione - affettiva e intellettuale - ha preso forma una parte essenziale della sua storia adulta, familiare e culturale.
Nata a Milano da genitori ebrei sefarditi originari di Istanbul, Nissim e Regina Afnaim, Iarrivati in Italia nel 1930, Sultana Razon apparteneva a una generazione segnata precocemente dalla violenza della Storia. Bambina durante le leggi razziali, conobbe con i suoi familiari l’internamento nei campi fascisti e nazisti: Ferramonti, Taglio di Po, Fossoli, fino a Bergen-Belsen. Nell'aprile 1945 furono rilasciati insieme ad un centinaio di persone per uno scambio con prigionieri tedeschi detenuti in Turchia. Furono portati con un treno merci a Goteborg in Svezia e successivamente imbarcati per Istanbul. Tornarono a Milano nel gennaio 1946. Per lei quelle tragiche esperienze non avrebbero mai assunto la forma distante della “memoria storica”, ma quella concreta della sopravvivenza quotidiana. Dopo il ritorno a Milano nel dopoguerra, nel gennaio 1946, riprende gli studi con determinazione assoluta, sostenuta da una famiglia che, come avrebbe raccontato lei stessa, aveva fatto dell’istruzione una forma di resistenza. Si laurea in medicina nel 1958 e si specializza in pediatria nel 1960, entrando in una stagione in cui la sanità italiana si stava ricostruendo e modernizzando.
Vive da protagonista la costituzione dei primi reparti di pediatria negli ospedali milanesi Fatebenefratelli e San Carlo, il nuovo ospedale sorto in zona Baggio negli anni ‘60, con la firma fra gli altri dell’architetto Giò Ponti. Così in un’intervista televisiva la dottoressa Razon ricordava quegli anni di passione e di impegno: “Con una collega siamo andate nella strutture vuote del Fatebenefratelli e abbiamo messo in piedi il reparto di pediatria. È stata durissima, per 10 anni ho avuto sei figli e non ho mai smesso di andare in ospedale, tornavo a casa per allattarli e spesso li portavo con me in reparto. Così ho potuto dedicarmi al mio lavoro, che non ho mai lasciato per oltre 40 anni”. In quegli anni, “fare pediatria” significava spesso costruirla: organizzare reparti, formare équipe, inventare procedure. Il suo lavoro si svolge per oltre quarant’anni in un equilibrio costante tra corsia e famiglia, tra sei figli e un impegno ospedaliero continuo.
Il suo incontro con Umberto Veronesi avviene negli anni della formazione medica e segna l’inizio di un legame lungo e complesso, che diventerà matrimonio nel 1961 e famiglia numerosa. Insieme condividono la vita privata e una comune idea di medicina come responsabilità culturale oltre che scientifica, pur restando percorsi distinti: lui destinato a diventare una delle figure centrali dell’oncologia mondiale, lei pediatra e protagonista della costruzione della sanità ospedaliera milanese.
Nel corso della sua vita, Sultana Razon Veronesi ha affrontato anche due diagnosi oncologiche, al seno e all’utero, esperienza che ha ulteriormente consolidato il suo sguardo sulla medicina come spazio umano prima ancora che tecnico. La malattia, nella sua biografia, non è mai stata separazione dal lavoro, ma un suo prolungamento esistenziale.
Negli anni successivi, la sua voce si è fatta anche voce pubblica di testimonianza. A lungo silenziosa sulle proprie vicende di deportata — per proteggere i figli e per un pudore profondissimo — ha poi scelto di raccontare l’esperienza della Shoah, diventando testimone attiva nelle scuole e nei contesti civili. Non come esercizio commemorativo, ma come atto di contrasto al negazionismo e alla rimozione.
Nel 2013 pubblica l’autobiografia "Il cuore, se potesse pensare. Una storia d’amore, ricerca e battaglie" (Rizzoli), in cui intreccia memoria familiare, esperienza medica e riflessione etica. Negli stessi anni interviene nel dibattito pubblico, anche in tema di vaccinazioni pediatriche, richiamando l’attenzione sulla prevenzione come responsabilità collettiva a partire da casi clinici vissuti in prima persona.
Negli stessi anni decide anche di interrompere il silenzio sulla terribile esperienza di sopravvissuta alla Shoah. Dopo aver scelto, come molti, di non parlare dapprima per il timore di non essere creduta e poi per non turbare la serenità dei figli, Sultana Razon diventa una lucida e attiva testimone raccontando gli internamenti nei campi fascisti di Ferramonti, Taglio di Po, Fossoli e infine Bergen Belsen, il lager dove morì, fra i tanti altri, Anna Frank. Testimoniare, diceva, è "la risposta alla follia negazionista". Nel 2018 decide di intervenire nell’acceso dibattito sull’obbligo vaccinale per i bambini con un editoriale sul Magazine Fondazione Veronesi, in cui raccontava il caso di una sua piccola paziente, una bimba colpita da difterite che si sarebbe potuta evitare con il vaccino, e invita a non abbassare la guardia di fronte alle malattie infettive.
Nel 2019 il Comune di Milano le ha conferito l’Ambrogino d’Oro, la massima onoreficenza cittadina, per il suo impegno di pediatra e come testimone della Shoah nelle scuole e con i ragazzi. Alla Fondazione Umberto Veronesi Sultana Razon ha dedicato anni di impegno all'interno del Consiglio di Amministrazione, seguendo i progetti di ricerca scientifica e di raccolta fondi, in particolare per la ricerca sui tumori infantili, in continuità ideale con la storia familiare e professionale condivisa con il marito. (di Paolo Martini)
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