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05 Novembre 2026
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Il Lions Club Mirandola conferisce all’arcivescovo Castellucci il “Melvin Jones Fellowship”, massima onorificenza lionistica

MEDOLLA - Il Lions Club Mirandola ha realizzato nella serata di lunedì 8 giugno, presso l’Hotel La Cantina di Medolla, un sogno accarezzato da tempo, quello di insignire S.E. Mons. Erio Castellucci, arcivescovo-abate di Modena-Nonantola e vescovo di Carpi, del Melvin Jones Fellowship (MJF), massima onorificenza lionistica, intitolata al fondatore della Lions Clubs International Foundation, che ebbe la visione di un mondo in cui l’individuo mette le proprie capacità al servizio della comunità. Ricevere questa onorificenza, come ha sottolineato il socio Lions Nunzio Borelli nella sua accorata “laudatio” di mons. Castellucci, significa entrare a far parte di un albo d’onore mondiale, composto da persone che hanno lasciato un’impronta indelebile nel tessuto sociale e umanitario. Consegnare questo riconoscimento a Mons. Castellucci ha per il Club un significato che va oltre il protocollo, poiché riconosce in lui non solo una guida spirituale, ma un testimone instancabile di carità operosa.

Enzo Ragazzi, presidente del Club, ha sottolineato che con la sua capacità di ascolto, dimostrazione plastica del motto dei Lions "We Serve" (Noi serviamo), Mons. Castellucci ha saputo trasformare la sua missione pastorale in un impegno sociale concreto, diventando punto di riferimento per chiunque cerchi non solo parole di conforto, ma braccia tese verso il prossimo. Dopo aver ricevuto con emozione dalle mani di Enzo Ragazzi l’onorificenza MJF e aver ringraziato il Lions Club Mirandola, Mons. Castellucci ha proposto una riflessione dal sorprendente titolo “San Francesco, imprenditore”. Di San Francesco quest’anno ricorre l’ottocentesimo anniversario della morte terrena e di lui si può tracciare un legame fra la sua scelta di povertà e la sua concezione dell’uomo di fronte ai beni terreni, al punto che egli può essere considerato l’ispiratore dell’economia sociale, o economia di fraternità che vede nell'imprenditoria un grande dono alla società, in quanto mette la ricchezza dell'imprenditore al servizio di tutti. Quindi San Francesco e l’impresa sembrano due entità inconciliabili, ma non è affatto così. Ripercorrendone le tappe della vita, si può comprendere ciò. Francesco, nato col nome di Giovanni ad Assisi nel 1181, o 1182, in una ricca famiglia di mercanti, era predestinato a diventare un imprenditore. Già cavaliere verso i 17-18 anni, aveva combattuto alcune battaglie tra città vicine. Era rimasto ferito e prigioniero in quella tra Assisi e Perugia. Aveva anche una vita bella: era chiamato il re delle feste. Evidentemente sapeva parlare, suscitare interesse, era un uomo galante. Dunque, tutto pendeva a suo favore per diventare un giovane imprenditore, ma c’era un problema: era infelice. Sentiva che sia le battaglie, sia il clima gaudente delle feste assisane lo lasciavano insoddisfatto. E’ in questo momento che Francesco comincia a vacillare e a mettere in crisi il suo tipo di vita. Vengono i primi segni di cesura con la sua esistenza precedente. Ci sono gli episodi delle monete raccolte nella casa del padre, di cui fa un gruzzolo per gettarle nella chiesetta diroccata di San Damiano, dell’incontro col lebbroso, in cui scende da cavallo, per abbracciarlo e baciarlo, compiendo così un gesto totalmente disdicevole secondo i canoni del tempo, e del Crocifisso di San Damiano che gli parla, dicendogli: “Francesco va e ripara la mia casa, perché è in rovina”, ma lui è ormai in piena crisi vocazionale.

Vuole dare un ulteriore segnale forte a suo padre e alla sua famiglia: si spoglia completamente di tutti i vestiti, lasciandoli al genitore e dicendo: "D'ora in poi non dirò più: "Padre mio, Pietro di Bernardone, ma dirò: Padre nostro che sei nei cieli". Si rifugia a vivere alla Porziuncola, fuori città, dove costruisce una tenda. Il padre lo va a cercare, lo manda a prendere, lo fa picchiare, lo mette in cantina per qualche giorno per vedere se lui ritorna in sé, ma inutilmente, il travaglio interiore non concede pace al giovane. Cerca altri lebbrosi, va incontro ai poveri, si veste con dei cenci che gli formano addosso un saio di materiale poverissimo. Comincia a girare per il paese da solo. Sembra diventato pazzo.“Pazzus” era chiamato dagli altri in un latino forse maccheronico (scriverà così lui stesso). Si autoproclamerà anche “simplex idiota”, nel senso di persona semplice e non colta, anche se è noto che Francesco parlava l’italiano volgare (si ricordi il Cantico delle Creature, scritto da lui), il francese (imparato dalla madre) e masticava un po' di latino. Fra il 1205 e il 1207 fa una grande opera di scavo interiore, non capisce ancora a cosa è chiamato, capisce solo cosa deve lasciare. A chi gli dice di farsi monaco risponde "Il Signore non mi chiama a questo. Io vorrei non avere proprio nulla e non vorrei abitare in un monastero fuori dai paesi, dai villaggi, dalle città, come i monaci. Vorrei stare in tende o capanne dentro la città e non vorrei dedicare la mia vita alla contemplazione e al lavoro, come loro, ma alla predicazione”. Era, però, una forma di vita che non esisteva ancora. Quando, però, cominciano ad arrivare dei fratelli, attorno al 1207, capisce che bisogna creare una comunità diversa da quella dei monaci dove l’abate (ossia il responsabile) ha in mano tutto e il valore fondamentale è l'obbedienza: la vuole invece di uomini uguali, di fratres.

Dunque, la parola chiave diventa fratello. E chi viene eletto superiore, viene chiamato ministro, da minus, e resta in carica solo per un tempo limitato (non a vita come l’abate), dopodichè ritorna frate semplice: non ci deve essere una gerarchia dentro l'ordine. Tutti sono “fratres”. Francesco non vuole neppure la proprietà comune. Deve lottare parecchio per mantenere la purezza della sua intuizione che intende mettere il necessario a disposizione dei poveri, ispirandosi alla forma di vita che i discepoli avevano con Gesù prima della Pasqua, cioè camminare, predicare, vivere la povertà, non avere un tetto sotto cui riposarsi. Questa è la chiamata riservata a coloro che danno testimonianza del primato di Cristo. Non ce l'ha coi beni, ma con l'avarizia. Francesco non
cade nella visione dei Catari, dichiarati eretici dalla Chiesa, che ritenevano opera del diavolo tutto ciò che è materiale, e non disprezza le cose. Prova ne sia che sul letto di morte chiede che gli vengano portati dei mostaccioli, dolci che evidentemente gli piacevano molto. Lui vuole prendere le distanze dall'avarizia e probabilmente questo è un retaggio dell'esperienza vissuta in famiglia. Pare che suo padre, oltre che molto ricco, fosse anche molto avido di denaro. Francesco scrive che l’episodio del Vangelo che lo ha colpito di più è l’incontro di Gesù col giovane ricco che osserva i comandamenti e che gli chiede cosa deve fare per guadagnare la vita eterna. Gesù gli risponde: “Va’, vendi tutto e dallo ai poveri, poi vieni e seguimi”. Gesù non dice di buttare via i beni, dice di condividerli e prende le distanze da chi li tiene solo per sé. A volte, anche oggigiorno, il tema della ricchezza viene impostato in termini troppo idealistici. Certamente, come diceva Francesco, alcuni sono chiamati a farsi poveri anche in modo radicale, per testimoniare che il grande tesoro è Dio, ma per tutti l'essenzialità sta nella condivisione con il prossimo di ciò che si ha. Questo è l’insegnamento di “San Francesco, imprenditore” ed è anche ciò che serve ora per ridurre le differenze crescenti fra le classi sociali del mondo attuale.

Da sx: Nunzio Borelli, S.E. Mons. Erio Castellucci e Enzo Ragazzi

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