Arresto cardiaco nello sport: “Nei giovani spesso non è infarto, ma una cardiopatia nascosta”
Come si protegge il cuore prima che compaiano i problemi? Quali sintomi devono preoccuparci davvero? Quando una tachicardia è solo ansia e quando, invece, serve un controllo? Da queste domande nasce la nuova rubrica dedicata alla prevenzione cardiovascolare, realizzata in collaborazione con lo Studio Medico Marzia Lugli di San Felice sul Panaro, dove riceve anche il dottor Valerio Siena. In ogni puntata il cardiologo, dirigente medico dell’AUSL di Ferrara, accompagnerà i lettori tra dubbi, falsi miti e consigli pratici per conoscere meglio il cuore, ridurre i fattori di rischio e capire quando è il momento di rivolgersi al medico. Perché, come sostiene il dottor Siena, “Il cuore ha sempre la priorità!”
Quando un giovane atleta si accascia durante una partita o un allenamento, la parola che circola più rapidamente è spesso “infarto”. Ma non sempre è corretto. Nei giovani, spiega il dottor Valerio Siena, cardiologo e dirigente medico dell’AUSL di Ferrara, molti casi di arresto cardiaco non sono legati all’infarto, ma a cardiopatie congenite o alterazioni del muscolo cardiaco non riconosciute.
Si parla di morte cardiaca improvvisa in età giovanile. È un evento raro, ma noto da tempo alla cardiologia. Non è un fenomeno nato negli ultimi anni, né un aumento improvviso da attribuire con leggerezza a cause non dimostrate. “I dati ci dicono che siamo rimasti sostanzialmente stabili”, osserva Siena.
In molti casi, il problema è una cardiopatia che espone ad aritmie pericolose. Il cuore ha aree alterate, circuiti elettrici anomali, condizioni che possono favorire un’aritmia grave e portare all’arresto cardiaco. Per questo la visita di idoneità sportiva, soprattutto nell’attività agonistica, non è una formalità burocratica: serve a intercettare situazioni potenzialmente rischiose.
Infarto e arresto cardiaco, inoltre, non sono sinonimi. L’infarto è la sofferenza o morte di una parte del muscolo cardiaco per mancanza di ossigeno, di solito a causa della chiusura di una coronaria. L’arresto cardiaco è invece il momento in cui il cuore smette di pompare in modo efficace. Un infarto può complicarsi con un arresto cardiaco, ma un arresto cardiaco può avvenire anche per altre cause, come alcune aritmie.
Qui entra in gioco il defibrillatore. Il DAE, defibrillatore automatico esterno, può riconoscere alcune aritmie gravi e, quando indicato, erogare una scarica per tentare di ripristinare il ritmo corretto. Il massaggio cardiaco è il ponte fondamentale prima dell’arrivo o dell’utilizzo del defibrillatore: comprimendo il torace, si cerca di mantenere un minimo di flusso di sangue verso organi vitali.
Il tempo è decisivo. Per questo la presenza dei DAE nei luoghi pubblici, negli impianti sportivi e nelle scuole è un elemento di sicurezza. Ma la macchina da sola non basta: serve anche formazione. “Bisognerebbe avere un’educazione su larga scala, a scuola per esempio”, sottolinea Siena. L’uso del DAE è guidato dallo strumento stesso, ma sapere cosa fare nei primi minuti può cambiare l’esito di un’emergenza.
Il caso più noto degli ultimi anni è quello del calciatore danese Christian Eriksen, colpito da arresto cardiaco in campo. Siena precisa un punto importante: non si trattò di infarto, ma di una cardiopatia con rischio di aritmie. A Eriksen fu impiantato un defibrillatore interno, un dispositivo capace di riconoscere eventuali future aritmie e intervenire dall’interno con una scarica.
Da qui nasce anche il dibattito sull’attività sportiva agonistica. In Italia la normativa è molto severa e mette al centro la tutela della salute dello sportivo: con determinate patologie non si può praticare attività agonistica. In altri Paesi, come Inghilterra o Stati Uniti, l’approccio può essere diverso e lasciare più spazio alla scelta individuale dell’atleta, anche quando il rischio è noto.
Per Siena, però, il tema non è solo personale. Quando un atleta torna in campo con una patologia importante, entra in gioco anche il messaggio pubblico: il rischio di normalizzare condizioni che invece richiedono prudenza.
La conclusione è semplice: lo sport fa bene, ma il cuore viene prima. Controlli seri, certificazioni corrette, DAE disponibili e persone formate al primo soccorso sono parte integrante della prevenzione. Anche nei giovani. Anche quando sembrano sani. Anche quando corrono più forte di tutti.

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