Restauro da 2,8 milioni per la Pieve di Quarantoli. Ma resta il nodo del riscaldamento inefficiente
Ci sono voluti più di 14 anni, ma sembra che questa volta ci siamo. La sera di giovedì 23 luglio si è tenuto un incontro organizzato dalla Diocesi di Carpi e dalla Parrocchia per mostrare ai cittadini il progetto di consolidamento e miglioramento sismico della Pieve della Madonna della Neve di Quarantoli. L’iniziativa si è tenuta presso la Sala della Comunità, proprio accanto alle rovine puntellate della chiesa. Più di 50 persone hanno ascoltato l’esposizione della direttrice dell’Ufficio Patrimonio della Diocesi Sandra Losi, del Responsabile Unico del Progetto Isabella Colarusso e dell’ingegnere Rita Parisoli. Presenti anche il parroco Don Flavio Segalina e l’architetto Angelo Dallasta, incaricato del progetto e della direzione lavori insieme ai professionisti dello studio di Paolo Delmonte e Rita Parisoli.
Perché c'è voluto tanto?
L’introduzione di Sandra Losi in pratica serviva a giustificare questa lunga attesa. Gli ultimi 14 anni sono stati segnati da opere di messa in sicurezza della Pieve, ricerca del RUP e dei tecnici per l’affidamento del progetto, analisi conoscitive, verifiche di fattibilità e richieste di integrazioni. Aggiungiamo il parere della Soprintendenza, fantasma che si aggira quasi sempre intorno alle chiese. A complicare le cose, il fatto che negli anni il Responsabile Unico è cambiato: la situazione si è sbloccata quando nel 2024 il ruolo è stato assunto da Isabella Colarusso. A febbraio 2026 il parere positivo della commissione congiunta sul progetto ha dato il via alla fase che precede l’apertura del cantiere. L’esito della gara per l’affidamento dei lavori ha individuato Montanari Costruzioni e Barbiroli Srl come aziende esecutrici. Oggi sono in atto le verifiche per assicurarsi che le ditte siano in regola. Se non ci sono colpi di scena, il cantiere dovrebbe partire entro ottobre.
Gli aspetti più importanti
Sono due i principi che guidano l’intera operazione di restauro: al primo posto c’è la sicurezza, al secondo il recupero delle caratteristiche estetiche che la struttura aveva prima del sisma, ovviamente quando questo recupero sia possibile. Come prima cosa si interverrà sulle murature ricostruendole, riempiendo i vuoti nei nuclei con iniezioni di malte prive di componenti salini. Poi si uniranno le murature con giunti e connessioni metalliche (sistema reticolatus). “Immaginate che la Pieve sia un paziente da operare – spiega Sandra Losi – Prima abbiamo studiato il fabbricato, individuato i danni effettuando una ‘diagnosi’, poi abbiamo studiato il modo di risolvere tutti questi problemi. Ora ci prepariamo a operare”.
Cosa cambierà
Due gli elementi che alla fine dei lavori appariranno diversi rispetto al periodo precedente al terremoto: la scala a chiocciola e le arcate della cappella battesimale. Le colonne che reggono queste arcate sono troppo esili, quindi sarà installata una seconda arcata sorretta da 4 colonnine sotto ognuna di esse. Insomma, come è stato detto, giusto recuperare il più possibile l’aspetto che la Pieve aveva prima del terremoto, ma la sicurezza ha la priorità su tutto. L’intervento avrà un costo di 2.842.947 euro complessivi, di cui più di 2.700.000 euro finanziati dalla Regione Emilia-Romagna. I restanti 142.600 circa provengono da un fondo integrativo per coprire varianti e imprevisti. La Diocesi prevede che i lavori dureranno due anni e che sarà possibile organizzare visite guidate nel cantiere per mostrare alla cittadinanza l’avanzamento degli interventi.
Non solo la Pieve: ecco gli altri progetti in partenza
Il problema del riscaldamento
Piccola polemica durante la serata in merito al riscaldamento. Non è stato possibile effettuare rilevamenti geo radar, perché non erano coperti dai fondi per la ricostruzione. I tecnici hanno già detto che il riscaldamento a pavimento non verrà realizzato – peraltro avrebbe dei costi molto elevati, secondo Losi. Sarà dunque ripristinato l’impianto che c’era prima del terremoto. Problema: l’impianto precedente, come ricordato dal Parroco, non era funzionale. La chiesa era fredda. “Ha senso spendere soldi per ripristinare qualcosa che non funzionava? – osserva Don Flavio Segalina – Piuttosto risparmiamo quei soldi e spendiamoli per altro. Capisco i vincoli, ma credo che in queste operazioni bisognerebbe ascoltare di più i parroci, che conoscono le necessità del territorio. Su questo vi assicuro che, nei prossimi mesi, io non starò zitto”.
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