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07 Novembre 2026
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Coronavirus, l’Università di Modena stima: “Immunità già vicina a quella di gregge”

Uno studio condotto da ricercatori Unimore ha indagato sulle correlazioni tra prima e seconda ondata della diffusione della pandemia da SARS-CoV-2 pervenendo alla conclusione che, oltre i 500 casi per centomila abitanti, la seconda ondata ha evidenziato un andamento chiaramente inverso, risultando tanto più attenuata quanto più forte era stata l’intensità della prima ondata. Lo studio, cui hanno collaborato anche studiosi stranieri, è stato pubblicato sulla prestigiosa rivista scientifica internazionale Environmental Research. Tra le spiegazioni più probabili di questa singolarità il fatto che nel corso della prima ondata si sia stabilita un’immunità non così lontana da quella cosiddetta ‘di gregge’, oppure che essa abbia colpito i cosiddetti “superdiffusori”, gli individui maggiormente responsabili della trasmissione dell’epidemia. Hanno firmato lo studio il Professor Marco Vinceti e il Dottor Tommaso Filippini di Unimore, che si sono avvalsi della collaborazione del Prof. Nicola Orsini dell’Università di Stoccolma, del Prof. Kenneth Rothman della Boston University e della laureanda in Medicina presso Unimore Silvia Di Federico. Le aree del Paese che hanno più sofferto le conseguenze della diffusione della prima ondata pandemica sono parse decisamente più al riparo nella seconda. L’osservazione nasce e viene spiegata attraverso uno studio degli igienisti del Dipartimento di Scienze Biomediche, Metaboliche e Neuroscienze (DSBMN) di Unimore nell’ambito di una collaborazione internazionale, promossa da Unimore stessa. Lo studio è stato ripreso e pubblicato in questi giorni sulla prestigiosa rivista internazionale Environmental Research. Ne sono autori il Prof. Marco Vinceti e il Dott. Tommaso Filippini, medici igienisti ed epidemiologi della Sezione di Sanità Pubblica del DSBMN, che hanno scaricato l’intero patrimonio nazionale di dati di incidenza dell’infezione da SARS-CoV-2 specifico per province, liberamente disponibile presso la Protezione Civile italiana. Ne è scaturito un database contenente l’incidenza per popolazione provinciale nei periodi febbraio-maggio e settembre-ottobre 2020, tenendo altresì conto di indicatori socio-demografici tra cui l’indice di vecchiaia, la proporzione di famiglie mononucleari, e la mobilità dei residenti. Si tratta certamente della prima rigorosa analisi delle relazioni tra prima e seconda ondata Covid-19 in Italia e dei legami epidemiologico-statistici tra di esse. “Non pochi commentatori e mezzi di comunicazione – spiega il Professor Marco Vinceti di Unimore – hanno osservato in questi ultimi mesi, cioè nel corso della cosiddetta seconda e terza ondata del Covid-19 nel nostro Paese, come aree duramente colpite dalla prima drammatica ondata della pandemia nella primavera 2020, quali le province di Lodi, Bergamo e Piacenza, fossero relativamente poco toccate dalla successiva recrudescenza dell’infezione da SARS-CoV-2. La ragione di questo esito non è tuttavia chiara e, soprattutto, mancava un’analisi sistematica di questo fenomeno, cioè delle relazioni tra intensità della prima e della seconda ondata, applicate all’intero territorio nazionale”. Sulla base di una procedura statistica specificamente sviluppata per questo studio dal Prof. Nicola Orsini dell’Istituto Karolinska di Stoccolma e dal Dott. Filippini di Unimore, è stato possibile effettuare un confronto tra le due ondate del Covid-19 in Italia. I risultati ottenuti, relativi all’intero territorio nazionale suddiviso su base provinciale, hanno permesso di osservare una correlazione diretta tra le due ondate sino ad una incidenza nella prima ondata di circa 500 casi/100.000 residenti. Oltre tale incidenza, la seconda ondata ha invece evidenziato un andamento chiaramente inverso, risultando tanto più attenuata quanto più forte era stata l’intensità della prima ondata. L’interpretazione di questi risultati, secondo gli autori, ha lasciato aperte tre ipotesi: 1) che nel corso della prima ondata si sia stabilita un’immunità non così lontana da quella cosiddetta ‘di gregge’ (almeno 50-70% della popolazione, per questa infezione), nonostante i livelli di sieroprevalenza anticorpale dell’indagine nazionale Istat evidenziassero tassi di immunità umorale assai più bassi e comunque non superiori al 5-10% anche nelle aree più fortemente colpite, forse a causa di una immunità specifica cellulare oppure ‘crociata’ con altri coronavirus; 2) la prima ondata abbia selettivamente colpito i cosiddetti “superdiffusori” (superspreaders), cioè gli individui maggiormente responsabili della trasmissione dell’epidemia, limitandone quindi tale ruolo nel corso della seconda ondata a causa di una loro pregressa immunizzazione post-infezione; 3) che nelle province più colpite siano state adottate, da parte della popolazione, misure precauzionali più accentuate rispetto agli altri contesti geografici. “Sulla base degli elementi disponibili, tale ultima ipotesi – è convinzione degli autori - è stata però considerata poco plausibile”. Allo studio hanno collaborato, oltre al Prof. Nicola Orsini, biostatistico italiano docente a Stoccolma, anche il Prof. Kenneth Rothman, epidemiologo statunitense della Boston University, e Silvia Di Federico, studentessa carpigiana laureanda in Medicina e Chirurgia. Lo studio è stato reso possibile anche grazie al contributo della Fondazione Cassa di Risparmio di Modena, tramite il finanziamento del Fondo d’Ateneo per la Ricerca-FAR Interdisciplinare. Commentando il lavoro il Prof. Marco Vinceti ha affermato: “È stato uno studio tanto rapido nel suo disegno e nella sua realizzazione quanto per noi importante. Desideravamo infatti cercare di ‘leggere’ in tempo reale l’andamento dell’epidemia nelle sue ondate successive alla prima, e capire tempestivamente sulla base di tali tendenze epidemiologiche quali fossero i fattori in grado di predire ma soprattutto di prevenire il verificarsi di nuove ondate. Credo che sia adesso importante cercare di capire se siano motivazioni di ordine immunologico o più strettamente epidemiologico quelle che stanno alla base della correlazione inversa tra le due ondate che abbiamo riscontrato. Il nostro studio conferma inoltre l’importanza della disponibilità di dati cosiddetti open access, quali quelli che abbiamo potuto reperire e scaricare dal sito della Protezione Civile e dell’Istat, per la realizzazione di studi di epidemiologia ambientale di diretta rilevanza per la sanità pubblica. Sono infine grato a questa bella collaborazione internazionale stabilitasi nel corso di questi mesi sull’epidemiologia del Covid-19 tra Unimore, Istituto Karolinska e Boston University, arricchita in questa occasione dal contributo di una nostra laureanda in Medicina”. Il Dottor Tommaso Filippini, dal canto suo, ha aggiunto “Essere riusciti a studiare più in dettaglio l’andamento e la correlazione delle prime due ondate di questa pandemia è sicuramente un valore aggiunto dal punto di vista di Sanità Pubblica. Infatti, una maggiore comprensione delle dinamiche epidemiche, assieme allo studio di altri determinanti come i fattori ambientali e meteoclimatici e le caratteristiche della popolazione colpita, potranno permettere, in un’ottica predittiva, di avere una maggiore consapevolezza su quello che ci potremo attendere riguardo l’andamento di future epidemie su scala globale. Ciò anche al fine di organizzare la risposta dei servizi sanitari in modo più rapido ed efficiente nel tentativo di minimizzare gli effetti negativi nella popolazione, specialmente per le categorie più fragili come anziani e portatori di patologie croniche”.

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