Giornata contro l’omofobia, gli psicologi: “Attenzione all’omofobia interiorizzata”
Depressione, ansia, esclusione sociale. Quando si parla di omofobia, spesso ci si dimentica di parlare di “omofobia interiorizzata”. Cioè delle conseguenze psicologiche che una società non accogliente può determinare a lungo andare su omosessuali, lesbiche, bisessuali, transessuali e su tutti coloro che non hanno un orientamento eterosessuale. I quali, proprio perché sentono di vivere in un mondo che esclude o che non accoglie totalmente, vivono forme di stress importanti che possono evolvere in vere e proprie patologie.
Nella Giornata Internazionale contro l'omofobia, la bifobia e la transfobia, l'Ordine degli Psicologi dell'Emilia-Romagna punta l'attenzione su chi ogni giorno vive situazioni di discriminazione sul lavoro, sull'accesso ai servizi sanitari e in altri contesti sociali assumendo atteggiamenti autoaccusatori, mettendo in atto pratiche autolesive o addirittura, nei casi più gravi, arrivando al suicidio.
«Affrontare queste tematiche è fondamentale per tutti e anche per noi psicologhe e psicologi e per questo l'Ordine si impegna a promuovere una formazione continua e specifica per gli iscritti e le iscritte che operano in molteplici contesti di intervento e di ricerca», spiega Carmelina Fierro, coordinatrice della Commissione Pari Opportunità OPER che nei giorni scorsi ha organizzato un incontro formativo proprio sulla psicologia di genere. «I professionisti sanitari – continua - devono essere in grado di affrontare percorsi terapeutici non 'curando' ma sostenendo le persone nell'espressione della loro diversità».
Nello specifico, l'omofobia interiorizzata, dove “omofobia” è un termine ombrello che racchiude ogni avversione per persone non eterosessuali, «è un meccanismo psicologico di introiezione da parte delle stesse persone LGBT+ di pregiudizi, pensieri, atteggiamenti e sentimenti negativi di istanze sociali vicine e lontane di esclusione, discriminazione, dimenticanza e di non riconoscimento di diritti paritetici», ha spiegato la psicologa e psicoterapeuta Fulvia Signani, docente di sociologia di genere all'università di Ferrara che è intervenuta all'incontro. Tale meccanismo, ha spiegato Signani, porta a diventare ipersensibili e a vivere il senso dell’essere “minoranza discriminata”. La persona, più o meno consapevolmente, arriva a colpevolizzare se stessa per le proprie caratteristiche riferite a sesso, genere e orientamento sessuale. Le può risultare difficile, se non adeguatamente aiutata, a trovare un posto sereno nel mondo, con il rischio di arrivare a comportamenti autolesivi anche gravi.
«La grande conquista della depatologizzazione delle identità e orientamenti non binari (o uomo, o donna, ndr), configura una società postmoderna che non deve 'curare' ma accompagnare clinicamente certe situazioni – ha detto Signani -. Ricerche dimostrano inoltre che nei contesti in cui vengono approvate leggi inclusive, diminuiscono i tentativi e i suicidi di persone con identità non binarie».
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