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06 Novembre 2026
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Cavezzo, Katia Motta : “Essere donna e manager? Una bella sfida da affrontare ogni giorno”

CAVEZZO - Il nuovo ‘Rapporto donne Manageritalia 2020’ dice che: dal 2008 al 2019 le donne dirigenti del settore privato sono aumentate del 49% (+5% nel 2019) e oggi sono il 32% tra le under 35. Il terziario il settore più rosa.
Katia è una di quelle persone che ha capito che per cambiare le cose prima di tutto bisogna cambiare se stessi in modo continuativo. Ed è proprio il suo sano atteggiamento che l’ha portata a diventare amministratore delegato di una ditta per la quale stava svolgendo una consulenza.
Perché per te imparare è un piacere, è corretto?
“Certamente: non c’è titolo accademico che sforni persone già pronte per affrontare le sfide che il mondo del lavoro pone oggi. Se analizziamo anche solo l’ultimo biennio 2020/2021 non avremmo mai potuto prevedere né la pandemia, né le mille incredibili conseguenze della sua gestione sul mondo economico. Il reinventarsi e il creare soluzioni pronte a problemi nuovi è un’arte che richiede prontezza di spirito e capacità di adattamento”
Da consulente ad amministratore delegato, un cambiamento non indifferente. Raccontaci com'è andata.
“Sono diventata consulente perché ad un certo punto, mi sono accorta di non rientrare più nei canoni dei selezionatori. A 35 anni avevo lavorato in un solo settore tipicamente maschile – la metalmeccanica – nel quale entrare e rimanere se sei donna non è facile. Per altri settori, venivo sempre valutata dietro a chi aveva già esperienza specifica. Decisi che quanto potevo dare alle aziende lo avrei reso disponibile in un modo più diretto. Ho lavorato per una decina d’anni in tutto come consulente in strategia commerciale per le PMI e come formatore presso diversi enti regionali. Mi è servito per imparare a metterci la faccia, acquisire nuove competenze e contatti, imparare a prendermi cura direttamente della mia professione e dei suoi risultati. Nel 2018 è arrivata una chiamata dal mio settore di provenienza per una consulenza commerciale. La proprietà dell’azienda è straniera e ci ha messo poco tempo a capire, andando ben oltre alle mie aspettative, che potevo dare di più. Mi hanno proposto dopo poco più di un anno di prendere in mano la direzione dell’azienda, completamente da riqualificare. Ricordo che subito mi mancò il fiato, ma dissi di sì. In quel momento ho ripensato a tutte le difficoltà che avevo vissuto nel mio settore; dal “una donna non può vendere macchinari” al “signorina scusi mi passi il tecnico”, al “dovresti farti mora perché bionda non sei abbastanza credibile”. Tutte queste scuse non esistono più, esisto io che ho steso un piano industriale da realizzare in un arco di 5 anni per far recuperare un gap di 10, con una squadra di persone favolose capaci di crescere e con l’entusiasmo di partecipare a questa coinvolgente missione.”
Qual è la tua più grande soddisfazione oggi?
“Avere trovato qualcuno (la proprietà dell’azienda) che mi guarda esattamente per quello che sono, che mi ha spinto ad andare avanti nel mio progetto di sviluppo professionale e continua a farlo con il massimo rispetto anche per la mia femminilità. Fiducia e senso di responsabilità sono alla base di qualsiasi rapporto tra persone in qualsiasi contesto: nel mondo del lavoro sono queste che determinano il risultato delle imprese. Permettono di vivere la missione professionale appieno, massimizzando le opportunità e minimizzando i rischi.”
Cosa vuoi dire alle giovani donne, oggi più che mai penalizzate al lavoro dalla pandemia?
“Occorre chiedersi cosa si vuole ottenere dal proprio lavoro. Più questo è vissuto per la sola necessità economica, più si è travolte dai meccanismi centrifughi del mondo del lavoro, per poi arrivare ad esserne espulse. Facendone di necessità virtù, la propria professione (e qui ci metto dentro qualunque attività) deve diventare oggetto di attenzione, di osservazione: farsi domande e darsi risposte su ciò che veramente possiamo e vogliamo ottenere, curare anche i propri pensieri a riguardo. In estrema sintesi ho imparato che essere donna è una scusa soprattutto per gli altri, e ogni appello alla diversità nasconde invece altro. Non si deve aver paura a spingere sull’acceleratore, una volta identificato ciò che realmente si nasconde dietro a quella scusa. E non si deve aver paura nel cercare il miglior contesto dove poter operare: se si mantiene la barra sempre dritta, il porto giusto si manifesterà davanti a noi.”
Se tornassi indietro?
“Non ho rimpianti, ho sempre preso decisioni in base agli strumenti di comprensione che avevo a disposizione in quel momento. Se guardo indietro, vedo un ordito che mi ha portato qui, e ogni passaggio ha sempre portato insegnamento. Non c’è esperienza che non porti crescita, se sappiamo come utilizzarla.”

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A.d. 1352: un pittore modenese dipinge un cardinale con gli occhiali sul naso. Peccato che il dipinto fosse ambientato nel 1263 e gli occhiali non esistevano ancora
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