Dal ghiaccio dell’Antartide alla Pianura Padana: il viaggio straordinario di Marco Buttu conquista San Felice
SAN FELICE SUL PANARO – Ci sono luoghi in cui l'orizzonte si perde a vista d'occhio, dove il silenzio è interrotto solo dal vento e la natura impone le sue regole più estreme. Paesaggi che, per un gioco di suggestive analogie rimaste impresse nella mente degli spettatori, ieri sera sono sembrati incredibilmente vicini. Ha registrato il tutto esaurito l'incontro organizzato giovedì sera dall'Associazione "Giorgio La Pira", che ha portato a San Felice sul Panaro Marco Buttu: ingegnere, ricercatore, maestro yoga e, soprattutto, testimone di una delle esperienze umane e scientifiche più isolate del pianeta.
Buttu ha vissuto per lungo tempo all'interno della stazione italo-francese Concordia, nel cuore dell'Antartide, un avamposto scientifico utilizzato anche dall'ESA (Agenzia Spaziale Europea) per studi glaciologici, sismologici, astronomici, e anche per simulare le future missioni umane su Marte. Ed è proprio da questo isolamento assoluto che è nato il suo libro, “Marte bianco”, presentato durante la serata. Un titolo che è un'evocazione potente, una metafora visiva che descrive perfettamente un deserto di ghiaccio dove le temperature scendono oltre gli 80 gradi sotto zero e il buio della notte polare dura per mesi.
L'arrivo del ricercatore a San Felice ha suscitato una grandissima curiosità, richiamando cittadini non solo della Bassa, ma da tutta la provincia di Modena, desiderosi di ascoltare un racconto fuori dal comune. Le aspettative non sono state disattese: il talk è trascorso in modo estremamente piacevole grazie alla capacità magnetica di Buttu di narrare la sua avventura, dosando con maestria il rigore della spiegazione scientifica, i dettagli pratici della sopravvivenza quotidiana e la profondità dell'impatto psicologico e umano di un'esperienza simile.
L'attenzione della sala è rimasta altissima per tutta la serata, come dimostrato dalle tante domande che sono state rivolte al ricercatore. Il pubblico era spinto da mille curiosità soprattutto di ordine pratico, per capire come si possa effettivamente gestire la quotidianità in condizioni così estreme.
E proprio mentre si dipanava il racconto, complice forse anche la suggestione di quel nome, "Concordia", che a chi vive nella Bassa ricorda immediatamente la vicina Concordia sulla Secchia, tra il pubblico c'è chi ha iniziato a viaggiare con la mente, tracciando un silenzioso parallelismo tra i ghiacci antartici e la nostra terra. Un pensiero intimo, non pronunciato, ma inevitabile davanti a certe immagini: i paesaggi sconfinati di quel deserto bianco hanno richiamato alla mente le distese della pianura, quei luoghi in cui in certe giornate d'inverno puoi camminare senza incontrare nessuno, avvolto da una nebbia che tutto cancella. E se si parla di temperature estreme, noi le conosciamo bene, tra il freddo invernale e il caldo torrido primaverile.
Un accostamento mentale che ha trovato un riscontro concreto e quasi ironico in un dettaglio pratico svelato dal ricercatore: la presenza dei trattori. Se nella Bassa i trattori sono il simbolo stesso del lavoro nelle campagne, anche l'Antartide ha i suoi "giganti". Buttu ha infatti spiegato che i rifornimenti vitali, la benzina e i beni di prima necessità arrivano alla stazione Concordia grazie a convogli guidati proprio da speciali trattori. Mezzi pesanti che si muovono in cima ai convogli a una velocità di appena 11 km/h, sfidando il nulla polare per portare la vita alla base.
Una bellissima serata di cultura, scienza e calore umano, che ha dimostrato come anche l'angolo più remoto e gelato della Terra possa trovare un filo conduttore invisibile, ma affascinante, con la terra della nostra pianura.
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