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06 Novembre 2026
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Mirandola, due anni in attesa di un intervento: la storia di Alfonso Menichini, malato di tumore che ritrova i suoi diritti dopo aver chiamato la TV

MIRANDOLA (Modena) – Una storia di dolore, ostinazione e speranza. Quella di Alfonso Menichini, 62 anni, di Mirandola, è la vicenda di un uomo che ha dovuto aspettare due anni per un intervento chirurgico, nonostante una lunga malattia e gravi complicazioni, e che è riuscito a essere operato solo dopo aver contattato una trasmissione televisiva. E nel frattempo, ha anche dovuto battagliare con l'Inps che da un giorno all'altro gli ha tolto la pensione di invalidità.


Dal malore alla diagnosi di tumore

Era il 2018 quando Alfonso, allora 56enne e rilevatore per l’Istat, viene colpito da una trombosi con ischemia subacuta. “Sembrava una pugnalata alla gamba destra – racconta Alfonso– poi la gamba è diventata fredda e non mi seguiva più”.
Trasferito d’urgenza da Mirandola a Modena, viene operato a Baggiovara ee si salva da un rischio di amputazione.

Rimane costretto tra letto e sedie per mesi, e si accorge che qualcosa non va nella parte bassa della schiena. Dà la colpa alla cattiva postura, ma non era purtroppo così: c'era dell'altro. Arriva una nuova, terribile diagnosi: tumore al colon-retto in stadio 4. “Era il 2019, mi dissero che in due o tre mesi sarei morto”, ricorda. Inizia la chemioterapia e poi la radioterapia al Policlinico di Modena, fino all’intervento chirurgico nel marzo 2020: l’asportazione del colon e la formazione di una stomia.


Complicazioni, dolore e solitudine: “Il ritorno a casa è stato l’inizio del vero calvario”

Il ritorno a casa, dove vive da solo, segna per Alfonso l’inizio del vero calvario. Dopo l’operazione al colon, durata ore, viene dimesso dopo appena quattro giorni, senza alcuna indicazione precisa su come gestire la stomia, su cosa mangiare, su come muoversi o affrontare le ferite.

“Mi hanno solo detto, praticamente: ‘Vada a casa e stia tranquillo’. Ma tranquillo come, se non sapevo nemmeno come svuotare la sacca o cosa fare se si staccava?”

Il corpo, ancora stremato dalla chemioterapia e dalla radioterapia, inizia presto a cedere. Dopo una settimana, mentre è a casa, Alfonso si accorge che qualcosa non va: “Vedo a terra il mio intestino, un filo nero, il sacchetto che perde. Panico. Salgo in macchina con mio figlio, corriamo da San Giacomo Roncole a Baggiovara. Mi fermano i carabinieri a San Prospero: non riuscivo nemmeno a parlare per il dolore”.
Alfonso viene ricoverato d’urgenza: un cedimento interno aveva provocato un’infezione grave. Segue un altro intervento, poi un altro ancora. In tutto, tra il 2020 e il 2021, tre nuove operazioni.

Le ferite si riaprono, il corpo non reagisce come dovrebbe. Si formano un laparocele e due ernie parastomali, complicazioni comuni ma devastanti: l’addome si gonfia, la stomia si deforma, anche un semplice starnuto può diventare pericoloso.

“È come vivere con una bomba addosso: hai paura di muoverti, di piegarti, di ridere. Ti senti fragile, ma nessuno ti dice come convivere con questa fragilità.”

Nel frattempo Alfonso decide di denunciare il Policlinico di Modena per errore chirurgico e negligenza post-operatoria. Dopo due anni di causa, il giudice gli dà ragione: ottiene un risarcimento di 6.000 euro.
“Non era per i soldi – dice – ma per fissare un punto fermo. Dovevano riconoscere che qualcosa era andato storto. E lo hanno fatto, anche se con una cifra ridicola rispetto al dolore di quegli anni.”

Ma il peggio, racconta, è la sensazione di essere lasciato solo. “Non c’era nessuno che mi spiegasse come vivere col sacchetto. Ho imparato da solo, leggendo forum e chiedendo aiuto a gruppi di stomizzati. Ho scoperto che si può fare tutto – guidare, uscire, lavorare – ma serve conoscenza, serve sostegno. Invece ti senti abbandonato.”

Ogni giorno è una sfida, tra nausee, vomito, dolori costanti. E ancora: cambiare la sacca senza aiuto, mettere le scomode pancere, affrontare le irritazioni della pelle, gli odori, la vergogna di mostrarsi in pubblico.

“Il sacchetto non è la fine del mondo, ma all’inizio ti sembra che lo sia. Ti guardi allo specchio e non ti riconosci. Ci metti mesi a capire che non sei meno uomo, che puoi ancora vivere. Ma devi farlo da solo, e questo è il dolore più grande.”


Invalidità revocata e un anno e mezzo senza reddito: “Vivere con 366 euro è una vergogna”

Come se non bastassero le operazioni, le cicatrici e il dolore fisico, per Alfonso arriva anche la beffa burocratica.
A Natale del 2022 riceve una lettera dall’INPS: la pensione di invalidità viene revocata. Nessuna spiegazione chiara, solo una comunicazione fredda, impersonale. Da quel momento, per oltre un anno e mezzo, non percepisce un euro.

“Mi sono trovato senza nulla. Né stipendio, né sostegni. Non posso più lavorare, perché con la stomia e i dolori addominali non reggerei nemmeno mezza giornata. Eppure mi hanno tolto tutto, come se fossi guarito.”

Per cercare giustizia, è costretto a rivolgersi a un avvocato e a un medico legale, spendendo più di 1.500 euro in parcelle. Solo nel 2024, dopo visite, ricorsi e mesi di attesa, la pensione di invalidità viene finalmente riattivata.
Di quanto stiamo parlando? 366 euro al mese.

Alfonso oggi vive con una stomia definitiva e un’invalidità riconosciuta che non gli consente alcun lavoro stabile.

“Vorrei poter tornare utile, fare qualcosa, ma il mio corpo non me lo permette. E invece di aiutarmi, mi tolgono anche quel poco che ho. È umiliante dover mendicare un diritto.”

Quando la burocrazia riesce a ferire più della stessa malattia.


Due anni di attesa per un intervento

Tornando ai guai di salute, Alfonso Menichini nel 2023 viene inserito in lista d’attesa per spostare la stomia da sinistra a destra, un intervento necessario per migliorare la qualità della vita, sperando che i problemi di laparocele non si presentino anche da quale lato. E' un'operazione rischiosa e non è detto che sia risolutiva. Ma Alfonso sta morendo di giorno in giorn, deve crederci ed è suo diritto essere curato.

.Intanto il tempo passa: 2023, 2024, fino all’autunno 2025, senza mai ricevere una data certa per questa operazione.

“Mi dicevano solo di dimagrire – spiega  Alfonso– e infatti ho perso 22 chili. Ma nessuno mi chiamava, nessuno rispondeva alle mail. Ogni volta mi dicevano che non c’era tempo o che mancavano medici.”


L’appello a Mario Giordano e l’intervento dopo la TV

Esausto, Alfonso decide di scrivere al giornalista Mario Giordano e alla redazione di Fuori dal coro.
“Li ho contattati via mail il 2 ottobre 2025. Dopo pochi giorni sono venuti a casa mia, da Roma e da Milano. Il servizio è andato in onda il 5 ottobre. E il 7 ottobre mi hanno finalmente operato.”

Un intervento atteso per 24 mesi, arrivato solo dopo l’attenzione dei media.
“Se non scrivevo alla TV, sarei ancora qui ad aspettare. È questo che fa più male.”


“Meglio non ammalarsi”

Oggi Alfonso è più debole ma ancora determinato. “Ho rischiato la vita più volte, ma quello che ti uccide è la burocrazia. Ti senti invisibile. Ti dicono che abbiamo i migliori ospedali, ma se non alzi la voce non ti ascolta nessuno.”

Le sue parole sono amare ma lucide:

“L’idea è che meglio non ammalarsi. Perché anche se vivi dive ti dicono che la sanità è l'eccellenza, resti nel limbo.”

Un messaggio che va oltre la sua storia personale: una denuncia civile contro le lentezze, le omissioni e le disattenzioni del sistema sanitario, che spesso dimentica che dietro le cartelle cliniche ci sono persone.


Un simbolo del malessere sanitario

La vicenda di Alfonso Menichini è emblematica di un sistema in sofferenza: liste d’attesa interminabili, mancanza di personale e burocrazia opprimente.
Una situazione che, come nel caso di Alfonso, può trasformare la malattia in una battaglia di sopravvivenza – non solo fisica, ma anche sociale.

 

La puntalizzazione del Policlinico di Modena

Modena, giovedì 13 novembre 2025 – In riferimento al caso del signor Menichini, l'Azienda Ospedaliero - Universitaria di Modena desidera anzitutto esprimere la propria vicinanza al paziente che non ha trovato tutte le risposte che sperava presso i nostri ospedali sebbene la sua patologia primaria sia stata risolta con le migliori cure a nostra disposizione. Riteniamo sia però necessario precisare alcuni punti allo scopo di non generare immotivati timori nella cittadinanza e salvaguardare l'immagine dei nostri professionisti.

Anzitutto è fondamentale ricordare che il Signor Menichini non era in lista per un intervento urgente legato alla patologia oncologica ma per un intervento di correzione del laparocele, certo non piacevole, ma che non ha avuto impatto sull'esito delle cure per la patologia oncologica. È quindi opportuno specificare ancora una volta che non si trattava di un intervento salvavita.

Per il danno subito, il paziente è stato risarcito sulla base di un accordo di transizione, come prevede la legge, che non equivale a un'ammissione di colpa né una condanna giudiziaria.

Infine, il ritardo nell'esecuzione dell'intervento non è da imputare esclusivamente alla lunghezza della lista di attesa in Chirurgia ma al fatto che è stato necessario attendere anche che paziente rientrasse nei parametri clinici ideali per ottenere il miglior risultato operatorio. 

 


📅 Timeline sintetica

  • 2018: trombosi e intervento vascolare d’urgenza

  • 2019: diagnosi di tumore al colon-retto stadio 4

  • 2020-2021: quattro interventi chirurgici, complicazioni e infezioni

  • 2022: revoca della pensione di invalidità

  • 2023-2025: due anni di attesa per l’intervento di ricostruzione

  • Ottobre 2025: intervento eseguito dopo la segnalazione in TV

🩺 Scheda informativa – Tumore al colon e liste d’attesa

Il tumore al colon-retto è tra i più diffusi in Italia: ogni anno si registrano oltre 48.000 nuovi casi, secondo i dati AIOM (Associazione Italiana Oncologia Medica).
La diagnosi precoce e la tempestività degli interventi chirurgici sono fattori decisivi per la sopravvivenza.

In Emilia-Romagna

  • La regione registra tempi medi d’attesa fino a 18-24 mesi per interventi non urgenti di chirurgia addominale.

  • La carenza di chirurghi e anestesisti è tra le cause principali dei ritardi.

  • Secondo il Piano Nazionale Liste d’Attesa (PNGLA), i tempi massimi previsti per un intervento programmato dovrebbero essere di 180 giorni: nel caso di Menichini, che però del tumore al colon doveva operare le conseguenze, avendo già rimosso la massa, il tempo effettivo è stato oltre quattro volte superiore.

Fonti:

Ministero della Salute, AIOM, Regione Emilia-Romagna – Rapporto 2024

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