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05 Novembre 2026
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Da Modena a Mirandola, il dolore che ritorna: 7 anni fa l’incendio provocato da un giovane dove morirono 2 donne

La tragedia di Modena riporta inevitabilmente alla memoria un’altra notte di terrore che sconvolse la Bassa modenese. Era il maggio 2019 quando Otman Boraja, giovane marocchino arrivato in Italia da solo e segnato da profonde fragilità personali, diede fuoco alla sede della Polizia Municipale di Mirandola, sotto alle case popolari: morirono due persone e oltre venti rimasero ferite.

Una vicenda diversa da quella che oggi scuote Modena, dove Salim El Koudri — anche lui di origini marocchine — è invece cresciuto in Italia, aveva la sua famiglia, il passaporto italiano e un percorso di studi arrivato fino alla laurea. Due storie profondamente differenti, accomunate però da un’esplosione di violenza che ha lasciato dietro di sé dolore e devastazione: due morti e venti feriti a Mirandola, quattordici feriti — quattro dei quali gravissimi — nell’attentato di Modena.

La tragedia di Mirandola

Era il maggio del 2019 quando Mirandola venne travolta da uno degli episodi più drammatici della sua storia recente: l’incendio appiccato alla sede della Polizia Municipale, sotto le case popolari di via Roma. Due persone morirono, oltre venti rimasero ferite.

Ci sono notti che una città non dimentica più. A Mirandola, quella tra il 20 e il 21 maggio 2019 è una di queste. Poco dopo la mezzanotte, un violento incendio devastò la sede della Polizia Municipale di via Roma, proprio sotto agli appartamenti delle case popolari. In pochi minuti il fumo invase le scale, le fiamme salirono verso le abitazioni, la paura travolse le famiglie che li ci abitavano.

A provocare il rogo fu Otman Boraja, giovane marocchino arrivato in Italia da solo, segnato da una vita difficile e da una crescente fragilità personale. Era uno di quei “minori stranieri non accompagnati”, come li definisce la burocrazia: aveva vissuto in diverse comunità del Bolognese prima di arrivare nella Bassa modenese. Secondo le ricostruzioni dell’epoca, quella sera sarebbe stato trovato in stato confusionale nei pressi della stazione di Camposanto e accompagnato al pronto soccorso dell’ospedale Santa Maria Bianca di Mirandola. Da lì però si allontanò poco dopo, strappandosi la flebo dal braccio e facendo perdere le proprie tracce. Nelle ore successive entrò negli uffici della Polizia Municipale e appiccò il fuoco. Le conseguenze furono devastanti.

Due persone persero la vita: una donna anziana e un uomo che vivevano negli appartamenti sopra la sede comunale. Morirono soffocati dal fumo sprigionato dall’incendio. Più di venti persone rimasero ferite, alcune in modo grave, mentre i vigili del fuoco lavoravano per ore per evacuare l’edificio e mettere in salvo i residenti intrappolati nei piani superiori.

Le immagini di quella notte fecero il giro d’Italia: le finestre illuminate dalle fiamme, le urla nel buio, le famiglie in strada avvolte nelle coperte, il centro storico invaso dai mezzi di soccorso. Mirandola si svegliò sconvolta, ferita nel profondo.

La vicenda aprì anche una riflessione dolorosa sul disagio sociale, sull’emarginazione e sulla solitudine. Otman Boraja era arrivato dal Marocco ancora giovanissimo, da solo, senza una rete familiare. Negli anni aveva vissuto situazioni difficili, tra precarietà, problemi personali e fragilità psicologica. Nulla però poteva preparare a un gesto così estremo, che avrebbe distrutto vite innocenti e segnato per sempre una comunità.

Il processo di Mirandola: condanna a 8 anni

Otman Boraja venne arrestato pochi giorni dopo l’incendio del maggio 2019. Fin dall’inizio la sua posizione fu complessa: il giovane fornì identità ed età diverse, sostenendo anche di essere minorenne. La difesa cercò infatti di spostare il procedimento al tribunale dei minori, ma gli accertamenti disposti dalla Procura stabilirono che era maggiorenne.

Nel corso delle indagini fu sottoposto anche a perizia psichiatrica per valutare la sua capacità di intendere e di volere al momento del gesto. Gli inquirenti ricostruirono che Boraja era entrato nella sede della Polizia Municipale di Mirandola per compiere un furto e che successivamente aveva appiccato il fuoco agli uffici, provocando il devastante incendio che invase di fumo gli appartamenti sovrastanti.

Il processo di primo grado si concluse nel febbraio 2020 con rito abbreviato: il gip di Modena lo condannò a otto anni di reclusione per furto aggravato, incendio doloso e morte come conseguenza di altro reato.

Nel febbraio 2021 la Corte d’Appello di Bologna confermò integralmente la sentenza. Anche i giudici di secondo grado riconobbero la responsabilità di Boraja per il rogo che causò la morte di Marta Goldoni e della badante ucraina Yaroslava Kryvoruchko


Due morti innocenti, il ricordo della comunità che svanisce

Nei giorni successivi alla tragedia, Mirandola si strinse attorno alle famiglie delle vittime e agli sfollati. Ci furono veglie, silenzi, lacrime e una solidarietà immediata fatta di aiuti concreti, ospitalità e raccolte fondi. Nel momento più drammatico, la città mostrò il suo volto più umano.

Con il passare del tempo, però, quella vicenda è lentamente uscita dal dibattito pubblico. La memoria collettiva si è affievolita, consumata dagli anni e da nuove emergenze. Oggi il ricordo di quelle due morti sopravvive soprattutto nelle commemorazioni dell’anniversario, in una corona d’alloro deposta ogni maggio e nel dolore mai davvero spento delle famiglie e di chi quella notte la visse in prima persona.

Oggi, a distanza di anni, quella ferita non si è mai davvero chiusa. Chi abitava in quel palazzo ricorda ancora l’odore acre del fumo, il rumore dei vetri, la corsa disperata giù per le scale.

 

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