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02 Novembre 2026
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Prima il vento oltre i 100 all’ora, poi la grandine gigante: la Bassa colpita due volte in cinque giorni

BASSA MODENESE – Prima il vento capace di abbattere alberi e scoperchiare strutture, accompagnato da una pioggia torrenziale. Cinque giorni dopo, una grandinata con blocchi di ghiaccio grandi come palline da tennis, in grado di distruggere raccolti, automobili, tetti e pannelli fotovoltaici.

Tra il 15 e il 20 luglio la Bassa Modenese è stata investita da due episodi meteorologici distinti, ma eccezionalmente ravvicinati. Non hanno seguito esattamente la stessa traiettoria, ma hanno interessato lo stesso quadrante della pianura: Finale Emilia, San Felice sul Panaro, Novi, Soliera, San Prospero, Bomporto e Camposanto.

Un territorio che era già stato colpito dalla grandine il 21 aprile e nuovamente il 3 giugno. In appena tre mesi, dunque, la Bassa e il vicino Carpigiano hanno dovuto affrontare quattro passaggi temporaleschi particolarmente violenti, con danni provocati di volta in volta dal ghiaccio, dal vento e dalla pioggia concentrata in pochi minuti.

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Il 15 luglio il pericolo principale è arrivato dal vento

Durante il temporale del 15 luglio, il dato più impressionante è stato quello delle raffiche. Il picco regionale indicato dalle rilevazioni disponibili è stato registrato a Monticelli, nel Parmense, con 127 chilometri orari.

Valori superiori ai 120 chilometri orari sono stati segnalati anche nel Bolognese e nel Ferrarese. Nel Modenese, la stazione di Soliera avrebbe raggiunto i 106 chilometri orari, mentre raffiche intorno o superiori ai 100 chilometri orari hanno interessato diverse località della pianura emiliana.

A queste velocità il vento non rappresenta soltanto un disagio. Può spezzare rami di grandi dimensioni, sradicare alberi con apparati radicali indeboliti, sollevare tegole, lamiere e coperture leggere, abbattere cartelli e trascinare oggetti lasciati all’aperto.

Il pericolo deriva anche dagli elementi trasformati in corpi contundenti: vasi, arredi da giardino, cassonetti, frammenti di tettoie e rami possono essere proiettati contro persone, automobili e abitazioni.

Per questo, durante un temporale con raffiche violente, anche rifugiarsi all’interno di un’automobile parcheggiata sotto alberi o strutture precarie può essere rischioso.

Oltre 60 millimetri a Finale Emilia

Il vento non è stato l’unico problema. Il 15 luglio, in alcune aree, è caduta in poco tempo una quantità d’acqua paragonabile a quella che normalmente può accumularsi durante una parte consistente di un mese estivo.

Tra i valori indicati dalle stazioni meteorologiche figurano 61,2 millimetri a Finale Emilia, 46 a Novi di Modena e 43,2 a San Felice sul Panaro. Nel Ferrarese, Vigarano Mainarda avrebbe raggiunto 63,8 millimetri, mentre a Ferrara sono stati misurati più di 50 millimetri.

Un millimetro di pioggia corrisponde a un litro d’acqua distribuito su un metro quadrato. Sessanta millimetri significano quindi circa 60 litri per ogni metro quadrato di superficie.

Quando una quantità simile cade in pochi minuti o in meno di un’ora, tombini e condotte fognarie possono non riuscire a smaltirla. Le strade si allagano rapidamente, i sottopassi diventano trappole e l’acqua può entrare in garage, cantine, magazzini e stabilimenti produttivi.

Cinque giorni dopo, il ghiaccio

Il 20 luglio il pericolo ha assunto una forma diversa. Nell’area compresa tra San Prospero, Bomporto e Camposanto, il temporale ha prodotto una grandinata durata circa venti o venticinque minuti.

Dopo una prima fase con ghiaccio più piccolo, sono caduti chicchi descritti dai testimoni come palline da tennis. Le conseguenze sono state pesantissime: parabrezza e lunotti sfondati, carrozzerie deformate, tegole e lucernari frantumati, pannelli fotovoltaici colpiti e coltivazioni devastate.

Pereti e campi di cocomeri sono stati investiti in piena fase produttiva. I frutti sono stati bucati, spaccati o fatti cadere, con perdite che si sommano ai danni già provocati dalle grandinate di aprile e giugno.

Il fatto che vento distruttivo e grandine gigante si siano verificati a pochi giorni di distanza non significa che si sia trattato dello stesso temporale. Mostra però che, in quella fase, sulla Pianura Padana erano presenti più volte condizioni favorevoli alla formazione di celle temporalesche molto intense.

Che cos’è davvero un downburst

Il termine “downburst” viene spesso usato come sinonimo generico di tempesta di vento, ma indica un fenomeno preciso.

All’interno di un temporale, una massa d’aria raffreddata dalla pioggia, dalla grandine e dall’evaporazione può precipitare violentemente verso il suolo. Quando raggiunge il terreno, l’aria non può più continuare a scendere e si allarga orizzontalmente in tutte le direzioni, generando raffiche molto forti.

È questo il downburst: una corrente discendente che, una volta arrivata al suolo, si trasforma in un fronte di vento lineare.

La pioggia non è quindi una conseguenza separata che arriva dopo il downburst. Acqua, grandine e vento fanno parte dello stesso sistema temporalesco e spesso si rafforzano a vicenda.

Se la zona colpita è limitata, si parla di “microburst”; quando il fronte di vento interessa un’area più estesa, viene utilizzato il termine “macroburst”.

I danni possono essere simili a quelli provocati da una tromba d’aria, ma la dinamica è differente. In un tornado il vento ruota attorno a un vortice; in un downburst le raffiche si irradiano dal punto in cui la corrente discendente raggiunge il terreno.

Per distinguere con certezza i due fenomeni servono immagini radar, rilevazioni meteorologiche e l’analisi della disposizione degli alberi e delle strutture abbattute. Non ogni episodio di vento violento, dunque, può essere definito automaticamente una tromba d’aria.

Perché vento e grandine possono nascere dallo stesso temporale

La grandine gigante e le raffiche distruttive non sono fenomeni indipendenti. Entrambi possono essere prodotti da temporali molto sviluppati e organizzati.

Le forti correnti ascendenti portano acqua e ghiaccio verso le parti più alte e fredde della nube, permettendo ai chicchi di grandine di crescere. Contemporaneamente, il raffreddamento provocato dalle precipitazioni può generare correnti discendenti molto intense.

In altre parole, lo stesso temporale può avere una parte in cui l’aria sale violentemente, alimentando la grandine, e una parte in cui precipita verso il terreno, provocando il downburst.

Il vento può inoltre spingere la grandine in modo obliquo, aumentando il danno su facciate, finestre, serre, frutteti e pannelli fotovoltaici. Una rete antigrandine progettata per sopportare il peso del ghiaccio, per esempio, può essere strappata o divelta se contemporaneamente investita da raffiche superiori ai 100 chilometri orari.

Perché la Pianura Padana è così esposta

La Pianura Padana è una delle aree europee maggiormente favorevoli alla formazione di temporali severi. Durante l’estate, nei bassi strati dell’atmosfera possono accumularsi aria molto calda e grandi quantità di umidità.

L’ingresso di aria più fresca in quota o il passaggio di una perturbazione può rompere questo equilibrio. L’aria calda e umida sale rapidamente, liberando energia e formando nubi temporalesche capaci di raggiungere molti chilometri di altezza.

Alpi e Appennini contribuiscono a incanalare e sollevare le masse d’aria, mentre le variazioni della velocità e della direzione del vento alle diverse quote possono favorire temporali organizzati, linee temporalesche e supercelle.

Non si tratta quindi di fenomeni sconosciuti. Grandinate, nubifragi e raffiche lineari hanno colpito la pianura emiliana anche in passato.

Tra gli episodi recenti più significativi figura la lunga tempesta del 18 agosto 2022, che attraversò parte dell’Europa e raggiunse anche il Nord Italia, producendo raffiche superiori ai 130 chilometri orari. Il sistema temporalesco assunse la forma di un “bow echo”, una linea arcuata di temporali associata a venti particolarmente violenti.

Nel luglio 2023, invece, una serie di supercelle colpì il Nord Italia con grandine eccezionale, forti raffiche e numerosi feriti. In Veneto fu documentato un chicco di circa 16 centimetri, uno dei più grandi mai verificati in Europa.

Il ruolo del cambiamento climatico

Non è possibile affermare che il cambiamento climatico abbia “causato” direttamente i temporali del 15 e del 20 luglio senza uno studio di attribuzione dedicato.

Il riscaldamento dell’atmosfera, tuttavia, modifica alcuni degli ingredienti fondamentali dei temporali. Aria più calda può contenere più vapore acqueo, rendendo disponibili maggiori quantità di umidità ed energia quando si sviluppa l’instabilità.

Questo può favorire precipitazioni molto intense e correnti verticali più potenti. La relazione con vento e grandine rimane comunque complessa: la frequenza complessiva dei temporali può variare in modo diverso dalla loro intensità e i fenomeni più violenti interessano aree ristrette, rendendo difficile costruire serie statistiche omogenee.

Le osservazioni europee non permettono ancora di stabilire tendenze certe per ogni singola località, ma gli studi indicano che in vaste zone del continente sono diventate più frequenti le condizioni atmosferiche favorevoli ai pericoli convettivi, come grandine di grandi dimensioni, forti raffiche e piogge intense.

Più che parlare di fenomeni completamente nuovi, è quindi corretto parlare di un rischio già conosciuto che può manifestarsi in un’atmosfera più calda e ricca di energia.

Alberi sotto pressione tra vento, siccità e terreno bagnato

Uno dei principali problemi provocati dai downburst riguarda la caduta degli alberi.

Una raffica superiore ai 100 chilometri orari può abbattere anche esemplari apparentemente sani. Il rischio aumenta quando le radici sono compromesse, il tronco presenta cavità o malattie oppure la chioma non è stata gestita correttamente.

Anche le condizioni del terreno sono decisive. Dopo piogge molto abbondanti, il suolo può perdere parte della sua capacità di trattenere le radici. La chioma bagnata diventa inoltre più pesante e offre una maggiore superficie alla spinta del vento.

Allo stesso tempo, lunghi periodi di siccità e caldo possono indebolire le piante e rendere più fragili rami e apparati radicali. Il passaggio improvviso da terreno molto secco a terreno saturo d’acqua rappresenta un ulteriore fattore di stress.

Questo non significa che ogni albero caduto fosse malato o trascurato. Con raffiche eccezionali può essere superata la resistenza strutturale anche di piante in buone condizioni. Una manutenzione corretta, però, permette di individuare gli esemplari più vulnerabili e di ridurre il rischio.

Cosa fare quando si avvicina una tempesta di vento

Quando viene segnalato l’arrivo di temporali violenti, è opportuno mettere al riparo o fissare tutto ciò che può essere sollevato: vasi, ombrelloni, sedie, tavoli, giochi da giardino, attrezzi e contenitori.

Finestre, tapparelle, persiane e porte di garage devono essere chiuse prima che il vento aumenti. È bene allontanarsi dalle grandi vetrate e non uscire per recuperare oggetti quando la tempesta è già iniziata.

All’aperto bisogna evitare alberi, filari, impalcature, tettoie, cartelloni pubblicitari, pali e linee elettriche. Capannoni aperti, pensiline leggere e strutture provvisorie non sono rifugi sicuri.

Chi è alla guida deve ridurre la velocità, impugnare saldamente il volante e aumentare la distanza dagli altri veicoli. Furgoni, camper, motocicli e mezzi con rimorchio sono particolarmente sensibili alle raffiche laterali.

Se è necessario fermarsi, occorre scegliere un luogo lontano da alberi, pali, muri instabili e corsi d’acqua. Non bisogna sostare nei sottopassi, che possono allagarsi in pochi minuti.

Dopo il temporale, attenzione ai pericoli nascosti

Terminata la fase più violenta, non significa che il pericolo sia completamente cessato.

Rami spezzati possono rimanere sospesi e cadere successivamente. Tegole, comignoli e coperture possono essere instabili. I cavi elettrici a terra non devono mai essere toccati o scavalcati, ma segnalati immediatamente ai soccorsi.

Prima di utilizzare un impianto fotovoltaico danneggiato occorre richiedere il controllo di un tecnico. Anche con la rete elettrica disattivata, i pannelli esposti alla luce continuano a produrre corrente.

Cantine e garage allagati non devono essere raggiunti se esiste il rischio di contatto tra acqua e impianti elettrici. È inoltre sconsigliato salire autonomamente sui tetti per sistemare tegole o coperture provvisorie.

Per aziende agricole e imprese non basta più proteggersi dalla grandine

Gli eventi del 15 e del 20 luglio mostrano che le misure di prevenzione devono considerare contemporaneamente grandine, vento e piogge intense.

Le reti antigrandine devono essere controllate non soltanto per verificare l’integrità della maglia, ma anche la stabilità dei pali, dei tiranti e degli ancoraggi. Una rete resistente al ghiaccio può diventare una grande vela quando viene investita lateralmente dal vento.

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