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26 Ottobre 2021

Studio Unimore mette in relazione l’accesso al credito in epoca di Covid-19 con la salute mentale

Un peggioramento delle condizioni economiche individuali dovute a una minore disponibilità di accesso al credito come sta accadendo in conseguenza della pandemia da COVID-19 possono determinare conseguenze sulla salute mentale, soprattutto dei maschi più giovani e degli under 75. La salute mentale delle donne influenzata, invece, dall’aumento del tasso di disoccupazione. Pubblicato al riguardo un interessante studio di ricercatori e ricercatrici Unimore comparso sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione. Ne sono autori il Dott. Giorgio Mattei, la Prof.ssa Barbara Pistoresi ed il Prof. Gian Maria Galeazzi.

C’è una correlazione stretta tra disponibilità di credito e salute mentale che risulta assai più evidente tra la popolazione maschile della fascia giovane under 44 e anziana over 75.

È quanto emerge da un interessante studio condotto da ricercatori/trici del Dipartimento di Economia Marco Biagi e della Scuola di Specializzazione in Psichiatria di Unimore, il Dott. Giorgio Mattei, la Prof.ssa Barbara Pistoresi ed il Prof. Gian Maria Galeazzi, che ha consentito di individuare come in Italia la disponibilità di credito sia un importante determinante di salute mentale.

Si è a conoscenza da studi precedenti che durante periodi di profonda crisi economica, ad esempio la Grande Recessione del 2008, si può verificare una marcata riduzione dell’offerta di credito e questo aumenta la probabilità di fallimento delle famiglie debitrici, delle piccole imprese fortemente dipendenti dal finanziamento esterno e, più in generale, delle imprese che vedono ridursi la possibilità di autofinanziamento a causa della riduzione dei ricavi.

Inoltre, altri studi hanno evidenziato come nei momenti di grave crisi economica le misure di protezione sociale rivestano un ruolo importante nel ridurre le potenziali conseguenze negative per la salute mentale della popolazione.

Partendo da quanto presente in letteratura e considerando che la pandemia da CoViD-19 potrebbe avere avuto importanti conseguenze in ambito economico ed avere ridotto l’accesso al credito, i ricercatori/trici Unimore hanno voluto analizzare l’associazione tra condizioni di salute mentale e credito al settore privato in Italia, e il potenziale ruolo protettivo esercitato dalle misure di protezione sociale nei confronti delle conseguenze negative delle crisi economiche sulla salute.

Al riguardo, analizzando i dati dell’Istituto Nazionale di Statistica e dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, i ricercatori/trici hanno estrapolato e messo in correlazione la spesa complessiva per le misure di protezione sociale, la spesa per le politiche attive del lavoro, e la spesa per i sussidi di disoccupazione, cioè per le politiche passive.

Da essi è chiaramente emerso che una riduzione della liquidità al sistema economico si associa ad un peggioramento delle condizioni di salute mentale nella popolazione maschile, ma non in quella femminile, che invece risente maggiormente dell’andamento del tasso di disoccupazione.

Per quanto riguarda le misure di protezione sociale considerate, solo la spesa per i sussidi di disoccupazione è risultata in grado di moderare l’associazione tra credito e salute mentale.

Ne deriva – commenta il Prof. Gian Maria Galeazzi di Unimore – che in momenti di grave crisi come quello attuale il sostegno al credito anche attraverso sussidi possa proteggere la salute mentale delle persone dalle possibili conseguenze negative prodotte dalla crisi stessa, che vanno ad aggiungersi a vissuti di incertezza e timori di essere contagiati o contagianti”.

Come già evidenziato da precedenti lavori, anche dello stesso gruppo di ricerca, in Italia le politiche attive del lavoro proteggono scarsamente la salute mentale della popolazione, diversamente da quanto avviene in altri paesi.

È probabile – osserva il Dott. Giorgio Mattei, Psichiatra e Dottorando di ricerca in Lavoro, Sviluppo, Innovazione a Unimore – che ciò sia dovuto sia a limiti quantitativi in termini di spesa per le suddette politiche, che a limiti qualitativi, ovvero la capacità di tali misure di integrarsi adeguatamente nel tessuto produttivo locale”.

Oltre alle differenze di genere, dallo studio sono emerse importanti differenze riguardanti le classi di età. In particolare, si è notato che gli uomini più giovani e quelli più anziani sono più vulnerabili, soprattutto nelle fasce d’età lavorative 15-44 anni e maggiore di 75 anni. Diversamente, le donne non risentirebbero della riduzione del credito disponibile, ma solo dell’aumento del tasso di disoccupazione nella fascia di età compresa tra 55 e 64 anni.

L’accesso al credito – conclude la Prof.ssa Barbara Pistoresi – è dunque un importante determinante di benessere psicologico per gli uomini, ma non per le donne. Un adeguato sostegno attraverso misure di protezione sociale è necessario nei momenti in cui la disponibilità di credito si riduce, per scongiurarne le conseguenze negative per la salute mentale”.

Lo studio, che ha suscitato interesse nella comunità scientifica è stato recentemente pubblicato sulla rivista Epidemiologia & Prevenzione (sul supplemento “Salute delle popolazioni vulnerabili” dedicato a Barbara Pacelli) e che è scaricabile gratuitamente dal sito www.epiprev.it, è stato presentato in occasione del convegno annuale della Associazione Italiana di Epidemiologia.

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