A Medolla grande attenzione per la conferenza del prof Stefano Zamagni
Di Ivo Panzani
“Come garantire l’universalismo sanitario alla nostra società” questo il titolo della interessantissima conferenza tenuta dall’illustre Prof. Stefano Zamagni al Teatro Facchini di Medolla lo scorso 6 novembre di fronte ad un ampio pubblico, non di soli “addetti ai lavori” (cioè, di medici associati al Circolo Medico Merighi di Mirandola, che pur aveva organizzato l’incontro, propiziato da Nunzio Borelli, suo solerte presidente).
L’argomento trattato è molto attuale e presente nelle discussioni a tutti i livelli, di ogni giorno. Il Prof. Zamagni, docente di Economia presso l’università di Bologna, nonché ex-presidente dell’Agenzia per il terzo settore e fino al 2023 presidente della Pontificia Accademia delle Scienze sociali, è autore di un gran numero di libri e pubblicazioni a carattere economico, l’ultimo dei quali riguarda proprio la nostra sanità, malata, per la quale propone una terapia inusuale.
Zamagni ha ricordato che i latini avevano due definizioni, indicavano con la parole “valetudo” la salute del corpo e con “salus” la salute del corpo e dell’anima. Noi con “salute” intendiamo: mancanza di malattia. Questo è il significato datogli da Cartesio nel 1600: non esiste il malato, ma la malattia. La medicina attuale è largamente cartesiana, ma di essa si avvertono tutti i limiti, poiché sarebbe molto meglio che fosse umanistica, cioè che cercasse il recupero anche della dimensione spirituale nella malattia. Il problema è quindi come passare dalla medicina cartesiana a quella umanistica, posto che la cura deve essere disponibile a tutti. Storicamente, il primo sistema sanitario nazionale nacque nel 1942 in Gran Bretagna. Si capì che se la sanità doveva essere aperta a tutti non poteva che essere assicurata dallo stato. In Italia solo 36 anni più tardi, nel 1978, nacque il sistema sanitario nazionale (SSN) che per i primi anni funzionò bene. Poi, iniziarono i problemi perché i ricavi cominciarono a non coprire più i costi.
Le cose sono peggiorate al punto che oggi siamo all’insostenibilità finanziaria dell’SSN, non solo per il talora cattivo utilizzo delle risorse, ma soprattutto perché nel settore sanitario, anche a causa dei passi avanti compiuti dalla ricerca medica (si pensi all’introduzione continua di nuovi metodi di cura e farmaci sempre più avanzati), i costi aumentano senza fine. Ciò vale per la sanità, diversamente da ciò che avviene per altri settori dell’attività umana, dove invece l’andamento finanziario futuro è più prevedibile. A ciò si somma il fatto che l’SSN cura, ma non si prende cura. In altri termini, l’ammalato si sente “abbandonato”, ma lo stato non può prendersene cura. Grazie alla nascita di tante associazioni assistenziali che svolgono questo compito consolatorio dell’ammalato, affiancando e aiutando lo stato, il sistema è diventato pluralistico. Poi, per avere un sistema sostenibile occorre che la Costituzione dichiari finalmente, sul piano dei principi, che la salute è un “bene comune”, anziché essere solo un “bene di interesse comune”.
Poi, per far fronte al divario costi/ricavi, dovrebbero essere realizzati una serie di interventi. Il primo di essi riguarda il finanziamento da parte di tutti gli enti a monte degli ospedali (come aziende industriali, farmaceutiche, ecc.) di borse di studio a favore di ricercatori e studenti in medicina, a ricompensa del sistema di formazione statale del personale (medici, e infermieri) impiegato dagli organi di cura. E’ ciò che avviene già in alcuni paesi del Nord-Europa. Bisogna poi, col tempo, abbattere anche l’attuale modello organizzativo verticistico della sanità negli ospedali. Cioè, non avere più il primario che decide tutto come se fosse “dio”, ma invece responsabilizzare maggiormente chi sta vicino all’ammalato, facendogli sentire che è parte di un processo in cui anche la base può fornire elementi utili alla cura. Infine, il suggerimento più importante è l’adozione del principio della co-programmazione fra tutti gli enti, pubblici e privati, coinvolti nella sanità. Non deve più esserci solo lo stato che decide gli obiettivi, le priorità e trova/fornisce le fonti di finanziamento, ma, se la salute è un bene comune, tutti devono partecipare in modo che la programmazione avvenga in modo condiviso e possa essere seguita da un processo realizzativo di co-progettazione.

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