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22 Settembre 2026
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Sanità, report: ‘spesa di tasca propria 4-5 volte di più alta per chi ha redditi alti’

(Adnkronos) - Nonostante il carattere universalistico del Servizio sanitario nazionale, l'accesso alle cure in Italia è oggi fortemente condizionato dalla capacità economica dei singoli. I contribuenti con i redditi più elevati spendono mediamente 'di tasca propria' (out of pocket) - ed escludendo i ticket sanitari - fra 4 e 5 volte in più rispetto ai contribuenti con i redditi più bassi. Un fenomeno dovuto ai limiti di accesso alla sanità pubblica (lunghi tempi di attesa e carenze nei servizi di cura non emergenziale), che spingono chi può permetterselo verso il privato, lasciando indietro le fasce più fragili. E' quanto emerge dal rapporto 'Quando i soldi non bastano - Il razionamento sanitario in Italia', realizzato da Acli, Caf Acli, NeXt-Nuova economia per tutti e dall'università di Roma Tor Vergata, con il supporto di Comipa, Federcasse Bcc, Federazione Lombarda Bcc e Federazione Toscana Bcc e Iref. (Video) La ricerca, basata sull'analisi di oltre 8 milioni di dichiarazioni dei redditi (modello 730) tra il 2019 e il 2024 - riporta una nota - documenta l'esistenza di un razionamento sanitario implicito. Nel dettaglio, la popolazione divisa in 5 scaglioni di reddito, dal più basso al più alto, ha evidenziato: divario di spesa: a parità di condizioni di salute, i contribuenti più poveri spendono tra i mille e i 2mila euro in meno all'anno in cure sanitarie rispetto ai più abbienti; rinuncia totale: circa il 57% dei contribuenti appartenenti allo scaglione di reddito più basso non dichiara alcuna spesa sanitaria privata e, nel sottocampione degli anziani, la differenza tra basso e alto reddito si fa più evidente con il 55-60% che non dichiara alcuna spesa sanitaria privata, contro il 7-15% dei coetanei più ricchi. Quanto alla spesa in farmaci, il valore medio annuo della spesa farmaceutica passa da circa 278 euro nello scaglione di reddito più basso a oltre 415 nello scaglione più elevato: queste differenze non riguardano solo la probabilità di acquistare farmaci, ma anche il valore medio della spesa sostenuta. Sull'effetto del reddito sulla spesa, il report indica che un aumento di reddito per chi si trova negli scaglioni più bassi aumenta la spesa sanitaria più di quanto avviene per chi si trova negli scaglioni più elevati, evidenziando il peso maggiore di bisogni insoddisfatti.  In questo contesto, la pandemia Covid-19 ha agito come amplificatore delle diseguaglianze. Mentre i redditi alti hanno recuperato rapidamente i livelli di spesa sanitaria pre-pandemici, per i ceti fragili, gli anziani e le donne il recupero è ancora incompleto. A livello territoriale, dove i livelli essenziali di assistenza (Lea) sono più alti, funzionano meglio prevenzione e servizio pubblico e il ricorso forzato al privato diminuisce sensibilmente. "In sanità - ha spiegato Saverio Mennini, capo Dipartimento Programmazione del ministero della Salute - c'è un problema di equità nell'accesso, riscontrato negli ultimi 20 anni. Con questo ministero abbiamo posto in essere una serie di azioni, quali l'aggiornamento annuale dei Lea, l'incremento del finanziamento, il decreto sulle liste d'attesa, la delega delle professioni sanitarie e sull'assistenza ospedaliera e territoriale, che tendono ad eliminare la disomogeneità d'acceso alle cure. Questa è la questione da affrontare con attenzione". I dati mostrano "una realtà preoccupante - ha commentato Leonardo Becchetti, fondatore di NeXt Economia e professore dell'università di Roma Tor Vergata, curatore della ricerca - Il nostro servizio sanitario, sulla carta, è universale, ma fuori dall'emergenza e dai codici rossi, barriere economiche e lunghi tempi d'attesa costringono i più fragili a rinunciare alle cure. Parliamo di una spesa sanitaria inferiore fino a 2mila euro tra il primo e l'ultimo scaglione di reddito. Miglioramento della sanità pubblica e delle Case di comunità, prevenzione, ottimizzazione della spesa, progressività fiscale - ha elencato - sono le azioni che servono per rimettere al centro i territori e la comunità, trasformando la salute da bene di mercato a pilastro di una nuova economia civile". "Purtroppo, nonostante rappresenti uno dei pilastri fondamentali del welfare del nostro Paese, la sanità pubblica, accessibile e garantita, è oggi in evidente ritirata - ha osservato il presidente delle Acli nazionali, Emiliano Manfredonia - I redditi più alti si rivolgono sempre più frequentemente al settore privato, potendosi permettere spese maggiori, mentre i redditi più bassi restano indietro, costretti a rinviare o rinunciare alle cure. E' un dato che deve farci riflettere anche il ricorso sempre più diffuso, ormai quasi un'abitudine di massa, ai sistemi di intelligenza artificiale per rispondere a bisogni di salute: un segnale della difficoltà di accesso e della ricerca di soluzioni alternative. Come Acli, operatori di pace e di democrazia da oltre ottant'anni, sentiamo il dovere - come diciamo spesso nel nostro Patronato - di trasformare i diritti in pane. In questo caso, di trasformare il diritto alla salute in accesso reale e garantito ai servizi per tutte e tutti. E' il senso anche degli Sportelli salute che abbiamo aperto in diverse parti d'Italia: strumenti concreti per accompagnare le persone e ridurre le disuguaglianze". Il presidente Federcasse Bcc, Augusto dell'Erba, ha ricordato che "il credito cooperativo è da anni impegnato ad esprimere valori e attività che vanno oltre la banca. Noi, infatti, siamo presenti sui territori e nelle comunità di cui siamo espressione e abbiamo ben presente che non è più sufficiente fare solo la banca, ma qualcosa di più. Per questo siamo impegnati, con le nostre mutue, in progetti di welfare dove siamo orientati a fornire servizi di tipo sanitario". Come ha illustrato Anna Maria Colao, vicepresidente Consiglio superiore sanità e presidente Fondazione Forme, "l'allungamento della vita media ha modificato tutto quello che il cittadino può ottenere dal nostro sistema sanitario. Mi sento di soffermarmi, in tal senso, sulla tematica della prevenzione. Per diventare sostenibili e mantenere le cure, infatti, dobbiamo implementare le strategie di prevenzione. Occorre, quindi, educare e informare la popolazione". Per contrastare queste disuguaglianze, secondo Raffaella Dispenza, vicepresidente nazionale delle Acli, "servono interventi complessi e articolati: maggiori investimenti nella sanità, riportandoli in linea con quelli di altri paesi europei, ma soprattutto una medicina di territorio che sappia prendere in carico le cronicità e dare risposte alle tante situazioni di non autosufficienza". Alcune possibili direzioni di policy per contrastare la crescita delle diseguaglianze, secondo gli esperti, comprendono: potenziamento del sistema pubblico con prevenzione e Lea, perché dove screening, medicina territoriale e sanità pubblica funzionano meglio la necessità di sostenere spese private si riduce e l'accesso alle cure diventa meno dipendente dal reddito. Un miglior livello di Lea riduce le diseguaglianze; valorizzazione delle Case di comunità, dato che l'integrazione con i servizi sociosanitari e con il contributo sussidiario del terzo settore aumenta l'accesso al diritto alla salute. E ancora: maggiore equità nella fiscalità sanitaria: superare l'attuale sistema che esclude chi si trova nella 'no-tax area' e rendere le agevolazioni fiscali più progressive e introdurre meccanismi rimborsabili per i redditi più bassi; sanità nel territorio, perché il mancato accesso alle cure non si concentra tanto sulle emergenze, quanto sulle prestazioni differibili ma essenziali come visite specialistiche, diagnostica, follow-up e cure croniche. Ridurre i tempi di attesa in questi ambiti significa ridurre la necessità di ricorrere al privato e può essere possibile integrando Stato, mercato e comunità. Per gli esperti serve anche il rafforzamento di forme di assicurazione sanitaria integrativa a carattere mutualistico e non profit, che potrebbe contribuire a ridurre le diseguaglianze, offrendo una copertura accessibile anche a lavoratori precari, anziani e famiglie a basso reddito. Infine: adottare politiche di acquisto di dispositivi medici che premino la sostenibilità sociale e la trasparenza libera risorse da reinvestire dove realmente serve; e attivare un monitoraggio costante, creare un coordinamento nazionale, collegando i diversi osservatori nazionali già esistenti, darebbe la possibilità di avere un 'cruscotto di indicatori' capace di misurare sistematicamente il razionamento sanitario.  ---salute/[email protected] (Web Info)

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