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20 Settembre 2026
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Il dottor Ai? “E’ intelligente se lo siamo noi, e non potrà sostituire il medico”. Un libro spiega perché

(Adnkronos) - Coltivare e nutrire l'intelligenza umana prima di chiedere aiuto a quella artificiale, perché l'Ia è smart soltanto se lo è l'uomo che la usa. E quando a interpellarla è un dottore, è sempre l'intelligenza del 'camice' a fare la differenza tra "il rischio di una medicina automatizzata" e "l'obiettivo di una medicina aumentata". Si può sintetizzare così il messaggio del libro 'Curare con 'intelligenza' - L'intelligenza artificiale tra sapere medico e decisione umana' (Il Pensiero Scientifico Editore), firmato da Salvatore Corrao, professore ordinario di Medicina Interna all'università degli Studi di Palermo e direttore del Dipartimento di Medicina clinica e della Uoc di Medicina interna dell'Arnas ospedali Civico-Di Cristina-Benfratelli. Il 25 marzo l'autore ha presentato la sua opera nella Sala degli Stemmi del Comune di Legnano, durante un incontro promosso dal collega e conterraneo Antonino Mazzone, direttore del Dipartimento Medico dell'Asst Ovest Milanese, alla presenza del sindaco Lorenzo Radice e di Pier Mannuccio Mannucci, professore emerito di Medicina interna dell'università Statale di Milano, tra i volti più noti della disciplina che, per dirla con Mazzone, "si occupa dei malati e non delle malattie". Una specialità-laboratorio di idee e intuizioni, la 'palestra' ideale per allenare il delicato rapporto - ormai inevitabile - fra l'intelligenza creativa dell'uomo e quella probabilistico-algoritmica della macchina. E' proprio nell'incrocio tra "l'empatia umana e la capacità di previsione e di calcolo dell'Ia" che Corrao colloca il significato della cura ai tempi dell'Ai.  Internista, clinico e ricercatore di professione, polistrumentista, musicista e compositore per passione, l'autore è appassionato di tecnologia già dagli anni '80, è programmatore informatico ed esperto di analisi statistiche avanzate e di programmazione in Python applicata al machine learning e al deep learning. Un know-how che guida l'impostazione del suo libro, introdotto dalle presentazioni di Giovanni Migliore, direttore generale Comunicazione del ministero della Salute ed ex presidente Fiaso (Federazione italiana aziende sanitarie e ospedaliere), e di Giovanni Pioggia, dirigente di ricerca del Cnr, Consiglio nazionale delle ricerche. In 8 capitoli - corredati da un glossario - Corrao immerge il lettore nel linguaggio dell'intelligenza artificiale applicata alla medicina, gli descrive la storia, gli strumenti e l'evoluzione, e lo accompagna in un viaggio attraverso le promesse dell'Ia: diagnosi migliori, previsioni del rischio, terapie personalizzate "oltre la media statistica". Senza tacerne limiti e pericoli: dalla sicurezza dei dati al nodo privacy, fino all'ombra di un "danno iatrogeno digitale", da dissipare innanzitutto grazie alla conoscenza e poi allo spirito critico, al senso di responsabilità e al discernimento, ingrediente base della cura. "L'intelligenza artificiale trasformerà la medicina", scrive lo specialista, però "dipende da noi se utilizzarla nel modo migliore: come strumento che non sostituisce lo sguardo umano, bensì lo accompagna, lo amplia e lo mette alla prova". Solo se l'Ia deciderà "con noi", e "non per noi", riuscirà a produrre "una medicina aumentata. Più precisa, sì, ma anche più equa, consapevole e umana". Corrao invita a considerare l'Ia per quello che è: "Un programma, un software che, in quanto tale, non sostituisce l'uomo" e tantomeno la sua intelligenza. "Quella artificiale non si blocca mai, non sbaglia mai", a patto che a commettere l'errore non sia l'uomo: "Se l'Ia sbaglia, sono io a sbagliare i Prompt" che la interrogano, precisa il medico che per la trasferta legnanese ha preparato "slide rigorosamente fatte con l'intelligenza artificiale, ma mie", proprio perché dietro ogni prodotto dell'Ia c'è sempre la mente umana ed è l'intelligenza dell'uomo a determinare quella della macchina. Ricorrere all'Ia, chiarisce Corrao, può tradursi in due cose: "Un'amplificazione dell'eccellenza o un'amplificazione dell'errore". In altre parole, "se l'intelligenza artificiale la usiamo male saremo tutti 'stupidi aumentati', se la usiamo bene saremo 'aumentati' a seconda della nostra intelligenza". Ecco perché dobbiamo esercitarla e dobbiamo farlo oggi, nell'era dell'Ia, così come ieri quando l'Ia non esisteva. "Le nostre generazioni le abilità cognitive le hanno allenate, ma i giovani?", si chiede l'autore. Il timore è per loro perché su questo, osserva, "non c'è l'università, non c'è la scuola, che si sta interrogando", e invece dovrebbero farlo per scongiurare l'insidia più grande del 'dottor Ai': il "deskilling cognitivo", la "perdita progressiva di competenze cliniche dovuta all'affidamento eccessivo agli strumenti automatizzati". Se abbracciare ogni nuova tecnologia significa "perdere alcune abilità cognitive per guadagnare abilità superiori", diventarne schiavi - è il monito dell'internista - vorrebbe dire ritrovarci uomini (e medici) 'diminuiti', anziché aumentati. Oggi, si legge scorrendo le pagine di 'Curare con 'intelligenza'', "l'intelligenza artificiale vive in questo spazio sospeso: troppo giovane per essere saggezza, troppo utile per essere ignorata". Non bisogna averne paura, perché "l'Ia non sostituisce il giudizio clinico": semplicemente "lo costringe a rinascere in un nuovo spazio epistemiologico dove conoscere significa co-costruire la verità con la macchina, senza smarrire il senso dell'umano". E "verso questo futuro la medicina è chiamata non a difendersi, ma a evolversi, a riconoscere che ogni trasformazione tecnologica è, prima di tutto, una trasformazione del modo di pensare". Va capito che "il vero progresso non consisterà nel demandare alla macchina, ma nell'imparare a pensare con essa": l'Ia che "illumina connessioni nascoste senza mai spegnere la luce del dubbio", accanto all'uomo che rimane "il mediatore empatico, l'unico". Anche nella stagione dell'Ia "restano al medico l'intuizione, la capacità di cogliere il senso nel disordine apparente, di interpretare ciò che sfugge al modello" e infine "la decisione, che deve rimanere un atto umano riflessivo". E nei limiti dell'intelligenza artificiale, c'è "la misura della nostra responsabilità". "Il futuro dell'Ia in medicina non si giocherà sulla potenza dei modelli, ma sulla qualità del giudizio clinico che li utilizza", quello del camice umano. E "in questo processo di trasformazione - rivendica Corrao - la medicina interna conserva il suo ruolo centrale. E' nella sua visione d'insieme che la tecnologia trova un equilibrio, diventando uno strumento di comprensione e non di frammentazone". Per questo "ogni specialista che vorrà esercitare", anche con il supporto dell'intelligenza artificiale, "una medicina complessa, contestualizzata e personalizzata, troverà nella medicina interna un mentore metodologico". Un 'maestro' pronto a dimostrare che l'Ia "non può essere usata come scorciatoia al ragionamento clinico o alla complessità del reale", e che "l'efficacia dell'algoritmo dipende soprattutto dalla capacità del medico di integrarne i suggerimenti con l'esperienza clinica, il contesto del paziente, il dialogo empatico, la sensibilità alla fragilità". In conclusione, "curare con intelligenza non significa solo impiegare tecnologie avanzate. Significa decidere meglio, agire con maggiore consapevolezza, ascoltare di più. Significa restare umani anche mentre si diventa aumentati". Mazzone tira le somme con uno sguardo di speranza: l'augurio che l'intelligenza artificiale, guidata da quella umana, possa portare veramente al letto del paziente la medicina delle 4 P. "P come predittiva: oggi riusciamo a identificare i geni responsabili di una malattia, quindi a prevedere il rischio di svilupparla, con la possibilità di un intervento anticipato grazie a farmaci target che mettiamo a punto in tempi sempre più brevi. P come preventiva: la prevenzione è la prima terapia, quella che tutti dovremmo fare, e l'Ia ci può aiutare molto soprattutto nel controllare l'aderenza terapeutica di cui oggi non si parla abbastanza, quando invece sappiamo ad esempio che chi rischia un infarto a causa dell'ipertensione dopo 1 anno non prende più le sue pastiglie. P come personalizzata, perché andiamo verso una medicina di precisione, e P come partecipativa: medico e malato insieme, alleati, perché senza l'intelligenza naturale del clinico - speriamo che ci sia - e del paziente - speriamo che ci sia - non si va da nessuna parte", chiosa l'internista. "Auspichiamo davvero che questo sia un modo per riorganizzare completamente l'attività sanitaria, portando grandi vantaggi soprattutto ai malati considerati fino a qualche tempo fa incurabili. Viviamo un periodo di profonda trasformazione - chiude Mazzone - e credo sia veramente importante cominciare a parlarne, a formare, a prendere confidenza con tutte queste novità e pensare a un modello un po' diverso per il futuro". E nel frattempo? "Nel frattempo noi curiamo i pazienti". (di Paola Olgiati)  ---salute/[email protected] (Web Info)

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