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05 Novembre 2026
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Hyrox, a Rimini Wellness la gara per spingere pesi come uno schiavo egizio

Di Antonella Cardone

A RiminiWellness c’è un momento preciso in cui capisci che l’evoluzione umana ha preso una strada laterale, forse male illuminata, sicuramente piena di kettlebell. È il momento in cui ti trovi davanti a Hirox, la gara di fitness più strana del mondo, e qualcuno ti spiega con entusiasmo sincero — quindi ancora più inquietante — che funziona così: corri 8 chilometri e, nel mezzo, affronti 8 stazioni di functional training. Spingi, tiri, sollevi, salti, trascini. Per divertimento. Pagando. Con migliaia di persone attorno che fanno la stessa cosa, in una specie di rave della sofferenza organizzata, dal 28 al 31 maggio, quattro giorni di gare e sudore regolamentato.

Spiegarlo ai lettori della Bassa richiede una traduzione culturale. Hyrox è una gara in cui fai volontariamente quello che nella vita normale cercheresti di evitare con ogni mezzo: spostare cose pesanti da un punto A a un punto B, correre senza essere inseguita, accovacciarti, rialzarti, spingere una slitta carica come se stessi arando un campo interiore, tirare corde con la faccia di chi sta negoziando direttamente con il proprio sistema nervoso. Il tutto in un ambiente dove nessuno sembra domandarsi: ma non potevamo sederci un attimo e parlarne?

Io osservo gli atleti e provo ammirazione, sia chiaro. Ammirazione vera, quasi religiosa. Hanno corpi allenati, muscoli guizzanti, concentrazione, resistenza, una disponibilità al dolore che io riservo solo alle assemblee condominiali e alle telefonate con i call center. Corrono, arrivano alla stazione, spingono, tirano, respirano, ripartono. C’è una disciplina spaventosa, una bellezza quasi meccanica nel gesto. Ma mentre li guardo, la mia mente padana — che è una mente pratica, agricola, sospettosa verso ogni fatica non strettamente necessaria — si stacca dal presente e precipita indietro di quattromila anni.

Vedo gli schiavi che trascinano lastroni di pietra per costruire le piramidi. Li vedo sotto il sole, curvi, con il corpo ridotto a strumento, mentre spingono blocchi enormi per conto di un potere che ha deciso che l’eternità del faraone valesse più della loro colonna vertebrale. Poi torno a Rimini, ai led, agli speaker, alle magliette tecniche, ai cronometri, agli sponsor, e mi chiedo: che grado di evoluzione abbiamo raggiunto, esattamente, se oggi paghiamo per fare, con entusiasmo e iscrizione online, ciò che una volta si faceva gratis, o meglio, per punizione, per costrizione, per sopravvivere fino a sera?

Naturalmente è una domanda ingiusta. Lo so mentre la penso. È una domanda comoda, da osservatrice laterale, da persona che davanti alla fatica altrui sviluppa immediatamente un saggio breve sulla civiltà occidentale pur di non partecipare. Però RiminiWellness funziona così: ti mette davanti il corpo contemporaneo e ti costringe a chiederti che cosa gli stiamo facendo. Qui la fatica non è più destino, non è più lavoro nei campi, non è più fabbrica, non è più necessità materiale. È performance. È scelta. È identità. È post sui social. È prova di sé. È “ce l’ho fatta” trasformato in format globale.

E forse Hyrox è proprio questo: il punto in cui la fatica, liberata dalla sopravvivenza, diventa racconto. Non devo spingere la slitta perché altrimenti non mangio. La spingo perché voglio vedere chi sono quando il corpo comincia a protestare. La spingo perché il mondo non mi chiede più di costruire piramidi, ma mi chiede comunque di dimostrare qualcosa. Di essere resistente, efficiente, centrata, competitiva, ottimizzata. Di non cedere. Di non mollare. Di non dire mai: scusate, io adesso mi sdraierei.

In questa metafisica del sudore indoor, con l'odore dei tappetini come sintomo della condizione postmoderna capisco che abbiamo trasformato la libertà in un catalogo di prove volontarie. Puoi scegliere tutto, anche come soffrire. Soprattutto come soffrire. E se soffri nel modo giusto, con il pettorale giusto, la playlist giusta, il wearable giusto, allora quella sofferenza diventa benessere.

La Romagna, intanto, guarda e assorbe. Perché Rimini ha questa capacità straordinaria di accogliere tutto: le famiglie con il gelato, i congressi medici, le notti elettroniche, i venditori di integratori, i pellegrini del wellness, gli atleti che spingono slitte come se stessero espugnando Troia e le osservatrici che cercano con discrezione l’uscita di sicurezza. Io, per esempio, a un certo punto la cerco davvero. Non per scappare, mi dico. Solo per orientarmi. Che è la bugia più antica del mondo dopo “inizio lunedì”.

Mentre loro faticano, io sviluppo una relazione sentimentale con la segnaletica antincendio. Le frecce verdi mi sembrano improvvisamente sagge, quasi materne. Indicano un altrove possibile, un mondo in cui nessuno ti chiede di fare burpees, nessuno misura il tuo tempo, nessuno applaude mentre trascini un peso che  dalle nostre parti verrebbe affidato a un trattore. L’atleta davanti a me riparte di corsa, piegato ma felice. Io penso che il corpo umano sia un mistero, e che il mio mistero personale consista nel voler essere in forma senza attraversare nessuna delle fasi necessarie per diventarlo.

Eppure, sarebbe troppo facile fare solo ironia. Hyrox ha qualcosa di magnetico. È assurdo, sì, ma non è stupido. Anzi, proprio perché è così elementare — correre, spingere, tirare, resistere — dice qualcosa di molto preciso sul nostro tempo. Dopo anni passati davanti agli schermi, dopo lavori sempre più astratti, dopo giornate fatte di notifiche, sedie ergonomiche e stanchezze senza forma, forse il corpo vuole tornare a una fatica leggibile. Vuole un peso vero, una distanza vera, un traguardo vero. Vuole sentire che il dolore ha un inizio, una fine e possibilmente una classifica.

Il problema, o forse la meraviglia, è che tutto questo accade dentro una fiera del benessere. Quindi la fatica non è più nemica del wellness: ne è diventata una delle sue forme più vendibili. Da una parte ci sono massaggi ayurvedici e riflessologia, il corpo ascoltato come un oracolo domestico. Dall’altra Hyrox, il corpo interrogato con metodi più bruschi: corri, spingi, tira, vediamo cosa resta di te. Due liturgie opposte e complementari. Nel mezzo, noi, creature contemporanee che oscillano tra il desiderio di essere accarezzate e quello di essere messe alla prova.

A questo punto mi chiedo: perché ogni volta che vedo qualcuno fare una cosa faticosissima sento il bisogno di trasformarla in una riflessione sulla civiltà, invece di dire semplicemente “Bravi, io non ce la farei mai”?

Alla fine resto a guardare. Gli atleti arrivano, si piegano, respirano, ripartono. La folla li incoraggia. C’è qualcosa di antico e di nuovissimo insieme: l’arena, la prova, il pubblico, il corpo che cerca il proprio limite. Solo che al posto della sabbia ci sono pavimenti tecnici, al posto dell’imperatore ci sono gli sponsor, al posto della punizione c’è una quota d’iscrizione. E forse l’evoluzione è tutta qui, in questa ambiguità comica e terribile: non abbiamo smesso di costruire piramidi. Abbiamo solo imparato a chiamarle challenge.

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